Tre poesie per Cecilia

I.
La sera che ostaggi
noi fummo di Giovanni
il Pelato, si bevve lo scuro
Primitivo e lo scibile,
intero e minore,
dell’antropocene.
Lillo sapeva, sapeva per via
degl’inopportuni e vissuti
monologhi e notti.

II.
Nell’antro del vecchio
modellista e nell’ombra
riposano opposte l’icone:
la Vergine, il Figlio,
vedette sorvegliano
in tralice il despota
– di sbieco l’allievo –
e c’illudiamo che guardino,
per tramite a noi, benevoli gl’occhi d’un Dio.

III.
Gli stagni che vedi
– prima meandri
morti del fiume,
poi piccoli laghi –
sono ricoveri buoni
per le testuggini rese
a dei certami ferini,
spente le scuffie,
alate, dei bradi bambini.

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