Una vecchia estate

Nelle strade sterrate
– conducono ai diruti cascinali –
si torcono alle pozze
asciutte gl’orbettini,
traditi dai carretti e dall’estate.

Si tacciono le chiocce
alla controra, sotto il pergolato
di vite sbucan rami
d’albicocco, piangono
i frutti sfatti, ronzano alle gocce

vespe sempre odiate.
S’attendono frescura e temporali,
all’aride tinozze
rivanno i contadini,
si piange le colture minacciate.

Sfere

A tutto ci s’abitua, alla pompa
irrispettosa del cuore,
gl’imperscrutati segni di Melquíades,
che vela i calcoli
dietro a scarabocchi personali
e nasconde profezie.
Allora: passeggiavi tu di lato
– piccoli i crateri dell’asfalto,
giocavi attenta ad evitarli,
col passo sincopato
che assumono i bambini –
e m’incroci e promani
infame quel pensiero tuo colloso.
Quando mai m’accorsi?
Dice si trapassi in sfere,
perfette, equidistanti
i punti che daranno
a tutti un moto proprio.

Dell’Albe

I.
Dona l’alba il ristoro,
il percepirsi freschi,
i vigori svegliati,
soltanto se inverte
prima gli scambi noti
gassosi e ribalta
il segno delle acque nostre, rosse.
Così, in deste mattine,
ma lente, ovattate,
a guisa si risorge
delle statue rinate
dal caos dell’argille.

II.
Arruffano uccelli, quel minuto,
piume, l’arricciano colti
da gelida lena, cresce
nel nugolo fitto sopra
la ceiba, gonfia, il trillo.
È l’alba assai diversa, ti schiaffeggia,
ai tropici è colla,
io mormoro, poco,
cupo mi specchio. 

III.
Al nord non t’appartiene;
è filo giallo, pallido, si curva
se posi l’occhio sgombro
d’isolotti e croste
– strani picchi paiono
franati appena a mare –
ma restano remote
albe, omaggi d’altri
dei mondi tramontati.

VII

Da “qualcosa” che sta prendendo forma, forse.

VII.

La sapevo foriera di morte,
la sola presenza del corvo;
Jung indicava lo stormo,
tetro latore, roco sgranchire
l’ali, in cerchio gracchiando,
ma tu lo vedesti  affamato,
planare sull’erba, rapace,
rapire il pulcino al germano,
l’ultimo, in coda, nel prato.