A G. F.

I.
Il corpo del tuo
fratello Natale,
col mulo fido
uscì dal disgelo:
la lingua ablativa
che arretra e risale.
Quanta ne regalò
di morte intatta l’Adamello,
e pezzi per musei?

II.
I capelli ramati,
al sole l’efelidi,
fiammano il viso
i segni dei pavidi,
perciò si temeva
– nella mia gestazione –
l’oscuro salto di leva
dei geni muti.
Mio padre ha sorriso.

III.
La storia è l’impasto
di mani e di nomi
scolpiti ed i ghiacci,
i monti longevi,
fiumi e alluvioni
prendono d’altra
sorgente la furia, sapevi.
I morti non sono
sempre natura.

 

Premio Versante Ripido 2019

La raccolta Matricària, composta da sole 10 poesie, come da regolamento del concorso, ha vinto il terzo premio Versante Ripido 2019.
Grazie di cuore!

Per chi gradisse leggerla, cliccando sul link è possibile scaricare il pdf:

Matricària

Le Motivazioni della giuria:

“Criptico il linguaggio di Matricaria di Carlo Tosetti come a nascondere, nelle parole-pietre, nell’asprezza del significante dei versi, il cuore pulsante del significato che si risolve nell’interramento dei crochi ai quali viene negata la primavera, pur nella permanente fierezza dei bulbi, metafora della crudeltà che può assumere la dimensione umana. E’ una natura matrigna quella che emerge da queste poesie e che rende matrigne anche le madri che non sanno più donare i giusti colori ai propri figli. L’inquietudine che pervade tutta la raccolta si tocca con mano e ricorda certe visioni orrorifiche che pescano anche nel fiabesco.”

Ai muri lontani

Ricorda: pensammo noi – allora –
ad un imbrunire scolpito
nelle meridiane, ma luci
artificiali stravolgono
il nostro sentire del tempo
e ridi, ora, ch’è giunta nuova
mattina l’ennesima volta,
ma attenta: non le radici
unisce il dolore, ma i rami
e scovi l’edera avvinta
ai fiori delle tamerici
lilla, salate, in periferie
dei parchi dimessi, ai muri lontani.

Due fotografie di Trieste

È piccolo il museo,
raccolto, di Joyce; qualcuno
n’è deluso e lo concedo
– confonde la frontiera
di levante con Dublino –
ma spiccano missive,
scritte in agile triestino,
a Svevo.

***

Coscienza: la scimmiotta anche il Timavo.
Qualcosa un tempo, Trieste
l’ha inclinata e sotto è cava,
s’accalcano i palazzi verso il mare;
imbocchi, senza vento,
girando, salitelle ma rimani
piantato dove sei: come un ignavo.

Quando elencavo le nubi

Quando elencavo le nubi, spuntando
caselle della magna griglia di tassonomia,
fu girata una riga – scelsi quella dei fiori –
per svelarle, private segnature,
i rapporti silenti, parentele.

Serve forse eversione
                                           per vedere.

Vi sono arcani, poi, zucche, meloni,
che la polpa è mistero, nulla vale
l’imbonirmi, mercanti, sono buoni
consigli, difettano, nel senso dei sapori.

Un tempo si teneva nel pastrano

Ora, fiorito ch’è l’ippocastano
e passati i temporali, nemmeno
aggrazia il profumo chi sotto sfila
– lungo i marciapiedi – alle lunghe teorie,
negare non puoi lo stridere strano
del cupo pensare, coi grappoli ritti
di fiori, antenne vive lungo le vie.
Un tempo si teneva nel pastrano
il seme per fermare la scalmana
l’inverno e quel disco d’odio, rigato,
g
ira oggi, è fermo l’aroma, la fine
droga d’albero è chiusa nei flaconi
delle farmacie.

Una vecchia estate

Nelle strade sterrate
– conducono ai diruti cascinali –
si torcono alle pozze
asciutte gl’orbettini,
traditi dai carretti e dall’estate.

Si tacciono le chiocce
alla controra, sotto il pergolato
di vite sbucan rami
d’albicocco, piangono
i frutti sfatti, ronzano alle gocce

vespe sempre odiate.
S’attendono frescura e temporali,
all’aride tinozze
rivanno i contadini,
si piange le colture minacciate.