Ponente

[fonte fotografia]

Era torrido il mare a Calafuria,
pregavano il ponente i livornesi
(la sera rinunciammo al vino bianco
servito coi molluschi all’ostricaro)
e t’infilammo all’ombra nell’anfratto
d’uno scoglio, ma vile lo strisciare
dell’importuno sole nelle fratte
ci colse pigri e fermi, in rotazione.
A chi dubiti il senso d’immondizie
cotte lungo i pregiati litorali
ricordo che trovammo un buon riparo
per te, piegando a tetto,
un lurido ritaglio di cartone.

 

Quello strano far da cane

[fonte fotografia]

Con il manto argentato l’attendevi
– amico – il verso d’auto e nella corte
raccattavano bimbi sassi bianchi
e chiodi arrugginiti e storti, proprio
come scrisse Yukio, nella stella mia
meravigliosa accade.

Allora quello strano far da cane
d’un gatto, vero scettico, innestava
il riso delle genti grossolane,
inclini a ripagare le bestie con gli avanzi:
le croste di formaggio, il secco palco
del cervo abbandonato, il canto del fringuello
maschio imprigionato.

Poemalieno

Oggi compaio su Perigeion, con un poemetto inedito e – per me – insolitamente satirico.
Un infinito grazie a Roberto R. Corsi.

I.
Vengon da galassie morte,
ormai spenti lumicini
(che vediamo puntiformi),
atterrati da milioni
di milioni d’anni luce:
sono amici, tuoi vicini.

II.
Oggi più non li distingui.
Portan comodi orologi,
certi sopra, come Agnelli,
e la moka, la mattina
gli comunica strozzata,
gorgogliando, la levata.

[…]

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Aguirre

M’hai tritato,
le ossa m’hai spaccato coi sobbalzi
sul pagliolo – mare – sono Aguirre
all’incontrario, il mio eldorado
per beffa del destino è boreale.
Voi dite che io fugga in quanto vile
– ustioni da gasolio e le mucose
disseccano traverso il traversare –
che l’erba si diradi dove approdo,
è questo che v’acceca allucinati
e come vien dall’acqua lo spagnolo
io taglio in linea retta le correnti
e, vinto fra gli ultimi dei vinti,
v’invado alla deriva col fasciame.

.

Sfilano i vividi treni

[fonte fotografia]

Nasconde allo sguardo la lunga teoria
delle canne d’acqua e d’alianto
le pietre ossidate, il rado sterpeto
d’una massicciata, inerte sostegno
della ferrovia.

Sfilano i vividi treni, sospinti
dall’impassibile scopo, s’attende
che cedano giunti in metallo, mentre,
Alfredo, alla chiesa, tese le mani
abbiamo cercato la forza, che poi
rinsaldi ogni giorno, quando lampeggia
neonata la
luce d’aurora e brucia
il tempo per noi già perduto.

Tuo figlio ci dice sia carne, corpo,
quel proponimento si faccia reale
materia e d’andare felici, come
vibrante parola, colmando l’eterno
silenzio di un muto.

Mi colgo all’improvviso

[fonte]

Mi colgo all’improvviso affratellato
alle montagne, senza che mi abbia
punto mai l’idea dell’arrampicata,
neppur di risalire il sentiero, che dolce
ci conduce dal borgo fino al kòilon:
un prato che s’inclina verso il lago.

Questo palpito esteta batte l’alba,
quando il buio si ritrae, degrada,
piano appare il monte cupo, dorme,
dipinta è la pineta e la sua calma
balsamica, nel mentre m’allontano:
del solo sentimento sono pago.

Celarci ai dimentichi numi

Io ti voglio qui, fra i roridi
colli irsuti di bosco ceduo,
oppure a violare radici
muschiose del parco, raspare
– sacrilego – addentro il giardino
museo dei tre tetti. A voi, perché
dalle pulsioni cuori immuni,
che conto importa se non l’esistere
troppi? Un bilancio in natura – sta scritto –
e poco io credo ai destini. Possiamo
celarci ai dimentichi numi?

Wadi Musa

È l’aristocrazia
d’Europa che c’impone
di mangiare con la pita
i gustosi shish kebab.
Intorno fremono i giordani,
fascinati dalla donna
bianca e quella carne alcuni,
nel succo di reazione
dei caldi pomodori
coi freschi acquosi cetrioli,
la portano alla bocca con le mani.

Sulle Langhe

La mongolfiera s’alza
sulle Langhe, tu non vedi
la stasi tremolare del tessuto
e nel cesto inquieto freme,
s’affida il navigante.

*

Quando imbocca il vento prende
un lento gonfio veleggiare,
teso, altra ottica ha il pallone,
segni a dito dei confini, abbozzi
i luoghi ch’esistono
volando, ma finiti.

*

L’abbaglio che sfiorino i tetti, noti
cappelli rétro – salutano sotto –
approssimati partono per quella
smania d’andare fuori luogo, sanno
delle pianure calde, e dopo i declivi.

Premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno

Alla poesia “Stramonium” è stata attribuita Segnalazione di Merito al premio Letterario Nazionale Città di Ascoli Piceno.
Grazie di cuore!

Stramonium

Qui ci s’attarda
all’abaco, al computo,
ad ogni tramonto che
assomma tutto a sé.
Vedi, come s’involge
la canna di gomma,
è verde al buiare,
si levano sciami dalle
prose verdeggianti,
cacciano a sera,
che vivono questi
da qualche ora prima
– l’indomani è per loro? –
poi tende le campanule
lo stramonio, l’acquoso
ed il mortale sonno
degli avi profuma.