Interzona Incorporati

Il fattaccio è accaduto ieri; pranzavo da solo.
A me piace pranzare da solo, perché – mentre mangio – posso pensare a ciò che più mi aggrada. Posso anche non pensare, concentrandomi sulla masticazione, oppure visualizzando il sole in tramonto all’altezza del terzo occhio.
A prescindere dalla meditazione, io ho veramente il terzo occhio, che – grazie ad un tessuto corneale differente – blocca alcune frequenze della luce e mi permette di fissare all’infinito il sole.
Inoltre, il mio terzo occhio (grazie a particolari cellule ciliate) cattura l’umidità dell’aria e non ha ghiandole esocrine umettanti.
Il mio terzo occhio (quindi quello vero, non sto parlando delle solite umanissime storie di chakra), lo tengo sempre chiuso, non ha peluria, nessuno l’ha mai notato.
Si dà il fatto che, consumato metà del primo piatto, siano entrati cinque colleghi. Si dà il fatto che, fra quei cinque, ci fosse anche “X”.
X è un buon cristiano. Vive di affari propri, è cortese; mi parrebbe anche generoso, ma non ne ho mai avuto le prove.
Uno dei cinque finge di vedermi con la coda dell’occhio e commenta: “Ah, ecco! Pensavo proprio: chissà chi è quello lì con la faccia da brigatista rosso!”.
C’erano poi tre donne (colleghe, appunto), oltre questi due. Una carina, due no.
Ora devo confessare che, in realtà, faccio parte dell’Interzona Incorporati (l’ho fondata veramente, io, ma non è il momento di dettagliare) e, quindi, ben altro rispetto ad un datato e terrestre “brigatista rosso”.
Ho estratto dalla tasca interna della giacca la pistola disgregatrice silenziata, a raggio verde negativo, e, fissando il suo sguardo sbigottito, gli ho sparato dritto nel terzo occhio. Il suo, quello eterico, il chakra.
Lui è ricaduto sul divanetto, con la bocca spalancata, ho sublimato così la sua espressione stolta. Zero sangue, un lavoretto pulito; il raggio mumifica all’istante le pareti del buco che procura nei corpi viventi.
Poi ho sparato alla più brutta, alla carina ed alla bruttarella. L’ordine decrescente ha seguito il volume delle urla, altrimenti avrei sparato, in ordine: alla carina, alla brutta ed alla bruttarella.
A quel punto X mi guardava atterrito. Il suo sguardo mi ha fatto indugiare qualche secondo, ma poi gli ho sparato in bocca, proprio appena ha iniziato a balbettare una preghiera automatica, di quelle polverose, ricoperte da matassine di lanetta, quelle adagiate sul fondo dell’anima da decenni.
Mia nonna (avevo una nonna umana) recitava:

“requiemeternadominisdominisluxperpertualuceaterequiescantinpaceamen”. Ecco cosa intendo per “preghiera automatica”.

Comunque: poi sono accorsi i gestori del locale. Marito, moglie e il ragazzo che serve ai tavoli, che penso sia cingalese.
E… nulla… li ho dovuti uccidere. Penso che anche il cingalese si sia appellato in cingalese a qualche suo Dio bizzarro, un Dio che odora di cumino, uno di quegli Dei con proboscide e dieci braccia, o con un solo braccio e dieci proboscidi e ottanta code. Non ho capito nulla, ma mi sembrava sempre una preghiera automatica.
 

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…Sempre intorno a “gnente”

Ovviamente il “gnente” non è un errore di traduzione e altrettanto ovviamente compare in vari punti del libro, anche nella vecchia edizione. D’altro canto, senza riferirci alla traduzione di questo libro (oltre tutto pare che la prosa di Grass sia molto impegnativa da tradurre e penso che anche leggendola in italiano lo si possa cogliere) anche le mie nonne pronunciavano un nitido “gnente”.
Nello sforzo immane di esprimersi in italiano di fronte al sottoscritto (ma il dialetto l’ho imparato!) sputavano questi termini che palesano uno sbiascicamento a stento trattenuto.
Come dimenticare “iptus” e “pisicologo”, con doppia “esse” se l’accento è meridionale…
Precisato questo, per evitare affrettati giudizi di chi legge, continuo a sognare il tamburino di Danzica che sfracella gli studi di X-Factor. Continua a leggere …Sempre intorno a “gnente”

Non c’è più “gnente” da fare…

Pochi giorni fa, di mattina, offuscato perché appena risorto dalla piccola morte del sonno, stringendo troppo la curva a sinistra per andare in bagno e quindi urtando l’angolo del tavolo con l’anca, maledicendo tutti gli Dei, mi sono contorto dal dolore e lo sguardo è andato verso i miei libri seguendo la traiettoria browniana indotta dal male; precisamente l’occhio si è fermato – esaurito il moto – su “Il tamburo di latta” di Gunter Grass. Di questo libro straordinario ed epocale ne ho due copie, perché la prima (dei miei genitori), un’edizione Feltrinelli degli anni ’60, sta attraversando la sua fase autunnale e quando la maneggio perde sempre tre o quattro pagine ingiallite.
Ripreso l’uso della gamba ho spostato la copia più recente sul tavolo, con l’intenzione di sfogliarla la sera.

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