A R.N.

Dicono, madri, i figli
vostri sbrigliati nel tempo,
nei colori vanno all’abbuiare.
Tutto gli è dato,
salvo il rimedio
estorto da Mida,
braccato Sileno;
nulla è proibito ed ignare
donate all’ultimo il nero.

Pomodoro

Quando manca un poeta,
ci si stringe fra noi
– l’armata sparuta –
e rivengono sbiaditi
gl’intimi lumi,
fiochi e marginali,
delle buffe concessioni.
Mio padre che avvampa
il fuoco a Natale,
quel giorno soltanto
s’incorna intenerito
e quando alla corte
s’attendono l’esequie,
i musici modesti,
nel torrido anno,
strisciano coi piedi
solchi nelle ghiaie.
Al fresco della vecchia
prozia del morto
s’abbuffa il bambino;
capiente insalatiera,
cipolla solforosa,
è luglio in quel brodo,
sugoso pomodoro.

Matisse

È proprio del cupo, è della notte,
fra le traviste palme,
di yucca le ampolle,
I verdi sempre della
costa, che m’abbaglio
mi ignori Lachesi
e fine non computi
al germe, solo dischiuso, dell’Alfa.
Tu persino, amico, mi presenti
dell’unicamente nato al pari,
ma pure lo furono i sepolti
ch’ora s’accalcano sopra
i muri che ombreggiano Matisse.

Primule

Una vecchia poesia che non mi piaceva. Ora, inspiegabilmente, mi piace.

Primule

Finalmente nella vasca
t’immergi a casa mia
e neppure il vociare lontano,
che godiamo delle piccole cose,
odo più come ricordo
delle lunghe notti distratte;
sono cani nel buio
i latrati dei fantasmi,
sono umidi ragni carnosi.
Mentre ti lavi, con profumo
d’incenso e di cipresso,
uno squarcio scintilla
nelle nubi, è l’attesa:
che delle primule il giorno
spietato v’uccida.