Due fotografie di Trieste

È piccolo il museo,
raccolto, di Joyce; qualcuno
n’è deluso e lo concedo
– confonde la frontiera
di levante con Dublino –
ma spiccano missive,
scritte in agile triestino,
a Svevo.

***

Coscienza: la scimmiotta anche il Timavo.
Qualcosa un tempo, Trieste
l’ha inclinata e sotto è cava,
s’accalcano i palazzi verso il mare;
imbocchi, senza vento,
girando, salitelle ma rimani
piantato dove sei: come un ignavo.

Quando elencavo le nubi

Quando elencavo le nubi, spuntando
caselle della magna griglia di tassonomia,
fu girata una riga – scelsi quella dei fiori –
per svelarle, private segnature,
i rapporti silenti, parentele.

Serve forse eversione
                                           per vedere.

Vi sono arcani, poi, zucche, meloni,
che la polpa è mistero, nulla vale
l’imbonirmi, mercanti, sono buoni
consigli, difettano, nel senso dei sapori.

Un tempo si teneva nel pastrano

Ora, fiorito ch’è l’ippocastano
e passati i temporali, nemmeno
aggrazia il profumo chi sotto sfila
– lungo i marciapiedi – alle lunghe teorie,
negare non puoi lo stridere strano
del cupo pensare, coi grappoli ritti
di fiori, antenne vive lungo le vie.
Un tempo si teneva nel pastrano
il seme per fermare la scalmana
l’inverno e quel disco d’odio, rigato,
g
ira oggi, è fermo l’aroma, la fine
droga d’albero è chiusa nei flaconi
delle farmacie.

Una vecchia estate

Nelle strade sterrate
– conducono ai diruti cascinali –
si torcono alle pozze
asciutte gl’orbettini,
traditi dai carretti e dall’estate.

Si tacciono le chiocce
alla controra, sotto il pergolato
di vite sbucan rami
d’albicocco, piangono
i frutti sfatti, ronzano alle gocce

vespe sempre odiate.
S’attendono frescura e temporali,
all’aride tinozze
rivanno i contadini,
si piange le colture minacciate.

Sfere

A tutto ci s’abitua, alla pompa
irrispettosa del cuore,
gl’imperscrutati segni di Melquíades,
che vela i calcoli
dietro a scarabocchi personali
e nasconde profezie.
Allora: passeggiavi tu di lato
– piccoli i crateri dell’asfalto,
giocavi attenta ad evitarli,
col passo sincopato
che assumono i bambini –
e m’incroci e promani
infame quel pensiero tuo colloso.
Quando mai m’accorsi?
Dice si trapassi in sfere,
perfette, equidistanti
i punti che daranno
a tutti un moto proprio.