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Cani e Gatti

Il 14 agosto, dopo un pantagruelico pranzo in un agriturismo  d’altura, si stava chiacchierando col mio amico Vanni ed i rispettivi genitori, quando si fermarono quattro passanti, per ottemperare al codice montano, che prevede inutili convenevoli.
Uno di loro, piuttosto âgée, manifestò immediatamente (a sproposito) la sua passione per il Duce e la sua fede fascista, senza lesinare continui saluti romani, dispensandoci racconti di fucilazioni di giovinetti intemperanti e illustrando la più lisa delle teorie di fantastoria; come sarebbe il mondo se il baffino avesse vinto la guerra, che, al vecchio pungeva, pare venne vinta dal baffone.
Tralasciando le visioni cupe dell’ultra-ottuagenario, la discussione s’incagliò intorno al rapporto fascisti-partigiani: mio padre sosteneva che – nella stalla di suo nonno, quando fuori infuriava la bufera di neve – si scaldavano e si rifocillavano insieme i tedeschi, i partigiani ed i fascisti.
Il vecchio ripeteva a macchinetta che, no, fascisti e partigiani non avrebbero mai potuto sedere allo stesso tavolo, neppure per fame. Sembrava accettare, invece, la comunella di soldati tedeschi e partigiani.
A me, onestamente, la verità propugnata dal vecchio pareva una colossale idiozia. La storia è piena di episodi che lo provano: per una donna scoppiano guerre infinite e per la fame le tregue sono quotidiane. Ammetto: la scuola dell’esistenza ha un indubbio peso, nel bagaglio delle esperienze. Ciò che si può ragionevolmente dubitare, è che una persona abbia gli strumenti critici per interpretare gli eventi e per raccontarli con onestà. In altre parole: per un gatto, l’amicizia con un cane può essere d’imbarazzo presso la comunità felina. Meglio sorvolare se non si possiede solida arte retorica, per dimostrare che la storia è sollecitata e deviata da fronti comuni, da masse che formano solide e immense unità, all’interno delle quali, gli uomini, le cellule, non possono essere identici negli intenti, come è nella natura delle cose: la somma non è solo un elenco di unità. 
Io cercai d’intervenire, ricordando al vecchio che Rigoni Stern, durante la ritirata di Russia (ci perì anche il padre di mio padre), accolto nelle isbe, per scaldarsi e per nutrirsi, spesso si trovò seduto ad un tavolo assieme ai soldati russi, per poi ripartire, tutti, ognuno verso il proprio disumano destino. 
Io, povero ingenuo, pensavo che lo sterminio testimoniato da Rigoni Stern non avesse un colore: fu il resoconto di un suicidio di massa, una carneficina il cui messaggio non ha nulla a che vedere con le divisioni politiche. Mi sbagliavo. Il vecchio non era incline alla lettura ed al ragionamento.
Comunque sia: ecco la vicenda che visse mio padre, a cinque anni, per cui della sicumera del vecchio ben poco m’importa.
Per sfuggire ai bombardamenti, si rifugiò dal nonno, sui monti del bresciano: a Ono San Pietro.
Sostiene mio padre, appunto, che la temperatura della stalla attirava esponenti di tutte le fazioni in guerra: deponevano le armi, entravano, si scaldavano e si rifocillavano, per poi andarsene a gruppi e ricominciare a massacrarsi. 
Devo aggiungere un particolare: la zia di mio padre ebbe un figlio con un fascista, che, a guerra finita venne arrestato, in quanto esponente della Banda Koch. La tensione, quindi, nella stalla del nonno Formentelli, colmava l’aria, già ammorbata dai polmoni di bestie, di umani e di umani bestiali. Si temeva continuamente un’uscita sbagliata, una parola di troppo che avrebbe scatenato una sparatoria. 
Una sera, la palla di mio padre finì nel grande camino della stalla; per recuperarla si aggrappò al calderone, nel quale sobbolliva perennemente il pastone per i maiali.
Il calderone gli si rovesciò addosso, procurandogli gravissime ustioni. Ancora oggi, passati sessantotto anni, il braccio destro per intero, il petto e mezzo braccio sinistro portano i segni di questa tragedia.
Venne immediatamente cosparso di olio, senza essere spogliato (assieme agli indumenti si sarebbe staccata anche la pelle) ed avvolto in pesanti coperte.
Partirono in quattro (mio padre racconta di fascisti e partigiani) che, dandosi il cambio nella neve alta, portarono a piedi mio padre fino a Capo di Ponte.
Lì si rivolsero al medico (del quale non rammento il nome), il quale caricò il gassogeno dell’automobile con legna secca, portando mio padre all’ospedale di Brescia.
La pelle, fusa nella posizione assunta al momento dell’ustione, venne tagliata immediatamente.
Fino all’età di diciassette anni, periodicamente, gli venne disteso il braccio destro (che rimaneva piegato) e ripiegato il sinistro, che giaceva perennemente disteso, per indurre la pelle a crescere correttamente e permettere il movimento degli arti.
All’ospedale di Brescia, nel quale soggiornò a lungo, una suorina gli s’avvicinava: “Mi dispiace piccolo, ma dobbiamo spaccare…”. Riponeva una bacinella sotto il gomito e, con un colpo secco, gli distendeva il braccio destro, aprendo uno squarcio nell’interno dell’articolazione del gomito. Poi ripeteva l’operazione al braccio sinistro, piegandolo.
Racconta mio padre di ricordarsi nitidamente due feriti gravissimi, giunti all’ospedale agonizzanti e morti poco dopo: uno con un buco in pancia. Non era una fucilata, si poteva vedere dall’altra parte, mancavano delle viscere. L’altro aveva perso parte del cranio.
Quand’ero bambino, mio padre mi spiegava di essersi procurato quel disastro combattendo nei Lanceri del Bengala. Pare che, alle ragazze, raccontasse di chissà quali battaglie, chissà dove combattute, riuscendo a dare ulteriore colore alla tragedia, di per sé già pulsante di rosso sangue, su sfondo verde acqua.
Mio padre ha vissuto tutto questo, ha giocato per anni con un tenente tedesco il quale (rischiando la fucilazione) lo faceva divertire mettendo la polvere da sparo sui binari, al passaggio del treno. Lo vide poi morire esangue dopo una coltellata.
Mio padre ha visto, ed ha capito che una cosa è l’uomo e altra è la storia, benché l’uno incida sull’altra e viceversa. Benché l’uomo crei la storia e questa, animata e ottusa come un Golem , possa tritare il suo creatore.

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La sobrietà


Nella camera da letto dei miei genitori, sul comò, per cui davanti allo specchio, un Gesù Bambino dormiente si beava della sua stessa immagine riflessa, quasi assiso.

La sua presenza, misurata sebbene altera, mai un gemito, né un abbozzo di sorriso, rimane per me un mistero.Ritengo fosse per compiacere la nonna, che viveva con noi.

I miei genitori non sono infatuati di fede, non hanno mai manifestato accenni d’estasi; mai m’hanno rimproverato colorando i concetti colle sfumature dello Spirito o spingendosi fino alle tonalità nerastre del peccato.

Son battezzato e cresimato, vivo la mia personale concezione dell’Altissimo e, quindi, non sono stato educato da mangiapreti, ma neppure da bigotti.

Il Gesù Bambino, tornando a Lui, era quasi a grandezza naturale e non so dire quanti anni avesse, benché la slavatura dei colori m’ispirava un secolo di penombra; la pelle, cerulea, era d’un perlaceo pallore. Le labbrucce, irrigidite nella posizione della poppata del lattante, erano si rosa, ma anch’esso appena accennato; pareva che la colorazione stesse lentamente raggiungendo la pelle, infiltrandosi da sotto.

Una cuffietta bianca, orlata di leggero pizzo, nascondeva la chioma, la quale, a giudicare dai due boccoli che solcavano la fronte liscia, uno tagliava l’esilissimo sopracciglio destro, l’altro il sinistro, doveva essere folta.

Anche questi due ricciolini, che temevo fossero di veri capelli, lasciavano fantasticare intorno ad un biondo in fase di formazione, oppure, nell’ipotesi macabra, ad un paglierino ormai passato.

Il Gesù era riposto in una culla ovoidale, sorretta da quattro gambe intarsiate, fini e con temi floreali. Fra le foglioline arricciate, che germogliavano dalle gambette, ristagnavano batuffoli di polvere appena accennati; impossibili da rimuovere, erano forse escrescenze della struttura, segni d’una qualche misterioso metabolismo secolare, più che frutto dell’incuria, data la cura (mai fanatica) con la quale mia madre spolverava il Salvatore.

Le lenzuola che avvolgevano il Cristo infante erano orlate d’un pizzo in miniatura e i bordi della culla, anch’essi, erano sormontati da un bianco e orlato tessuto.

L’Eterno bimbo, infilato in un candido abitino da battesimo, pareva una larva, non fosse per la presenza degli arti superiori, dei quali, ahimè, non ricordo la posizione. Non me ne voglia, ma i vestitini coi quali s’acconciavano un tempo i battezzandi non prevedevano pantaloncini; una sorta di sacco lungo, di modo che le gambine fossero libere di stendersi, conferiva al bimbo una forma tubolare.

Io, che lo guardavo di sottecchi, poiché m’impressionava, temevo d’essere irriguardoso, quando la sua immagine sfuggente rievocava in me quella di Pisellino, il figlio adottivo di Braccio Di Ferro, proprio per com’era abbigliato; ora, quando lo ricordo, noto che sia Braccio Di Ferro che Gesù Bambino esprimono diverse forme d’immortalità e, per entrambi, i rispettivi autori hanno escluso la paternità biologica.

Insomma, mi tocca ammetterlo, ma il Gesù Bambino dormiente m’impauriva, perché l’avevano fatto rassomigliare ad un morto, come la celeberrima mummia di Rosalia Lombardo, a Palermo, per la quale la sorella e la nipote lamentano la scarsa cura durante le riprese del National Geographic, e che tali supplizi l’abbiano rovinata, facendola rassomigliare ad una morta.

Da tempo il Gesù Bambino Dormiente prosegue il suo sonno eterno in uno scatolone, nella cantina dei miei genitori, ma tant’è… Ormai il danno è fatto.

Non reggo più la vista delle culle, che non siano sobrie, ed i bambini, poveri innocenti, li voglio vedere soltanto ben colorati e coloriti.

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Tutte le formiche del mondo

“E allora vide il bambino. Era una carcassa gonfia e inaridita, che tutte le formiche del mondo stavano trascinando laboriosamente verso le loro tane lungo il sentiero di pietre del giardino.”
Tratto da “Cent’anni di solitudine” di G. G. Marquez.
Ieri mi sono soffermato sull’attenzione riposta dal grande Marquez nel regno animale; un‘attenzione che non si cura della gerarchia filogenetica delle specie.
Si tratti di porci o pennuti, oppure ancora termiti e formiche, è costante la presenza simbiotica della Natura nel mondo magico-realista dello scrittore.
Significativo, a tale proposito, il fatto che sia la formica e non il giaguaro a portare via la carcassa dell’ultimo dei Buendia, il quale, maledetto, reca il segno dell’incesto: non una voglia o un‘occidentale deformità, ma una semplice coda di porco.
Certo, l’altissimo Marquez è colombiano, impregnato per cui d’una Natura che la fa da padrona e che l’uomo – tuttora – invade. La formica, allora, non è l’intruso, concetto anch’esso squisitamente “nostro”, avendo confinato la Natura fuori dagli spazi della nostra esistenza. Proprio ieri un‘anziana Signora, incontrata in un negozio, mi ha confessato (peraltro con pervicacia) di avere il balcone inagibile, causa  una fila ordinata di formiche, aggiungendo di temerle quanto una pestilenza, concludendo con uno sconsolante: “Capitano tutte a me…”.
Io stesso, pochi giorni fa, mi sono attardato ad osservare delle api che entravano in un piccolo foro del muro di mattoni pieni, che delimita il patio della casa dei miei genitori. Il mancato rispetto dei confini, da parte degli ammirevoli apidi non m’ha turbato. Le rimiravo trasognante, come se non potesse essere reale, tale finezza. Anche in me, perciò, scevro da sentimenti di ribrezzo, s’è destata la meraviglia per un semplice spaccato di Natura, cioè una reazione da essere avulso dall’ambiente naturale, un animale cementificato nell’animo. 
E’ indubitabile che lo sguardo compenetrante di Marquez abbia, a monte, la regia d’una cultura “altra” rispetto alla nostra, per cui la formica trascina via l’ultimo della stirpe (lo riconduce alla terra come il fiume della Wolf), le termiti rodono le abitazioni, ineluttabilmente, ed il gallo, indomito pennuto che nei nostri luoghi gira crudo in campagna (come osservò Baudelaire) laggiù si cimenta in combattimenti all’ultimo sangue per diletto e azzardo degli uomini...
Qui, no. Qui è affatto diverso: il topo, la lucertola, la mosca, la formica… Esse sono bestie sozze, apportatrici di malanni, dalle abitudini malsane e disdicevoli, onde per cui la presenza d’un solo esemplare fra le mura domestiche è motivo d’allarme.
Li si eliminano, inoltre, senza nessuna lealtà: dell’ottimo veleno e via.
Fin da piccoli, ed è tremendo, veniamo allevati senza compassione verso certe bestiole. Da bambino possedevo un rudimentale fucile di legno, che permetteva di scagliare elastici contro le mosche, spiaccicandole contro i vetri delle finestre.
Questo ricordo illumina un particolare prima rimasto nell’ombra: non provavo pietà e neppure m’impressionava la salma dilaniata dell’insetto.
Sarei portato a concludere, senza soffermarmi troppo, che la mosca, non permettendo d’aprire un rapporto dialettico, dimostri la sua appartenenza ad una zona filogenetica “minore”. In altre parole: la mosca non mi fa “le feste”, quando rientro la sera e non s’accovaccia sulle mie gambe, mentre mi rincoglionisco dinnanzi alla televisione. A riprova della sua moschina inferiorità, i suoi atteggiamenti non cambiano, neppure a seguito di miei slanci affettuosi. Persino dei banali esperimenti pavloviani non mi riescono, con la mosca; può darsi che sbagli tecnica. Preciso che l‘esistenza d’una mosca, in condizioni agevoli, toccherebbe i dieci giorni; il tempo per manifestare una passione, seppur sgraziatamente, ci sarebbe, ma… nulla.
Eppure, a mio modesto avviso, non è lo scodinzolare, od il ruggire, che conferisce al bestio la nobiltà.
E’ il sangue, sono le viscere, sono i guaiti e gli sguardi atterriti. E’ l’uomo stesso, in breve, proiettato sulla bestia, che fa destare la pietà nell’assassino.
A questa conclusione giungo per via degli animalisti, corrente di pensiero che non mi feconda, i quali non si guardano dal massacro compiuto quotidianamente camminando.
Qualcuno potrebbe farmi notare, essendo la levitazione interdetta al volgo, che non ci sia una soluzione possibile, apparentemente, ma ciò non mi convincerebbe.
Sono certo che, se le formiche lanciassero urla di dolore, udibili, se gli esoscheletri degli insetti si fratturassero con fragore, se ogni nostro passo sull’asfalto lasciasse visibili chiazzoline di sangue, se lo sguardo della mosca apparisse liquido e dolce quanto quello del San Bernardo e se mamma vespa imitasse Anna Magnani, nel tentativo di difendere i vespetti dal veleno… beh, allora sarebbe tutt’affatto diverso.
Nel bel mezzo della savana incontrai scarabei grossi come saponette.
Questi, se ribaltati a zampe all’aria, emettevano (ignoro come) una sorta di lamento acuto; con chissà quale archetto sollecitavano corde invisibili. 
Ebbene: questi esseri, che nella penombra, negli stessi luoghi, all’europeo suscitavano soltanto disgusto una volta schiacciati inavvertitamente, di giorno facevano inumidire gli occhi ai più, e, lanciando il loro stridore doloroso, venivano rispettati.

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La primavera italiana

Anni fa, in gita nelle terre di Tunisia, vidi infinite volte la foto di cui sopra. Appiccicata sui muri,  incombente si ergeva su grandi cartelloni, o nei locali pubblici; talvolta, sogguardando nelle finestre, la notai anche nelle abitazioni.
Ebbene, per chi non lo sapesse, si tratta del deposto Ben Ali, ex “presidente” della Tunisia.
Ho già avuto modo di esprimere la mia ritrosia, nell’affrontare temi reali; non è inconsapevolezza o agnosticismo. Semplicemente fatico a svolgere i miei pensieri senza l’uso dell’ironia e delle iperboli.
Oggi, però, ci provo, poiché vorrei spendere due parole intorno ai nostri poveri precari. 
Ben Ali, lo vidi quasi sempre intento in quel gesto, con le mani. Posto che lo comprendo: quando si è i soggetti unici d’un ritratto, le mani, (che non possono stringerne altre, oppure abbracciare) non si sa mai dove collocarle e, teniamone conto, in tasca o dietro la schiena, non s’ha da fare; non è educato.
Ciò detto, il gesto di Ben Ali può essere letto inforcando le lenti più disparate: unione, fratellanza, forza, forse anche rivoluzione, termine che – nella puerile retorica dei despoti – fa a gara con Dio, per il primo posto fra i nobili valori ispiratori.
La realtà era tutt’altra: si stava fregando le mani. Si, era così evidente il suo gesto; era incline alla sincerità Ben Ali, si sfregava i palmi, proseguendo sul dorso della mano opposta, per poi tornare reciprocamente ai palmi, nel gesto circolare dell’infreddolito (fatto bizzarro in Tunisia), o nel moto di apprezzamento e pre-gustazione d’un lauto e perpetuo pasto luculliano. 
Sottolineo che, in natura, solo la mosca esegue un gesto simile, circolare, quando pare pulirsi il “viso”. Ora che la scienza ha attentato alla poesia di Luciano Di Samosata, farei notare prosaicamente che la mosca, prima del tiranno, vive in perenne banchettare.
Ebbene, appurato che Ben Ali stava assaporando il suo banchetto sine die (se qualcuno volesse obiettare, faccia pure), vorrei far notare che la primavera araba se l’è portato via; probabilmente il suo sconfinato amore per il popolo non venne apprezzato. Prestando un poco d’attenzione si noterà che a tutti i politici del mondo, talvolta sfugge incautamente questo gesto; persino ai nostri. Per svuotare di senso le mie osservazioni, si dovrebbe prima demolire la filosofia platonica, dimostrando che “ingaggiando” la forza di un’idea, non se ne trascini – con essa – l’influsso di altre collegate e che i poteri non dialoghino sempre fra pari. Liberi di tentare l’impresa immane; a me parrebbe impossibile. 
Ora, i nostri precari. Due appunti per un’italiota e futura primavera: dove finiscono i contributi versati dai precari, assodato che non tornano a loro? Due: il precario che non ha un contratto, perde gli eventuali rimborsi derivanti dalla dichiarazione dei redditi. Niente assegno circolare, niente contanti… nulla. Denari fagocitati dalla macchina statale; forse, nell’ipotesi più sopportabile, si sommano all’entropia universale.
Ebbene, cadendo nella dialettica più bassa, cari nostri governanti, forse è giunto il giorno di mostrare bene le mani. Sempre. 
Che paese c’immaginiamo, derubando i giovani?
Certo, si potrebbe rispondere che “le commissioni insediatesi, nell’approntare il regolamento per cui l’istituzione di apposito fondo gestito dalla Cassa e che bla bla bla bla bla bla…”,  per poi culminare nell’apocalittica e contorta descrizione d’una morte prematura di governo e commissione, oppure chiarire che la risicata maggioranza ha pagato il vile tradimento d’una frangia cattolica e/o che “servirebbero allora X milioni di euro, forse reperibili con un aumento dell’uno per cento del”…
La verità, raramente, è sensibile. Come questa descritta. La nostra società deruba e affama i giovani. 
Fate qualcosa e fatelo subito. E’ compito di chi viene eletto.

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Delirio d’impotenza

Giorni fa disquisivo con un’avvenente fanciulla, intorno a qualsiasi sistema ci capitasse a tiro.
Il sentiero del chiacchiericcio ci ha condotti ad una delle più alte asserzioni: le previsioni meteo sono pessime, ma non abbiamo modo di cambiare le cose.
Colgo l’occasione e c’infilo una chioserèlla: “Grazie a Dio non c’è soluzione” è una mia uscita giudicata molto felice (de gustibus…).
Nella solitudine, che sempre si stende su di noi assieme alle coperte, riflettevo sull’asserzione avventata.
In realtà ho notizia di tre tecniche o metodi, per variare le condizioni atmosferiche.
Della prima non parlerò, perché ritengo che certi argomenti debbano essere realmente esoterici; sono conscio del fatto che la rete renda tutto fruibile (ma spesso poco nutriente), ciò nonostante perduro nella mia ostinazione rispettosa.
Posso soltanto suggerire che si tratta di chiedere a “qualcuno”.
Qualora un lettore mi giudicasse, perciò, quaquaraquà, il fatto non mi disturberebbe troppo. Aggiungo che essere a conoscenza d’una realtà, non significa possederla.
La seconda soluzione riguarda l’utilizzo del celeberrimo macchinario di Wilhelm Reich, quel piccolo Leonardo.
Sarebbe complicato averlo in prestito, ancor più costruirlo di quelle dimensioni, penso ci sarebbe bisogno di un corso d’acqua vicino, o di una soluzione alternativa comunque non semplice.
Impresa spossante, ma teoricamente possibile.
Terza e ultima via: il macchinario di Ighina, che la nostra amata televisione cassonetto ci mostrò all’opera, in quel di Imola, casa dell’inventore.
Non ho sotto mano il progetto, ma se non erro prevede uno scavo che dovrei praticare nel mio giardino.
Io, uomo di rovine, intese come costruzioni diroccate, non ho giardino ed il cortile che mi si apre di fronte è certamente progettato da Pavese, contando solo su zizzania, gramigna, parietaria e qualche sparuto ciuffo di capelvenere che corrode il muro più a nord. Due anni fa vidi una carnosa bardana, ma i primitivi che mi circondano la strapparono senza pietà, ignari delle proprietà medicamentose e gastronomiche delle foglie e della radice; odoro anche un tocco d’insipienza, ma non posso escludere che non sia la mia.
Dovrei supplicare i miei genitori per poter scavare nel loro meraviglioso giardino; dovrei chiedere al faggio maestoso, di cui un giorno parlerò, oppure parlerò dei faggi in generale; questo non perché ne sappia molto di loro. Conosco i tronchi argentati che l’autunno rilucono davanti allo sfondo brunito del fogliame caduto e i ricercati porcini che crescono nelle vicinanze
Impresa epica, perigliosa, domandare ai miei amati genitori, difficile ascoltare la risposta del faggio, ma non per questo riterrei il tentativo impraticabile.
Non escludo che ci siano altre tecniche per variare le condizioni atmosferiche, per cui la lista potrebbe farsi più lunga.
Queste considerazioni notturne, accompagnate dal mobilio che stride sul pavimento del piano di sopra, non m’hanno aiutato a prender sonno, l’altra notte.
Io non vedo più un confine netto fra il possibile e l’impossibile, e questo mi tiene desto.
In rari momenti di razionalità, che in tali contesti ripassa il mio contorno con uno spesso tratto nero, riconosco l’impossibile in quanto altro rispetto alla mia materialità ed alle leggi che mi permettono d’apparire “sodo”, nel contempo la ragione mi spinge a valutare i fattori di questo prodotto e di uno qualsiasi, purché impossibile.
Ecco che allora produco un pesto di pensieri, frammento e mischio il tutto, lo zero e l’uno, aggiungo del due quanto basta. E’ indubitabile, per me, che il mio sguardo concorra alla tinta che colora il reale.
Io non posso sopportare più questo fardello, che da tempo cerco di alleggerire nell’unico modo: rendere possibile il più possibile, anche per poter dormicchiare un poco...

Delle ideologie e di altre amenità


Ammetto che il vizio di qualificarmi per esclusione è ormai radicato in me, allo stesso modo ammetto che potrei appellarmi all’onestà intellettuale, per giustificarmi; qualunque sia la spiegazione di questo mio “annacquarmi”, chiarisco di non essere un politico, uno storico o un filosofo.

Libaratomi da questo peso, vado al dunque: oggi giorno, complice – a mio avviso – la diffusione scientifica di una diruta sottocultura umanistica,  tutto è analizzabile e riducibile a due stracci di considerazioni, di superficie, scontatissime, elementari...
Rimarcando ciò che non sono, al mio rozzo sguardo appaiono dei precisi colpevoli (feudatari, cavalieri e altre figure che la sottocultura porta a considerare estinti,  tuttavia vivi, in piena attività).
Vien da sé, benché io non appartenga a tutta una serie di esperti, che tali colpevoli nascano e properino in un ambiente favorevole. Come Natura impone, allora, una forma vivente cerca di crearsi le condizioni per prosperare. La solita spirale.
Giusto per citare “qualcuno”, il caro PPP, all’indomani dell’esito referendario sul divorzio, manifestò il suo pensiero, indicando l’esito come risultato del mutamento dei valori dei ceti medi, ormai sposati al consumo, al falso benessere, soggiogati ad un nuovo potere che si stava pian piano strutturando, vaporizzato in atmosfera dai mass media, sottolineando che nessuna fazione politica aveva vinto (quindi nessuna aveva perso), ma attribuendo la vittoria a questo embrione di potere, in rapido sviluppo.
Ecco: PPP era marxista. Se qualcuno preferisse (o meglio comprendesse) era comunista. Profetico, lungimirante e marxista.
Ora, aggrappandomi alla sottocultura che m’intossica l’anima (per ora respiro), faccio notare che PPP non si poteva risentire, quando qualcuno gli appioppava l’epiteto di “comunista” e ciò per due motivi: anzitutto lo era, in secondo luogo il comunismo, allora, esisteva. L’ideologia per il buon nome della quale fu espulso dal partito, per presunti atti omosessuali, era ai tempi viva, nel pieno dell’età adulta, che s’avvicinava alla vecchiaia.
I celeberrimi insulti di Giannini alla Melato “bottana industriale, socialdemocratica”, che ai sottoculturati scatenano solo risate, sono la riprova che in quegli anni l’ideologia era una linfa che nutriva la concretezza, poiché la socialdemocrazia, per i cuori che palpitavano all’unisono col PCI, era una possibilità tragica di deriva.
Quindi, il caro PPP non poteva pre-vedere che il potere da lui intravisto, avrebbe (quarant’anni dopo) agitato lo spettro del comunismo, soltanto per scaldare gli animi sottoculturati e “ben guidarli” contro un nemico inesistente.
Neppure poteva immaginare che alcune vittime di tale idiota aggressione (potremmo scrivere “i socialdemocratici”?) si sarebbero difesi invocando la minaccia fascista (oppure lo ha predetto e pre-scritto; io, ignorante, non l’ho letto).
Ebbene, facciano un po’ ciò che a loro pare; io non posso fermarli. Ho facoltà però d’indignarmi, quando qualcuno mi da del comunista (o del fascista, ma questo non è ancora accaduto, ad oggi), attribuendomi idee che il tempo ha provveduto a rinsecchire, le quali non sono semplicemente irrealizzabili; si sono addirittura estinte nella nostra società, sono pesci fuor d’acqua, rimangono impresse nei libri, che il potere percepito da PPP guida scaltramente a non leggere.  Il mio cuore “pende” verso sinistra, per una serie di motivi, ma non mi faccio coglionare da voi.
Riconosco, in quanto li vedo, gruppuscoli e frangiucole di irriducibili, d’un colore o dell’altro, ma in Italia – per ora – nulla determinano e qualora dovessero aumentare, date le condizioni sociali, sarebbero comunque morti viventi. Tanti, viventi, ma morti. Sarebbe come vivere una delle notti horror, in cui i cadaveri si animano. Passata la folata, tornerebbero a dormire.
Insomma, dovendo darmi del “qualcosa”, “qualcosa” di estinto, siate fantasiosi: morto per morto, preferirei essere additato come fenicio, etrusco, antico romano, ateniese e, malgrado stia abbassando la guardia, sumero.   

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Enzo

la scomparsa di mia nonna paterna, nel maggio del 1994, fu per me un momento importante, di crescita, di rottura, un balzo in avanti; tutto questo malgrado l’immenso dolore che mi colpì.
Sono cresciuto con mia nonna, viveva con noi. I miei genitori lavoravano e lei badava alla casa, e a me.
Ricordo sempre, percependo una fitta, quando certi rari sabati, all’uscita dalla scuola (era la prima elementare), provavo delusione perché – come tutti i giorni – mi attendeva mia nonna invece di mio padre, al quale spettava quel giorno.
E’ questa una fitta tenue, ma che vien dal profondo. Stupida, oltremodo stupida. Ero un bambino, per cui l’emozioni – almeno allora – non venivano filtrate e bloccate da sovrastrutture antropiche, sociali. Quelle che ora, per chiarirci, non mi permettono di mordere selvaggiamente la carne dell’esistenza e mi provocano lievi attacchi di dermatite sulle braccia.
Eppure mi lascio pervadere da queste ambientazioni infantili e mi ritrovo là, sulla scale della scuola, scorgendo mia nonna col suo foulard ricamato, fra le persone che attendono i bimbi.
Stupidamente, allora, penso che vorrei rivivere quegli istanti, per provar piacere nel vedere la mia cara nonna, che ora penso sia tornata al fuoco totale, alla fucina universale.
Fu, quindi, un evento importante, perché per la prima volta compresi (anzi… tastai) la morte. La morte c’è, allora… Questo pensai. Nulla fu più come prima.
L’anno seguente, poi, scomparve un amico di famiglia, un amico di mia nonna e dei miei genitori. Un uomo sulla settantina, restauratore di mobili, che aveva una bottega d’altri tempi, col camino incrostato di colle centenarie ed un paiolo perennemente in ebollizione, con altrettanta colla pronta all’uso. Ricordo che la bottega era su due piani: il secondo non lo vidi mai; non mi facevano entrare per la presenza di macchinari pericolosi. Da bambino passai molte delle mie giornate in quella bottega, alla quale si accedeva dal salone dell’abitazione, in una casa – si dice – costruita nel 1400.
In quella casa ci visse a lungo la famiglia di quell’uomo, i suoi nonni addirittura.
Quando mio padre, bambino, era solo (suo padre non tornò dalla campagna di Russia e mia nonna era in sanatorio) venne accudito da loro, come un figlio.
Ebbene quando quest’uomo ci lasciò, dopo una lunga malattia, al momento della tumulazione piansi. Mio padre mi guardò stupito. “Non piangi mai…” mi disse.
Piansi perché con quell’uomo si chiudeva un libro, il libro della mia infanzia. Tutto era svanito, nel nulla, in quel nulla che poi ho cercato in qualche modo di penetrare, per sorvolarlo, forse.
Ebbene io non so scrivere necrologi, non è il mio mestiere. Non ho la lungimiranza della penna colta e sensibilmente fredda, e non ho bell’e pronto un coccodrillo nel cassetto.
Inoltre, questo mio modesto spazio web non è albergo di faccende serie; non mi esprimo bene, intorno a faccende serie.
Mi sono infatti ripromesso di non scrivere più nulla di cronaca, di ogni tipo. I commenti che suscita in me la cronaca, li trovo poi sempre banali, giudizi di scorza, che mai arrivano alla polpa. Inutili, per farla breve.
Questa volta non posso farne a meno e concludo:
per me con la scomparsa di Jannacci si chiude il libro di Milano, l’ha chiuso lui, come fece Renzo quando si portò con sé la mia infanzia.
Quella Milano dove sono nato, oggi, ha perso l’ultima tessera; tutto è diverso, il nome rimane, ma la città è un’ altra ormai.
I giorni sfilano inesorabilmente, noi procediamo anche nell’immobilità.
Con le lacrime agli occhi ti scrivo. Da qualche giorno, curiosamente, fra le tue canzoni che ciclicamente mi tormentano era il turno di Musical.
“Davanti al bar di un locale cinese che io… Con una voglia di pasta col pane che riempia… Magari un bidet…”.
Ciao Enzo e grazie, grazie, grazie…     

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Abissi

Guardo sempre con molta curiosità le immagini di pesci ed altre bestie abissali.

Il progresso tecnologico permette allo scienziato di arrivare a distanze prima inimmaginabili; oggi si praticano carotaggi su Marte e si pescano super crostacei a sette chilometri di profondità; questi sono belli pasciuti e non nego di essere incuriosito anche dal punto di vista gastronomico.

La singolarità di queste moderne “catture” mi colpisce, non tanto per l’aspetto di questi esseri, ma per la loro provenienza: l’abisso.

Gli abissi nella nostra esistenza discendono tutti da un concetto primigenio, sono anzitutto declinazioni di un’idea. Vi sono gli abissi marini, profondità impressionanti dove non vi è luce, né ossigeno.

Vi sono poi gli abissi esplorabili della terra emersa e quelli sotterranei laddove, potendo percorrere a ritroso il percorso del magma, ci si troverebbe a nuotare nel mare magnum di pietra fusa, il ribollire dell’indifferenziato, la pietra liquida staminale del pianeta.

Da questi ambienti si ripescano creature mostruose, simili alle chimere conservate nei musei, dai grandi occhi vetrosi, dalle fauci sproporzionate, dai colori lattiginosi, che disperatamente virano verso il bianco, perché laggiù manca la luce.

Probabilmente, anche l’esplorazione dell’oceano magmatico ci darebbe sorprese analoghe dal punto di vista chimico; mi permetto perciò un parallelo irresponsabile, fra elemento, molecola e organismo vivente.

Vi sono poi gli abissi impalpabili della profondità umana e animale. L’inconscio individuale, che, similmente al magma vulcanico, seguendo percorsi eterei di minor resistenza si tuffa nel grande mondo collettivo.

Anche da quest’ultimo riaffiorano immagini talvolta curiose, oppure agghiaccianti. Esseri orrendi, antropomorfi o bestiformi, insettoidi raggelanti e ibridazioni fra esseri organici e macchinari, sbuffanti e stantuffanti, che rimandano alle visioni da DMT, al sorprendente succo del Bufo, raccontate dal compianto Jerry Garcia. Il simpatico Bufo, inoltre, incarna alla perfezione l’idea della creatura abissale e la incarna perché indossa l’unico abito possibile, nel pieno rispetto della natura delle cose. E’ il rospo, infatti, che mi gracida alla porta unicamente di notte, avvolto dall’alone umido che il giorno poi dissolve; il rospo forse m’invita a scorrazzare fra gli abissi della mia esistenza, siano essi in me, o all’esterno.

L’unico ostacolo interposto fra me ed il rospo è la più materiale quotidianità, l’impossibilità nel vivere sia l’abisso, che la luce. L’uno invade l’altro, lo minaccia, lo inquina.

Fra gli abissi si incontra quindi la notte oscura, ambiente assai sorprendente, se si considera che il giorno e la notte sono due acconciature della stessa modella, eppure non tutte le differenze sono conosciute, poiché alcune sono ostinatamente ignorate, come il silenzio imposto dalla pallida e zoppa luce lunare, in contrasto con la sarabanda diurna di fratello sole.

Anche la notte, insomma, brulica di esseri confinati nell’abisso oscuro, che al sole scompaiono come vampiri, oppure assumono un aspetto meno spaventoso, mantenendo un certo grado di ripugnanza esclusivamente per fattori di tipo comportamentale o igienico. Aggiungo che l’abisso notturno (o l’abisso del silenzio, anche diurno) ci regala l’intuizione.

Fino alla noia devo citare Borges (è d’obbligo), per il quale “Le notti sono onde superbe: neroazzurre pesanti onde cariche d’ogni sfumatura di fondi detriti e di cose improbabili e desiderabili. Le notti son solite arrecare misteriosi doni e rifiuti, oggetti a metà ceduti a metà trattenuti, gioie con un emisfero oscuro.”.

Il caro vecchio Nietzsche ammonì che, scrutando a lungo nell’abisso, l’abisso scruterà in noi; come se questi si accorgesse, si volgesse verso di noi. Il celeberrimo occhio di Sauron vede ciò che ricade nel suo campo visivo. E’ un rapporto, per certi rispetti, leale. La vista dell’abisso non trapassa le montagne; al limite ci guarda di sottecchi.

Gli abissi sono vivi, è chiaro. Non solo perché sono percorsi da abitanti, non è vita riflessa, ma propria. Gli abissi non sono soltanto nere spelonche.

All’abisso strappiamo degli abitanti, ma l’abisso talvolta ce li dona, spiaggiati la mattina sul cuscino o lungo i marciapiedi. Non è un atto di generosità; è un reflusso gastrico.

Concludendo la mia povera riflessione: perché, visto che le correnti abissali ci recapitano anche regali preziosi, l’accezione comune del termine è negativa? Perché, per l’essere umano, l’abisso è soltanto il tremendo digestore, sul quale bordo si sosta prossimi alla fine?

Ecco che, il mattino, la nostra scarsa familiarità col discernimento ci condanna.

Io fatico, all’alba, a differenziare i doni degli abissi.

Dovrei scartare le sorprese diaboliche, tentatrici, pericolose e tenermi i gioielli d’incalcolabile valore, come l’ambra grigia del mio personale abisso.

Dovrei (e dovremmo) imparare a riconoscere i doni, fra i rifiuti. Le ossute vacche di Calcutta, che pascolano sulle distese d’immondizia, vivono dei doni di un abisso.


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Rozzi interrogativi intorno al tempo

A marzo dello scorso anno ho passato tre settimane estenuanti: mio padre è stato operato (tutto si è concluso bene), mentre, nel frattempo, l’imbianchino stava lavorando a casa mia (quindi, nell’andirivieni da e per l’ospedale ho anche svuotato l’appartamento e poi l’ho riempito nuovamente), poi, per ignote cagioni, forse acrivibili a doglianze degli astri (cioè lo stress, per gli umani) e a bambini infetti e infettivi, mi sono svegliato tempestato di papule: la temuta varicella dell’adulto.
Ho riflettuto perciò sul tempo,o meglio sul viaggiare nel tempo, vagheggiando la possibilità, essendone a conoscenza, di saltare pié pari quelle tre settimane di tormenti.
Premesso che, a mio modesto avviso, non è possibile andare a ritroso nel tempo; ciò che è teroicamente fattibile è avanzare. 
Ordunque: se Carlo con la varicella di proiettasse in avanti di due settimane, diverrebbe Carlo guarito (o peggiorato), oppure Carlo sarebbe più vecchio di tre settimane con la varicella al medesimo stadio, oppure (e infine), sarebbe l’esatta fotografia del Carlo all’istante del salto temporale? 
Tutti questi interrogativi non mi lasciano in pace, sono come le “informazioni di Vincent”, che mi orbitano intorno, ma non mi danno alcuna spiegazione.
Questo mio rodere mi ha permesso di ripescare una poesiuola dialettale che scrissi anni fa, che ripropongo:

Ol temp

 

Ol temp

Soo no se l’è;
ma el vedi scapà via.

Disen i studios
Che l’è propi
L’orelogg del mond;
i bastian contrari
disen che ‘l ghè no;
che l’è tuta fantasia.

Mi legi i lor matatt,
e me se tiri matt
ma mi el soo no se l’è,
el vedi scapà via.

***

 

Il tempo

Il tempo

non so cos’è,
ma lo vedo scappar via.

Dicono gli studiosi
che sia proprio
l’orologio del mondo;
i bastian contrari
dicono che non c’è,
che è tutta fantasia.

Io leggo le loro mattate
e mi tiro matto;
ma io non so cos’è,
lo vedo scappar via.

Revisione ortografica a cura di Marco Bertoli
 

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Il baro


Barare agli scacchi è un gesto blasfemo, un tentativo deicida, nessuna radiazione può mondare l’anima del criminale e, riflettendo, non esiste pena terrena commisurata.

Le fiamme eterne, un mirato e ben soppesato contrappasso, questa dura sorte affrancata dal tempo ne è la pena.

Vorrei chiarire: il mio non è un atteggiamento persecutorio; sto soltanto descrivendo meccaniche naturali, non soggette al nostro umano arbitrio, sempreché non si sia così orbi da considerare la Natura come “ciò che ricade nel dominio dei sensi”.

Insomma, così accadrà, mi rincresce per il baro, non ho potere per addolcire il suo tormento.

L’aspetto che m’indigna, però, è l’onta subita dall’arte, ergo da tutti noi, della quale ne beviamo, anche inconsapevolmente, un bicchierotto tutti i giorni…

Il settimo sigillo di Bergman, Von Sydow che sfida la morte.

Gli scacchi (n° 2) di Borges (Nel loro angolo austero, i giocatori dirigono i lenti pezzi. La scacchiera li incatena fino all’alba alla sua severa dimensione in cui battagliano due colori.).

Gli esperti in materie umanistiche non avrebbero a disposizione tanta esistenza, sì da completare un trattato sugli scacchi.

Bianco e nero, vita e morte, strategia, attesa, intelligenza e bla bla bla bla bla…

Non è concepibile dalla mente umana la gravità del peccato commesso; è inaudito. Per quanto si possa pesare la colpa, un quid sfuggirà sempre alle nostre grossolane pese. E’ come poggiare sul piatto della bilancia dei pesi inesatti, ai quali il Fato ha sottratto un millesimo di grammo. I conti non tornerebbero mai…

Io, al momento, resisto agli scacchi. Ogni tanto ci gioco, sfido il computer il quale, per un dilettante come me, è fin troppo abile, ma resisto. Non mi ci tuffo. Tutte le volte che mi giunge voce d’un corso di scacchi vado in tachicardia, è un richiamo muto, un invito alla madre di tutte le sfide, il bianco contro il nero, ma resisto.

Ho battuto un paio di volte Windows; ero annichilito dalla faticata. Resisto, perché fra il mondo (immondo, ma pur sempre vivo e quindi appetitoso) e la mia ascesi, vi è solo il fossato degli scacchi da attraversare.

Dolente per la tua maledizione, ex sindaco di Buccinasco.

 
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