pseudofilosofia

Il treno per Cuneo


Qualche tempo fa vidi il film “The Lady – L’amore per la libertà”, lungometraggio di Luc Besson sulla vita di Aung San Suu Kyi; film a mio avviso ben fatto, ma di ciò poco importa, in quanto non è del film che voglio trattare.
Il generale Saw Maung, il dittatore birmano, si reca in un bugigattolo fatiscente, per consultare la sua abituale indovina.
Non rammento il dialogo fra i due  con esattezza, e neppure ho modo di leggerlo, ma, in sintesi, dopo aver consultato le carte l’indovina sentenzia che è giunto uno spirito in Birmania (lasciando intendere che sia uno di quelli cattivi) e, alla richiesta di come placarlo, risponde che solo la pace può scacciare detto spirito.
Il generale, dopo aver ringraziato con calore l’indovina, annuncia di voler indire libere elezioni democratiche.
Aung San Suu Kyi accetta di candidarsi e non c’è bisogno di attendere a lungo, per capire che tutto il paese è dalla sua parte.
Saw Maung, allora, oltre a cambiare posizione sulle libere elezioni, invia un sicario dall’indovina, che la fredda non senza prima ricordarle come non avesse previsto questo evento.
Sul radicamento della divinazione nelle società asiatiche, non c’è bisogno che ne tratti il sottoscritto; ad ogni modo, “Un indovino mi disse”, di Tiziano Terzani, è un libro che illustra molto bene questo rapporto, senza dover ricorrere a testi eccessivamente complicati, i quali – tuttavia – male non farebbero.
Facendo un balzo all’indietro (di duemilacinquecento anni circa), Creso, re dei Medi, si recò presso l’oracolo di Delfi, prima di affrontare il grande Ciro.
La Pizia, com’è aduso ogni indovino che si rispetti, sciorinò la sua ambigua sentenza: “Se Creso attraverserà il fiume Halys cadrà un grande impero”.
Fu così che Creso imprese la guerra certo della vittoria, ma il grande impero che cadde fu il suo.
I due aneddoti, così distanti fra loro, sono accomunati dall’impropria interpretazione d’una sentenza oracolare, che pare intravvedere, fra le fitte nebbie dei tempi, l’esito degli eventi, ma non rivelando i particolari, in quanto non richiesti.
Appare chiaro, insomma, che la povera indovina fatta uccidere dal generale Saw Maung avesse visto giusto, senza però dare un nome ed un cognome allo spirito malvagio che aleggiava nell’aria birmana: Saw Maung.
Di questi racconti è piena la storia e tuttora pieno è il mondo d’uomini che divinano, pratica oltremodo diffusa, nel nostro mondo di cultura da cassonetto.
Ciò che sfugge ai più, a prescindere dalla reale possibilità di divinare, è l’esistenza di un vademecum, antico quanto la terra, necessario per interrogare il futuro, o chi per esso possa rivelarne le pieghe.
Di questo fondamentale manualetto, ignorava l’esistenza pure Mario Paolo Berlinghieri, il quale – stizzito per il notevole ritardo accumulato dal treno – smaniava figurandosi di mettersi comodo sul convoglio per Cuneo; era il 1953.
Lo stato di agitazione che lo interessava, lo spinse ad estrarre i suoi personali strumenti di divinazione e ad interrogare il tempo, per conoscere se il treno sarebbe mai giunto in stazione.
Lontano da occhi compassionevoli, nella fetida latrina della stazione, alla domanda frettolosamente posta, cioè se il treno sarebbe mai arrivato, ricevette in responso un secco “si”, che non gli risparmiò l’attesa di sei ore, senza che uno – dico uno – degli otto treni passati, fosse quello che lui attendeva, per poi scoprire che avrebbe dovuto attendere il giorno dopo, a causa di un guasto imprecisato, annunciato durante la sua sosta nelle latrine.
Ciò che il manualetto celeberrimo gli avrebbe insegnato, sarebbe stato d’impratichirsi sulla logica, prima di tentare la via della previsione, per porre domande pertinenti.
La sua divinazione, infatti, riuscì alla perfezione: il treno arrivò, un treno e più d’uno, ma non quello per Cuneo. Alla sua domanda seguì la risposta corretta.

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Il mito dell’ascensore

Benché la mia cultura generale sia soltanto una sapiente spolverata, e ciò – gioco forza – sia lo spirito della mia scrittura, vi è uno sparutello gruppo di persone che mi manifesta stima, talvolta financo lasciandosi scappare paragoni spregiudicati, citando colossi i quali, per pudore, non nomino.
Di questo gruppuscolo di aficionados, qualcuno si spinge oltre la spontanea stima e domanda perché latiti, mi pungola e richiede che io partecipi con maggior puntiglio a questo caos (forse democriteo) che è lo scrivere anonimo, nell’oceano della rete.
Ebbene, sento oggi il bisogno di spiegare il mio ultimo sonnecchiare; che sia un fisiologico moto di peristalsi? Non so, ma non ne abbiate a male…
Allora: molti anni or sono, studente di chitarra classica, prendevo lezioni sul retro d’un negozio di strumenti musicali. In quel tempo, del quale nulla persiste, se non io e la chitarra, scribacchiavo le prime mitosi della mia poetica.
Tengo ad evidenziare che “il retro di qualcosa” è sempre luogo di rivelazioni, siano calcinacci dimenticati dopo remote ristrutturazioni, che ossa di gallina schifate dai moderni gatti sfamati ad aromi artificiali.
In quel negozio, in attesa del maestro, mi capitò per le mani un vecchio libello di non so chi: la trascrizione di un’intera intervista a De Gregori; preciso che, dato il caratteraccio del Francesco, il termine intervista è fuori luogo. 
Ebbene, San Francesco, tanto l’amavo da collocarlo fra le mie personali icone, raccontava il suo stile di scrittura dei testi, usando quale esempio (che io ricordi) la mirabile “Cercando un altro Egitto”, in cui si narra, Vi ricordo, come la mattina presto San Francesco venga chiamato dalla strada, pare che qualcuno lo voglia uccidere e lui, un po’ confuso, prenda tutto e “come San Giuseppe” si ritrovi a rotolare per le scale, cercando un altro Egitto.
Il Santo spiegò che ben poco gl’importava di essere compreso, o che il testo avesse un senso, ma che si dilettava ad accostare immagini le quali, a risultato finito, parevano formare una storia compiuta.
Una lacrima mi sfuggì, perché io stavo abbozzando un qualcosa di simile; mi sentii sorretto dal mio vate ed il mio vagito prese forza.
Da quell’involontario plauso del mio caro aedo nacque una ruvida  raccolta di poesie, seguita da una seconda ben più raffinata, in quanto l’esercizio paga sempre.
Le prime furono storie brufolose, da scariche ormonali, nelle quali consigliavo di “lasciare ai pianeti le rivoluzioni/per quanto io ami quelle autunnali” o me la pigliavo con Europa Radio, colpevole a mio dire di tenere un piede nel presente ed uno nel vuoto.
Fecero seguito poesie più delicate, intime e – qualcuno afferma – alchemiche; ecco. Qui, giunti all’alchemico, ho incontrato il vallo invalicabile.
Passai qualche anno fa, lungo la costa, davanti all’isola di Krk, il cui nome ricorda una frattura, ed una placida coltre nebbiosa la nascondeva; il ponte che la univa al continente infilzava una nuvola.
Questo accidente naturale mi colpì. Pensai di comprendere anche il mito di Avalon e mi produssi nel metallico e moderno, nonché scialbo, mito dell’ascensore.
Immagino allora un palazzo a più piani.
In ogni piano si parla una differente lingua e, forse, persino l’aspetto dei residenti è differente; io lo ignoro, in quanto non ho accesso ai piani (se non al primo) e neppure conosco le diverse lingue di questa babele.
L’unica mia possibilità, per conoscere i mondi a me proibiti, è quella di sfruttare il lift-boy, dotato di passepartout.
Egli mi ascolta, annota, sale di piano, guarda, chiede, traduce e mi riporta. Il punto focale della questione riguarda il linguaggio utilizzato dal caro lift-boy.
Egli non è poliglotta, appare anche privo di volontà. Egli usa una sorta d’esperanto matematico, le cui parole si fondono o si giustappongono a quelle di lingue sconosciute. Si miscelano, come parassiti sguazzano negli ambienti stranieri.
E’ il midollo matematico che conferisce proprietà trasformista alla lingua del ragazzetto.
Così, il mito termina qui; avevo avvisato che fosse scialbo.
Ora, posto che, senza linguaggio non c’è pensiero e senza pensiero non c’è espressione, si deve accettare il fatto: si scrive di ciò che si conosce, si ricerca sempre e solo di ciò che si conosce. La scienza così si muove in un apparente buio: si muove di un passo, dopo aver imparato cosa sia un passo.
Ragion per cui, concludo, siccome si ricerca l’ignoto in base al noto, lo scrivere a mio avviso procede a ondate, a maree.

Io scrivo quando il ragazzetto torna a piano terra, quando posso esprimere ciò che di nuovo ha scoperto.

I cubi verdi

Millant’anni fa, quando il veneficio del servizio militare stava volgendo al termine, iniziai a frequentare un gruppo di neo fricchettone, che all’epoca mi affascinavano non poco, per tutta una serie di ragioni immotivate.

Una sera, dopo aver ascoltato i loro vacui discorsi, presi parola e raccontai un’idiozia confacente, cioè descrissi il dramma di un certo “X”, il quale si risveglia in un luogo privo di riferimenti, colori e connotazioni spaziali. Una volta ripresosi, come un corpo che si risveglia dalla metempsicosi (e così citai Proust, ma non se ne accorsero), X non solo si accorse di essere circondato da cubi verdi fluttuanti e fluorescenti, ma di essere lui stesso siffatto.

Fu così, allora, che X apprese la sconcertante verità: X non era un essere umano, ma un cubo di gelatina verde. Tutto il suo vissuto era frutto della sua mente; probabilmente (tuttora non ne sono certo, in quanto non conoscevo e non conosco la fisiologia dei cubi di gelatina verdi) al momento della nascita un grave intoppo lo fece sprofondare in uno stato vegetativo.

Ora, abbandonando le neo fricchettone, la cui reazione positiva al mio racconto le qualificò spietatamente per ciò che erano, il povero X s’era sognato tutto.

Il parco giochi in Via Solari, il cane che mangiava il suo pongo per poi defecare in mille colori, il distributore di semi di zucca e la nonna imbacuccata in una sciarpa color corallo.

Le scampagnate coi genitori, a cercar fossili o funghi, i musei della scienza e l’enciclopedia di casa, con le sue agghiaccianti immagini anatomiche d’uomini scorticati in nome della conoscenza e quel San Sebastiano pluritrafitto, con lo sguardo diretto in alto a destra, da dove proveniva il fascio di luce, lo sceneggiato sugli Sforza ed il loro stesso castello.

Poi, questa immensa matassa d’irrealtà si gonfiava a dismisura, di pari passo col pieno risveglio del povero X; comparivano allora antiche civiltà ch’erano esistite altrove, di là dell’oceano mare, e la consapevolezza delle pagine riempite a descrizione di questi popoli perduti, acconciati con penne d’uccelli mai visti e dai nasi perforati con ossa di ispidi mustelidi, divoratori d’insetti coriacei e anelidi grassi come anaconde. Riaffiorava la consapevolezza della lingua perduta di questi selvaggi, al pari delle lingue straniere ch’esistono ma non si conoscono e in questa babele di cose e voci, s’affacciava il ricordo bambino del dispiacere nell’apprendere che Santa Klaus, al pari dei tappeti volanti e del Barone di Münchausen, era un’innocente menzogna per rallegrare i piccoli.

Altra menzogna fu quella delle presunte conseguenze mortali, una sparata della nonna, per aver ingoiato una pallina di stucco, durante l’apprendimento dell’uso della cerbottana e comparve pure la certezza che il dolore per la lunga fila di morti, dalla prozia paterna (che fumava sigarette strette e lunghe, tenendo un mignolo all’infuori e commentando in francese “il faut!”) ai popoli spazzati via dai cataclismi, fu un dolore vano, suscitato da eventi mai accaduti e che, forse, la razza dei cubi verdi gelatinosi nemmeno conosceva il dolore, imbevuta com’è d’un pneuma che veicola l’atarassia, e di questi concetti nemmeno conoscevano l’esistenza, in quanto fu soltanto X, nel suo lungo sonno, ad inventare la filosofia antica e le teorie contrapposte, sebbene non le avesse mai studiate e fossero rimaste incistate allo stadio larvale, come tenie nel carbonato di calcio (cosa siano gli elementi primi sarebbe un altro argomento monumentale), e gran parte delle velleità, che si consumano rotolando nella discesa del tempo, il quale non esiste nel mondo sospeso dei cubici gelatinosi.

Ebbene questo inaudito labirinto di realtà, completato dalla presenza dell’universo e, forse, di dimensioni parallele, dalle quali connaturate realtà ci scrutano, attraverso un velo puramente ideale, passati gli anni delle neo fricchettone, mi tormenta tuttora, come tormentava allora il povero X.

Negli anni, compreso che non esiste struttura del pensiero senza linguaggio, mi sono chiesto come poteva X comunicare coi suoi simili, senza aver passato i loro misteriosi stadi evolutivi e come potesse allora costruire un universo intero, senza cedere alla schiacciante realtà d’un caso democriteo favorevole.

Saltuariamente aggiungo un particolare dei ricordi del mio flaccido e verde alter ego; ieri sera, infatti, leggendo un racconto della Munro, ho aggiunto: “X non si capacitava del fatto d’essere stato rimbrottato, per aver pronunciato Munro alla francese e non all’inglese, cioè non comprendeva esattamente la ragione per cui un cognome canadese non andasse pronunciato nella lingua principale del paese, paese che – manco a dirlo – non aveva mai visitato; X non digeriva il fatto d’essersi documentato intorno a vicende storiche e colonialiste d’un mondo mai esistito”.

Beh, tutto qui.


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Lo scaltro Persico

Nei nostri laghi sguazzano, filtrando acqua dolce mista a mestizia industriale, ben tre pesci Persici noti.
Uno, il più pregiato, suo malgrado, Perca fluviatilis, s’è affrancato dall’essere fonte d’ispirazione metaforica e allegorica, immolandosi sulle tavole d’ogni tempo, fuso in un delizioso risotto. Spesso, i ristoranti che deturpano le sponde dei nostri laghi sventolano ammiccanti il vessillo del “risotto al pesce persico”, e punto.
Punto perché, per quanto esposto, questi lo si chiama “Persico”.
Nessun aggettivo s’aggiunge, neppure serve il sostantivo “pesce”, poiché chi vien dalla Persia è Persiano e non Persico e l’omonimo golfo è lontano, ragion per cui non lo si può confondere. Aggiungo che il Persico è endemico; sarebbe grave offesa al pesce farsi confondere da orientaleggianti richiami.
Il Persico, allora, è la miglior rappresentazione di sé; gode dell’immensa fortuna di autodefinirsi per ciò che è, grazie alla delicata massa cellulare confinata fra le squame.
Vorrei, allora, soffermarmi sui restanti due Persici, e forse ce ne sono altri, ma io non li conosco, comunque non sono entrati nel linguaggio comune dell’uomo lacustre.
Il primo è il Persico Sole, che il volgo chiama “gobbetto”, “gubét” in dialetto. Arriva dall’America.
Il secondo è il Persico Trota, il “boccalone”, “bucalùn”. Anch’esso vien dall’altro continente.
Ebbene il Persico Sole, un pesce esteticamente molto bello, dagli sgargianti colori giallo-arancioni, traversato da striature azzurre, con una splendida macchia nera, sporcata di rosso, all’estremità delle branchie, il Persico Sole, dicevo (Lepomis gibbosus) è apprezzato a tavola, ma ricco di robuste resche, per cui da molti snobbato; aggiungo che la sua splendida livrea gli permette, talvolta, di vivacchiare pensionato in acquario.
Questo Persico minore è la gioia dei bambini, educati fin da piccoli alle sevizie ed all’insensibilità, poiché abbocca con estrema facilità; non di rado infatti scorge il luccichio dell’amo nudo e ci si fionda, senza spreco di esca alcuna.
I bimbi, avvezzi ormai alla crudeltà, dapprima gioiscono per le facili prede, poi le torturano in modo disumano, annoiati dal continuo abboccare di queste bestiole.
Insomma, il Persico Sole, povera creatura, abbocca sempre all’amo. Non è smaliziato, non riflette, pochi stimoli ambientali gli risvegliano istinti autoconservativi.
Il Persico Trota, invece, ha aspetto e abitudini ben diverse; più grosso rispetto al Sole, affusolato, con colori metallici e meno accesi, che ben lo celano ad occhi di vittime e nemici, ha una gran bocca, essendo un predatore così vorace da prodursi addirittura in episodi di cannibalismo.
Il Trota, allora, che volgarmente viene chiamato “boccalone”, per pure questioni anatomiche, vanta un nome semanticamente instabile; il boccalone, in dialetto, è infatti diventato il credulone, dalla grande bocca nella quale ci può entrare di tutto: anche gigantesche scempiaggini sono prese per verità, dal boccalone. Quand’ero infante non di rado udivo “Sei un boccalone!”.
Qui l’etimo confonde: pare che sia un toscanismo, che derivi da “bocca”, una grande bocca spalancata, boccalone è anche il bimbo che strilla sguaiato. Potrei ipotizzare, che il Persico Trota s’è guadagnato il nome “boccalone” e non il contrario (è giunto qui nell’ottocento), ma poi il significato si è evoluto nel credulone-boccalone.
Non è chiara la ragione per cui non sia il Persico Sole un boccalone, in quanto abbocca (come descritto) anche all’amo nudo e, se ne deduce, ad ogni tipo di esca e, figurativamente, il poveraccio si beve ogni enorme idiozia.
In luogo di “boccalone” potremmo usar “gobbetto”, per indicare colui al quale ogni stupidaggine pare veritiera, salveremmo così (sia ben chiaro: letterariamente) i gobbi dall’estinzione, ma di questa moria ne tratterò in futuro.
Il Trota, quindi, è più scaltro, la sua cattura richiede un poco più di mestiere, non è “gioco per donne e per bambini”, che la Grande Opera persino accettava, nei lunghi mesi di solo mantenimento della temperatura del Forno.
Il Trota è però assiso sul trono dei coglioni, senza possibilità di abdicazione, a causa dell’accezione popolare del suo nome.
Allora il Persico, quello per antonomasia, di fatto parrebbe più attento. Non lo si descrive come un povero idiota e comunque non ha ispirato metafore poco edificanti.
Sarà forse per il nobile risotto, ma il Persico sembrerebbe d’un grado superiore, più evoluto, tanto da provare scetticismo.
Ce lo vedo che guarda di sbieco un succulento verme che annaspa infilzato, che poi immaginate quant’è complicato per un pesce guardare di sbieco.
Lo immagino che, con un colpo di reni (i pesci hanno i reni, eh!) sfila di fianco al verme traditore, rimuginando un altezzoso “Mh…”…
Nitidamente lo seguo notare una bestia ben più grassa del lombrico, rapida e luccicante, con un’appendice sfarfallante, avventarcisi contro e finire uncinato dallo sleale “cucchiaino”, oppure guizzare spocchioso lontano dall’esca e finire, assieme ai villani suoi consimili d’acqua dolce, nella rete dei pochi superstiti pescatori di lago.
Insomma, il Persico non è il gobbetto, non è un boccalone, è pregiato e snobista, ma finisce disciolto nel risotto.

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L’intossicato da Dio


L’intossicazione esiste, quale effetto tossico d’un agente qualsiasi, basterebbe sfocare all’estremo il proprio sguardo per immaginare nella primigenia fanghiglia da cui tutto prese forma (non me ne vogliano i creazionisti) una molecola neonata disfarsi all’incontro con altra combinazione di elementi, sua antagonista, e ancor prima (non in senso temporale) pensare ad un “quantum” alterato dall’azione di un suo pari.
Il tossico, per farla breve, è la nostra fine, non soltanto nel caso d’avvelenamento. Scampiamo alla fina da tossico soltanto nel caso di morte per traumi spaventosi e repentini; quelli che fulminano all’istante, quelli che, per citare Petrolini, ci fanno morire guariti (o sani).
L’avvelenamento è out. Di moderni ricordo il caso Litvinenko, che annaspò nel suo sudario, avvelenato da polonio 210; agente tossico, radioattivo e incontrastabile.
S’è citato il suggestivo defunto, per sospetti intorno alla dipartita di Berezovsky; tutti nel mondo, odoravo ciò, fremevano all’idea d’una morte per veleno, ma le notizie, poi, hanno indicato quale causa un suicidio per impiccagione; invero è ben più nobile di quello per premeditazione (“che stronca per eccesso di”), ma rimane lontano, per stile, dall’effetto del tossico, autoinferto o meno.
Null’altro s’è saputo in merito ad Arafat, per il quale la moglie insinuò analogo tossico tranello, ma segnalo che all’epoca della partenza del caro Yasser un quotidiano gratuito riportò i bisbiglii intorno alla morte per irradiazione satellitare. Fine importante, avveniristica, neppure Verne mi risulta che ci pensò: il contrario allora del nobile veleno. Per i compatrioti segnalo Sindona, il cui rocambolesco avvelenamento profumò di mandorla e d’impresa di altri tempi. Tutto ciò, lo sottolineo, a dispetto della tragedia. Evito di gironzolare nella storia e nella letteratura; bastano Socrate e la madama Bovary, per celebrare l’arte sublime del tossico.
Il ricorso al tossico è ormai desueto, per gli umani, ma non per me: io vedo chiaramente gli effetti della più subdola delle intossicazioni esistenti in Natura; essa è eterna: l’intossicazione “da Dio”.
Alcuni m’accusano di blasfemia, altri di vilipendio della religione, e io fatico a dare un ordine d’importanza alle due infamanti accuse, in quanto svuotate per me di senso.
Come tutte le intossicazioni, infatti, l’agente intossicante – di per sé – non ha colpa alcuna, per cui non comprendo come si possa perseguire il sottoscritto.
Il cianuro, dall’affabulatore aroma dolce, in sé non possiede cattiveria.
Il cadmio, l’elemento primo, in natura se ne sta impastato con lo zinco; è mattone, inoltre, della dorifora e dei veleni mortali di certe serpi, ma nessun proprio intento omicida lo spinge a nuocere all’essere vivente.
L’amanita phalloides, povera cara, sviluppa il suo ammirevole carpoforo nelle boscaglie; svolge quindi con zelo incondizionato il proprio ruolo di parassita e, in quanto parassita, null’altro ha da fare se non parassitare.
Orbene: quando la famigliola felice vien sterminata dall’amanita citata, per intossicazione che scioglie fegato e reni in poche ore, non vi è colpa nel fungo (a meno che qualcuno scorga immanente nell’esistenza una colpa).
Alla stessa stregua non mi si deve lapidare per aver concepito di descrivere l’intossicazione da Dio.
Per andare al nocciolo, e forse aver salva la vita, ribadisco che chi patisce l’intossicazione, e soltanto lui, ne paga doppiamente il fio.
La prima colpa è l’essersi intossicato, l’atto intossicante, l’incauto errore di raccogliere il fungo mortifero, di passeggiare sul Monte Amiata in prossimità dei fumi assassini, infatuato dai racconti popolari sulle pesanti nebbie tossiche. Esiste anche l’errore (esiste in quanto ente a sé)  di caricare ben bene la stufa, ma senza pulire la canna fumaria e così via…
La seconda colpa (di tipo squisitamente morale) è l’abbassare la guardia rispetto alla possibilità di lasciarsi intossicare.
La seconda colpa, in aggiunta, ha conseguenze gravissime, creando una valanga educativa e generazionale; ci si lamenta di alcune correnti politico-sociali, per esempio, che senza alcun dubbio hanno condizionato e ingrossato la sotto cultura già diffusa, ma pochi mea culpa risuonano, per non aver educato i propri figli a leggere fra le righe degli eventi (dei quali, sia detto una volta per tutte, gli scritti in bianco sono ben più importanti di quelli vergati con inchiostro nero).
L’intossicato da Dio, per spiegarmi prima d’essere raggiunto dalla polizia religiosa, è colui il quale fiuta lo Spirito a chilometri di distanza, come un pluripremiato segugio, e, a differenza dell’osannato cane, che fiuta per cercare, per mangiare, per possedere, per avere un premio rinforzante dal padrone, l’intossicato da Dio fiuta per collocare gli eventi, i concetti, le idee, nell’ascientifica categoria della Spiritualità e affini.
Per essere limpido, l’intossicato da Dio, non fosse per l’esistenza della televisione e del telefono cellulare, potrebbe negare l’esistenza dell’energia, in quanto contrassegnato – come lo Spirito – dall’attributo dell’invisibilità, ed è questo il caso dell’intossicato stolto, che ignora l’esistenza dell’universo matematico.
L’intossicato da Dio, ma istruito, lo si affermi chiaramente, non può considerare come possibile un evento che non sia riconducibile ad un modello matematico ben collaudato, anche se – fra questi intossicati – taluni ammettono che l’esistenza di un fenomeno,  o la non esistenza dello stesso, abbiano il medesimo valore di fronte al vuoto sperimentale (che, pare, sia una condizione meramente transitoria).
Questa casistica d’intossicazione, al pari delle altre, non ha un bersaglio principe; capita che le intossicazioni trovino un terreno favorevole, ma non per questo, delle stesse, si possono esaltare l’arguzia e la pretattica. Non si esalta, al pari, il granello di senape che cade nella terra umida e grassa, germogliando. Certo non alludo a volontà superne, poiché tali riferimenti, trattando della divina intossicazione, renderebbero insensato l’intero mio discorso.
Un seme cade in un luogo, oppure in altro, unicamente per combinazione d’infiniti calcoli fisici, e punto.
Rimanendo al seme, ed alla ragione prima della traiettoria del suo volo, s’incontra l’intossicato che risponde sciattamente: “Io non ci credo a quelle robe lì….”, ma pure colui il quale può sciorinare un saggio di epistemologia a supporto dell’apparente scetticismo (apparente, poiché termine da adoperare con estrema cautela).
Insomma, per concludere: l’intossicato da Dio è quel soggetto il quale, quando annusa puzzo d’impalpabilità, ripone l’ipotetico evento nello scatolone delle bufale,spesso nell’attesa che altri stabiliscano la verità.

Upload, novembre 2013: s’è diffusa la voce che l’analisi dei resti di Yasser faccia pensare ad un avvelenamento da Polonio.

 
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Dei colori

Vivevo ancora in quel di Milano, ragion per cui la mia età era inferiore ai sette anni; forse andavo per i cinque.

Un sabato sera i miei genitori mi portarono con loro a casa di conoscenti, mostrando una presbite visione dell’immediato futuro; amici di famiglia che vantavano un certo lignaggio: il direttore generale dell’azienda in cui mio padre lavorava, figlio di pari grado e nipote d’amministratori delegati, nel rispetto d’una ferrea legge castica, ornato dall’immancabile consorte e, seppi decenni dopo, senza l’intuibile amante, che poi conobbi in seguito, scoprendo (con mia grande mestizia) che non tutte le segretarie sfoggiano la “o slabbrata”.
Ebbene, questa coppia (senza figli) possedeva una rarissima, per l’epoca,  televisione a colori, oggetto sconosciuto al sottoscritto.
Mentre gli adulti discorrevano intorno agli ostacoli sparsi nell’esistere (ora potrei intrattenerli a lungo, malgrado mi senta alieno rispetto a molte delle tematiche diffuse), per tenermi buono buono, venni collocato dinnanzi al maligno schermo, per la puntata rituale di Scacciapensieri (che, peraltro, scopro essere ancora in palinsesto).
Arrivò il momento dei saluti; gli adulti si profusero negli inchini e nei salamelecchi imposti dal protocollo, mentre io – avulso dal mondo più che mai – giacevo inebetito per cagione dello schermaccio.
Rammento bene il visino di mia madre (gran bella donna) che, salendo in macchina, mi gelava: “E’ inutile che vieni a cercare conforto da me, il papà ha ragione!”.
Il punto è che i miei usavano dei sani metodi educativi (e non faccio dell’ironia): quando m’avvinghiai urlando al divano, volendo rimanere davanti al TV color, loro si limitarono a prendermi di forza, ma quando, poi, strillando e singhiozzando mi dibattevo, cercando di svincolarmi dalla morsa d’acciaio di mio padre, beh, allora lui m’appioppò due sonori ceffoni. E punto. 
Qualche giorno dopo, in casa con la mia cara nonna, guardavo il nostro TV, in rigoroso e proletario bianco e nero. E’ difficile ora spiegare, ma rammento precisamente che mi convinsi del fatto che anche la nostra TV fosse a colori. Nel sostenere la mia tesi, m’appoggiai alle infinite sfumature di grigio ed il desiderio ardente di vedere una televisione a colori oliò gli ingranaggi della mia mente.
Orbene, ero un bambino, certo. Risulta comunque affascinante il meccanismo psicologico per il quale un bimbo, circondato dai colori dell’appartamento e degli enti ivi contenuti, da quelli del mondo che palpitava all’esterno, un bambino che i genitori crescevano fra musei, laghi, montagne e mare, un bambino che spesso correva nei prati delle campagne, dai nonni, tuttavia potesse sdoppiare la percezione in un istante ed utilizzare due binari paralleli, in contemporanea.
Nella televisione i colori erano triste sfumature di grigio, tutt’intorno i colori erano quelli che i nostri occhi, abitualmente, decrittano ed interpretano.
Rammento la sensazione. Un albero trasmesso dallo schermo in bianco e nero non m’appariva verde nel fogliame, ma percepivo una debolissima sfumatura di quel colore; remota, lontanissima; l’immaginazione si sovrapponeva alla vista. Ciò non stupisce: è un atto abituale, ma un corretto sviluppo ci permette di distinguere alla sorgente l’immaginario dalla realtà. Mentre sto scrivendo, oggi, mi posso figurare un risotto coi moscardini e zucchine stufate all’alloro, me lo posso figurare, nel senso che “vedo” il piatto fumante, mentre guardo lo schermo e non v’è dubbio su quale dei due sia l’oggetto materiale. Allora, tutto questo non accadde.
Sia chiaro, mia nonna cercò di convincermi dell’amenità del fenomeno; la sera, poi, mio padre, con calma, mi aiutò a comprendere che no, non avevamo un TV color e non potevamo neppure permettercelo.
Trentacinque anni dopo, una notte, intento a scolarmi una bottiglia di Amaro 18 con un amico, nella piccola radura che si apre di fronte alla mia casa valtellinese, si verificò un fenomeno dello stesso tipo.
Siamo nel bosco, non ci sono luci. Il buio è pesto, da paura atavica: la morte, l’oblio, l’archetipo del nulla e tutte quelle balle suggestive e appiccicose. 
La via lattea è l’unica fonte luminosa. 
L’amico domanda: “Ma secondo te, che colore è quello lì?”, indicando l’ectoplasma di un noce, che si staglia a tre metri da noi. 
L’albero esiste tuttora, è li da prima del nostro avvento. Intendo dire che il mio amico indicò nella giusta direzione. Io stesso rivolsi correttamente lo sguardo a quell’accenno di albero.
La bottiglia di Amaro 18 era quasi terminata, preceduta, a cena, da una ragionevole quantità di onestissima Barbera. Non che voglia attribuire alterazioni percettive unicamente agli alcolici e Oscar Wilde ben sintetizzò il concetto; lungi da me, ma so con certezza che il “18” dell’Amaro indica ermeticamente le 18 vie percettive che si possono aprire, abusandone. Furono sapientemente studiate a tavolino, vi è un progetto preciso a monte.
In un breve periodo negli anni ’80, l’etichetta sul retro della bottiglia mostrava Giacinto Facchetti che, con piglio d’istitutore, puntava la bacchetta verso una lavagnetta di tradizionale ardesia, sulla quale col gesso aveva tracciato uno schema di gioco. Una chiarissima allegoria. 
Quindi: si ripresentò il fenomeno. Entrambi vedevamo una timidissima velatura d’un verde morente, un palpito agonizzante di colore, il tutto benché istruiti da diverse teorie intorno al mistero dei colori.
Non posso pronunciarmi per l’amico, ma per quanto mi concerne, so che – la notte – in assenza di luce, i colori sono esattamente nello stesso punto in cui li si vede di giorno; sono addormentati, tutto qui. Non godono dell’ausilio di quel ponte che, col sole, li fa incontrare con la nostra vista.
Disquisemmo inevitabilmente a lungo, sull’aspetto di quel verde noce. Io vidi persino delle macchie brunite su di alcune foglie; riaffiorò il ricordo della TV a colori.
Poi, che accadde? Nulla più. Saltammo piè pari in un’altra delle 18 vie percettive, senza una ragione, sospinti dalle baruffe dei venti alcolici; il mistero rimase irrisolto.
Ecco, perciò la differenza. Mio padre, un’era fa, m’aiutò a comprendere che mi stavo autosuggestionando e non penso fu per lui difficoltoso. 
Allora non bevevo.
 

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Scomparsi

Foto di Linda Dé Nobili


Ancora oggi molti uomini guardano con disprezzo o, i più cesellati, con doppiezza, gli esseri australi che s’affacciano nel nostro mondo, ridicolmente descritto come l’epopee nordiche narrano, popolato da spilungoni biondi, o comunque d’una razza superiore, non soltanto diversa, forse in quanto – per contrasto – boreale.
L’idiozia cosmica di chi abbocca a questi ami è ingrassata anche dall’ineluttabilità dello spostamento delle masse, in questo tempo.
Nel 1300, benché non l’abbia vissuto, pare fosse complicato traversare il mediterraneo, sfuggendo alla guerra, alla fame o, perché negarlo, alla giustizia.
Allora, persino il tragitto da Milano a Bologna sarebbe durato giorni; giorni perigliosi, per via di briganti e farabutti d’ogni sorta, per la furia degli elementi (che ci vedeva sguarniti d’adeguate protezioni) e per l’inedia che colpiva gli appiedati, quando sia i carri, che i cavalli, terminavano anzitempo il servizio.
Avvenivano poi dei voltafaccia sorprendenti, per cui i propri uomini, a scorta del convoglio, non si peritavano certo di sgozzare i padroni, per la promessa di due denari in più.
In questo traballamento invischiante, una melassa d’instabilità globale, per la quale nulla persisteva in uno stato a lungo (se non le tombe), e dove molte cose non avevano ancora un nome (come osservò sempre lui, l’immenso Marquez),  i malcapitati traditi e dilaniati dalle picche, una volta spogliati di ogni bene, divenivano pasto per gli animali selvatici e scomparivano nel mistero più impenetrabile; come gli attuali scomparsi nell’imprendere viaggi impossibili, per acquistare un pacchetto di sigarette o per fare due passi al centro città.
Oggi giorno, degli annegamenti non si può avere il numero preciso. Il mare, inoltre, non è mai lieve come può essere la terra e consuma le spoglie rapidamente.
I moderni Caronte non lesinano sulla crudeltà, per rendere più stabile la bagnarola, o per liberarla da involucri di carne, ormai svuotati di Vita.
Come scrisse Erri De Luca, quindi,  La terraferma Italia è terrachiusa. Li lasciamo annegare per negare”.
Non c’è altra ragione, a mio avviso, se non la gattopardiana legge, per cui tutto è cambiato per restare uguale.
Sono sempre i sentimenti, che dovrebbero essere governati da valori supremi, che determinano uno stato di civiltà, prima che l’istruzione e la competenza.

 
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Confini

(Foto di Matthew Cox )

Taluni sostengono di vedere l’aldilà, o, per circoscrivere questo “di là”, ammettono di vedere coloro i quali galleggiano nel vuoto privo di connotati fisici, situato fra il “qui” ed il “là”.
E’ una stazione del nostro cammino, pare, nella quale si indugia per un tempo variabile. Financo per l’eternità, in certi casi.
Il tempo al quale alludo è  terreno, non confondiamoci, dobbiamo tradurre in termini intelleggibili delle zone a-spaziali e a-temporali, come la nota stanza di Swedemborg, dalla quale – ritengo – si possa ancora agire sulle leggi fisiche: un classico è giocare con l’interruttore della luce.
Francamente, non vorrei apparire impertinente, ma non provo invidia verso questi veggenti; troppi sono i dubbi che mi instillano.
Premetto che, non vivendo tali incontri, non ho dimestichezza con questi spiriti galleggianti, per cui non ne conosco i tratti salienti.
Intendo dire: l’essere vivente ha delle caratteristiche, dei fattori componenti. Suddividendolo in “macro ingredienti”, azzarderei l’ardire di considerare il carattere come uno di questi, unitamente alle carni, alle forze naturali ed all’Anima.
Ciò non è da poco, seppur vago: una entità qualsiasi che s’approcci al nostro mondo, per capirci, dovrebbe tenere conto che i rapporti sarebbero influenzati e direzionati – inevitabilmente – dal fattore caratteriale. 
Ora, mi domando: queste realtà a me invisibili (ma non invise) mantengono i tratti caratteriali? Io temo di si.
Forse gli eccessi sono stemperati, rotto il legame alle cose terrene. Non c’è motivo per prendersela, insomma, tuttavia nascono sospetti osservando quelle terre bergmaniane, nelle quali la separazione fra il “qui” e dil “là” è sottilissima, ragion per cui i defunti passeggiano nel loro salotto terreno, addensandosi improvvisamente agli occhi dei vivi e, nelle situazioni più paradossali, una volta trapassati e pur rimenendo in quello stato, parlano coi parenti (senza che questi mostrino sbigottimento) per dare disposizioni, dirimere antiche questioni e addolcire storiche tensioni, per poi, senza fare un plissé, adagiarsi comodi e cheti nel feretro e finire riposti dove occhi non giungono e, nuovamente incoerenti, si palesano dopo agli occhi dei figli, fumando la pipa in biblioteca, spaparanzati sulla poltrona.
Il tema è il paradosso, ciò che la logica sensibile proibisce: il morto che appare, il defunto che parla.
In “Fanny e Alexander”, addirittura, spunta la mummia nell‘incredibile ripostiglio in cui vive Ismael, la quale, a contatto con la luce, si volge verso di essa e respira.  
In questa atmosfera stridente, invero, il senso degli avvenimenti è chiaro: il fil rouge è il passato. Che questi errabondi non riescano a liberarsene?
Ragion per cui, se il legame è (gioco-forza) il passato, nell’atto del manifestarsi ai vivi, il trapassato indossa temporaneamente i suoi vecchi abiti caratteriali?
Questo non posso saperlo, ahimè, ma ritengo che prestando un poco di attenzione alle dinamiche della dipartita degli uomini, ed agli istanti subito successivi, scorgeremmo talvolta un rapporto di simpatia fra gli elementi in gioco; segno che il defunto stazionerà nella zona di confine.
L’ammiraglio Nelson, per esempio, fulminato da un francese fortunato, che lo beccò da nave a nave, venne immerso in un barile di Brandy, per conservarlo fino al patrio suolo. Io scommetto che qualcuno, in seguito, lo vide e ci parlò. Magari, estraendolo dal barile, lui si lamentò della qualità del Brandy e, ironicamente, osservò che, morto per morto, almeno non finì conservato nel cognac (ancora non sapeva di finire in una cassa di legno francese, il che dimostra che questi signori non vedono il futuro).
Ecco: io tutta questa confusione fra vita e morte, un poco la temo. Incrina la più certa delle certezze. Ci vedremo a suo tempo, non ora.
    

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L’uomo spento

Per molti anni non ho mai assistito di persona al fenomeno, ne ho solo sentito parlare.  
Rari racconti di conoscenti, qualche foto macabra sui quotidiani, notizie ai telegiornali con inquadrature rapide ed insipide, per sorvolare sul raccapriccio, soffermandosi sul dolore dei vivi. 
Tre anni fa, ricordo, dei turisti scomparvero nel lago di Como.
Quando i sommozzatori ritrovarono l’imbarcazione (i corpi imboccarono rotte misteriose nella crosta terrestre) l’aspetto della falla permise di affermare che a bordo fosse presente uno di quei soggetti, senza alcun dubbio.
Dato che l’eccitazione, lo spavento, in generale il trauma, possono innescare l’eruzione umana, è probabile che nei campi di battaglia e nei tetri luoghi devastati da attentati, qualcuno dimostri la propria rovente capacità, ma con quel che resta dopo simili accadimenti, è difficoltoso risalire alla traccia d’un rigurgito ferroso; inoltre, non desta interesse, in quei contesti.
Nessuno ha mai attribuito troppa importanza al pericolo d’incontrare una di queste chimere, così, forse, son da definire; sono rari ed è infrequente una loro eruzione. I danni provocati, seppur potenzialmente gravi, sono quindi limitati.
La fisiogeologia, scienza novella, ci insegna che la più parte degli esseri umani sono spenti; aggettivo che sopporta una grigia nomea, riferito all’uomo, ma in questo caso occorrerebbe tratteggiare una diversa accezione.
Fino a diversa dimostrazione, le differenze fra uomini e vulcani sono evidenti, a prescindere dal ricorso al vulcano nel confezionare ritrite figure retoriche.
L’uomo, rispetto al vulcano, è dotato di intelletto, ragion per cui lo stato di quiete (dell’uomo spento) può anche essere raggiunto scientemente, come ogni obiettivo terreno. 
Come noto, taluni vengono al mondo investiti d’un talento; anche la quiete lo è. Ad oggi non c’è prova provata di una qualche ereditarietà della quiete; molti uomini eruttivi ne sono privi, ma in alcuni di essi è infuso il dono dell’ostinazione, la più grande delle virtù geologiche, esclusa dalle virtù teologali, forse per sovrapposizione con la fede. 
Questi, allora, ricorrendo alle tecniche più disparate, come sempre tutte riducibili ad una manciata di filosofie (sempre le stesse), cambiate d’abito, riescono a sedare, a dimenticare per sempre questa propensione.
Pare che la psicoterapia funzioni, come lo yoga e così pure l’ipnosi ed il training autogeno. Si racconta che diversi seguaci di Hubbard non eruttino, grazie a ciò che vien definito dai detrattori un “lavaggio del cervello”.
Risultano utili le cure psichiatriche; nondimeno si considerino gli effetti collaterali e indesiderati. 
Vi sono casi, per confermare quanto esposto (l’eccezione), per cui la quiete è risultato di smottamenti interni, di repentine e irriducibili variazioni della cascata ormonale, per cui l’ipofisi innesca una reazione a catena, che non culmina più nell’eruzione; ciò accade di punto in bianco, e la causa non la si conosce ancora, a meno che non sia evidente una precisa conformazione della diffusa, e nota, calcificazione ghiandolare. 
I test medici confermano questo collegamento. 
Pare, inoltre, che delle disfunzioni pancreatiche apportino questo vantaggio, che allora viene inciso sul diritto della medaglia di pericolose patologie. 
Come si usa commentare: “Dio dà, Dio toglie!”…
Tornando a me: alla mia veneranda età, esattamente l’anno scorso, finalmente incontrai ben due uomini di tal fatta.
In un ristorante a Eilat, in Israele, finalmente vidi; ad un tavolo (fortunatamente lontano da me), dove sedevano quattro signori molto distinti, un lieve mormorio s’è andato gonfiando, s’è fatto turbolento, come un borborigmo o una valanga, e da un nulla è nato un alterco. L’argomento lo ignoro: si discuteva in ebraico. Sta di fatto che, fra i quattro commensali, ve ne fosse uno esplosivo. Nessuno aveva colto il pericolo; in viso era rubizzo ed un poco avvampato, ma per via del vino, penso. 
Ha picchiato i pugni sul tavolo, insieme, per due volte, ha fatto cadere un bicchiere pieno, una forchetta ha roteato a mezzaria per un secondo, poi il tizio è esploso. 
Se qualcuno ricordasse “Il senso della vita”,il film, potrebbe ben immaginare la scena. 
La magma (nessuno mi ha spiegato la ragione, ma il magma umano si declina al femminile, sospetto che sia un orpello sistematico) è schizzata a diversi metri, lasciando ben dieci feriti, di varia gravità, e sei morti. Uno schizzo ha lambito la mia scarpa; non ho perso l’alluce per un soffio.
Una scena orrenda: l’effetto della magma sull’uomo è paragonabile a quello di un ferro rovente nel burro. In un istante i corpi si consumano, s’aprono immonde piaghe, squarci insanabili, si assiste alla fuoriuscita di viscere, ad emorragie zampillanti e inarrestabili, e sorvolo sull’odore nauseabondo, degno delle pire di Varanasi. 
Mi duole chiosare, ma è curioso che abbia assistito a questo truce avvenimento proprio in quelle terre, già funestate dall’odio. 
Mi risulta che il ristorante abbia cessato l’attività definitivamente, a causa degli ingenti danni causati dall’esplosione dello sfortunato cliente.
Due mesi dopo, il destino volle istruirmi a dovere, per cui accadde ad un mio caro amico, del quale – come ben si può comprendere – non farò il nome. 
Da tempo annusavo la sua effusività, ma non ve n’era la certezza. Diverse volte gli consigliai di sottoporsi ad una radiografia, per verificare almeno la presenza della calcificazione ipofisaria, ma il tapino s’è fatto una concezione tutta sua (e limitata) della prevenzione, che – anzitutto – può riguardare solo sé stessi, e non va praticata per scongiurare danni al prossimo. Inoltre, e forse è ancor più grave, la prevenzione consiste unicamente nel praticare dello sport e nell’ingozzarsi di agrumi, anche fuori stagione, come suini raffinati e viziati.
Dunque: una sera l’amico e sua madre s’infilano (in mia presenza) in una discussione senza capo né coda, intorno a futili argomenti. Il tema riguardava l’importanza di ricoverare sempre l’auto nel box, una volta rientrati a casa. Il mio amico, che non sempre s’attiene alle regole della casa, sosteneva che, specialmente a notte fonda, tenendo conto che il cortile è protetto da un cancello e da muri di cinta, riteneva scocciante, nonché inutile e rumoroso, perdere del tempo nella complessa operazione. 
La madre, naturalmente, gli dava contro. Insomma: uno scambio di idee di assoluta sterilità, accompagnato da miei continui sbadigli, lubrificati dall’abbondante vino bevuto e dal tono dei due. Era sommesso; nessuno alzò la voce, ma entrambi sostenendo, senza indretreggiare, le proprie ragioni. 
Ad un tratto, trascorsa una buona mezzora ad argomentare intorno al nulla familiare, dopo che alla madre s’era formata una ruga verticale fra le sopracciglia (segno di irritazione), il mio amico ha esalato una sbuffata di fumo dalla bocca. L’aroma, accompagnato dal tipico sfrigolio, mi suggerì immediatamente si trattava precisamente di vapore.
A bocca spalancata, puntandosi al bordo del tavolo, egli prontamente si scostò all’indietro, rimanendo seduto. Si piegò in avanti e vomitò tre boccate di magma.
Grazie alla sua rapidità non si fece del male. 
L’orchestra della Natura è unica nella sua perfezione: questi indivudui sviluppano una proteina, recentemente identificata, che protegge le mucose interne, al contrario degli altri tessuti. Poteva quindi anche uccidersi, ma solo eruttandosi addosso. Per questo gli “esplosivi” sono più temibili.
E’ in atto una gara, a suon d’investimenti, per riuscire a sintetizzare la proteina: in futuro potremmo passeggiare noncuranti, in ambienti ora proibiti. Potremo tuffarci, forse, persino nel sole.
Questa vicenda si concluse bene; soltanto il pavimento della sala da pranzo (che, per ironia della sorte, è in cotto) venne danneggiato dalla magma.  
In genere l’epilogo di certi racconti è macabro. Tutti i resoconti di uomini effusivi, riportati dai mass media, terminano con l’elenco delle tremende mutilazioni subite e, non di rado, con la morte dell’uomo-vulcano.
Questo mio caro amico, ripresosi dal trauma, si sottopose ad una serie di esami; non risultò visibile la calcificazione dell’ipofisi che accompagna la quiete, nessun disturbo pancreatico; i medici dovettero solo annotare un altro caso misterioso, relativo a questa curiosa e orripilante proprietà degli esseri umani.
La pista genetica, però, di lì a poco riprese quota, per via della scoperta d’una famiglia composta da quattordici persone (i genitori, con dodici figli, di cui otto maschi), tutte effusive. Stavano in Anatolia.
Le riprese filmate hanno mostrato al mondo il padre che, con grande sagacia, rigurguta in diversi stampi il suo infuocato vomito, realizzando oggetti di vario genere, come i portaceneri colati al momento durante le eruzioni dell’Etna.
Ad oggi, mentre racconto, laboratori specializzati stanno analizzando incessantemente profili genetici, per scoprire l’arcano.
Uno storico tedesco, recentemente, ha pubblicato un saggio, a sostegno della sua tesi: i draghi, in realtà, erano uomini eruttivi.
  

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Tutte le formiche del mondo

“E allora vide il bambino. Era una carcassa gonfia e inaridita, che tutte le formiche del mondo stavano trascinando laboriosamente verso le loro tane lungo il sentiero di pietre del giardino.”
Tratto da “Cent’anni di solitudine” di G. G. Marquez.
Ieri mi sono soffermato sull’attenzione riposta dal grande Marquez nel regno animale; un‘attenzione che non si cura della gerarchia filogenetica delle specie.
Si tratti di porci o pennuti, oppure ancora termiti e formiche, è costante la presenza simbiotica della Natura nel mondo magico-realista dello scrittore.
Significativo, a tale proposito, il fatto che sia la formica e non il giaguaro a portare via la carcassa dell’ultimo dei Buendia, il quale, maledetto, reca il segno dell’incesto: non una voglia o un‘occidentale deformità, ma una semplice coda di porco.
Certo, l’altissimo Marquez è colombiano, impregnato per cui d’una Natura che la fa da padrona e che l’uomo – tuttora – invade. La formica, allora, non è l’intruso, concetto anch’esso squisitamente “nostro”, avendo confinato la Natura fuori dagli spazi della nostra esistenza. Proprio ieri un‘anziana Signora, incontrata in un negozio, mi ha confessato (peraltro con pervicacia) di avere il balcone inagibile, causa  una fila ordinata di formiche, aggiungendo di temerle quanto una pestilenza, concludendo con uno sconsolante: “Capitano tutte a me…”.
Io stesso, pochi giorni fa, mi sono attardato ad osservare delle api che entravano in un piccolo foro del muro di mattoni pieni, che delimita il patio della casa dei miei genitori. Il mancato rispetto dei confini, da parte degli ammirevoli apidi non m’ha turbato. Le rimiravo trasognante, come se non potesse essere reale, tale finezza. Anche in me, perciò, scevro da sentimenti di ribrezzo, s’è destata la meraviglia per un semplice spaccato di Natura, cioè una reazione da essere avulso dall’ambiente naturale, un animale cementificato nell’animo. 
E’ indubitabile che lo sguardo compenetrante di Marquez abbia, a monte, la regia d’una cultura “altra” rispetto alla nostra, per cui la formica trascina via l’ultimo della stirpe (lo riconduce alla terra come il fiume della Wolf), le termiti rodono le abitazioni, ineluttabilmente, ed il gallo, indomito pennuto che nei nostri luoghi gira crudo in campagna (come osservò Baudelaire) laggiù si cimenta in combattimenti all’ultimo sangue per diletto e azzardo degli uomini...
Qui, no. Qui è affatto diverso: il topo, la lucertola, la mosca, la formica… Esse sono bestie sozze, apportatrici di malanni, dalle abitudini malsane e disdicevoli, onde per cui la presenza d’un solo esemplare fra le mura domestiche è motivo d’allarme.
Li si eliminano, inoltre, senza nessuna lealtà: dell’ottimo veleno e via.
Fin da piccoli, ed è tremendo, veniamo allevati senza compassione verso certe bestiole. Da bambino possedevo un rudimentale fucile di legno, che permetteva di scagliare elastici contro le mosche, spiaccicandole contro i vetri delle finestre.
Questo ricordo illumina un particolare prima rimasto nell’ombra: non provavo pietà e neppure m’impressionava la salma dilaniata dell’insetto.
Sarei portato a concludere, senza soffermarmi troppo, che la mosca, non permettendo d’aprire un rapporto dialettico, dimostri la sua appartenenza ad una zona filogenetica “minore”. In altre parole: la mosca non mi fa “le feste”, quando rientro la sera e non s’accovaccia sulle mie gambe, mentre mi rincoglionisco dinnanzi alla televisione. A riprova della sua moschina inferiorità, i suoi atteggiamenti non cambiano, neppure a seguito di miei slanci affettuosi. Persino dei banali esperimenti pavloviani non mi riescono, con la mosca; può darsi che sbagli tecnica. Preciso che l‘esistenza d’una mosca, in condizioni agevoli, toccherebbe i dieci giorni; il tempo per manifestare una passione, seppur sgraziatamente, ci sarebbe, ma… nulla.
Eppure, a mio modesto avviso, non è lo scodinzolare, od il ruggire, che conferisce al bestio la nobiltà.
E’ il sangue, sono le viscere, sono i guaiti e gli sguardi atterriti. E’ l’uomo stesso, in breve, proiettato sulla bestia, che fa destare la pietà nell’assassino.
A questa conclusione giungo per via degli animalisti, corrente di pensiero che non mi feconda, i quali non si guardano dal massacro compiuto quotidianamente camminando.
Qualcuno potrebbe farmi notare, essendo la levitazione interdetta al volgo, che non ci sia una soluzione possibile, apparentemente, ma ciò non mi convincerebbe.
Sono certo che, se le formiche lanciassero urla di dolore, udibili, se gli esoscheletri degli insetti si fratturassero con fragore, se ogni nostro passo sull’asfalto lasciasse visibili chiazzoline di sangue, se lo sguardo della mosca apparisse liquido e dolce quanto quello del San Bernardo e se mamma vespa imitasse Anna Magnani, nel tentativo di difendere i vespetti dal veleno… beh, allora sarebbe tutt’affatto diverso.
Nel bel mezzo della savana incontrai scarabei grossi come saponette.
Questi, se ribaltati a zampe all’aria, emettevano (ignoro come) una sorta di lamento acuto; con chissà quale archetto sollecitavano corde invisibili. 
Ebbene: questi esseri, che nella penombra, negli stessi luoghi, all’europeo suscitavano soltanto disgusto una volta schiacciati inavvertitamente, di giorno facevano inumidire gli occhi ai più, e, lanciando il loro stridore doloroso, venivano rispettati.

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