Le formiche volanti

Nell’hotel governativo di Rangat l’aria era ferma e appiccicosa. Sembrava di attraversare camminando dell’olio vaporizzato; una sostanza oleosa e densa aderiva alla pelle lasciandoci preda di una pellicola soffocante.
 
La spoglia scrivania della reception era minacciata da gigantesche pale, che roteavano lentamente accompagnate da un cigolio d’attriti cronici, il che non avvalorava la mia teoria dell’atmosfera unta.
L’uomo ad accoglierci pareva un alieno rispetto agli altri locali: un indocinese, qualcosa del genere, i cui lineamenti erano stranieri in terra straniera. Questo ci univa. 
Spesso suonava il telefono e purtroppo non comprendevo la lingua: mi incuriosiva sapere i contenuti delle telefonate; l’hotel era semivuoto. Forse erano tentativi di prenotazione, ai quali veniva negato questo privilegio: soggiornare all’Hotel governativo.

Lo schioccare dei gechi scandiva il tempo, ma non riuscii a sentire una serie completa di sette, che, per la tradizione, dovrebbe portare fortuna.
Silenti vacche riposavano lungo la strada, un mite toro sorvegliava, alcuni cani di grossa taglia – nel buio – si confondevano coi vitelli più piccoli guadagnando in sacralità agli occhi di noi forestieri. Un forte profumo di samosa e patate masala pervadeva a folate il cortile; più a destra si notavano le caratteristiche baracche azzurre dei negozietti e delle gastronomie del luogo.
Nella stanza 106 era quasi impossibile rinfrescarsi: il rubinetto della doccia non si apriva. In compenso funzionava una seconda manopola, che comandava l’erogazione dell’acqua da un tubo tagliato a fil di muro, a due metri di altezza. L’acqua però non zampillava, si limitava a colare lungo le piastrelle, giallognole di sporco incrostatosi immediatamente al termine dell’inaugurazione dell’albergo, presieduta dall’Onorevole Barghawasabi Shavarangstamasita nel 1993.
Carnosi scarafaggi si aggiravano nella camera; entravano ed uscivano senza fatica, poiché la porta non arrivava al pavimento, lasciando un comodo passaggio per gl’innumerevoli insetti.
Da altre camere riecheggiavano distinti i sibili degl’insetticidi, seguiti dai tonfi delle blatte stecchite, che zampettavano velocemente nell’aria, avvelenate.
Di notte attraversammo il piccolo villaggio di pescatori e ci incamminammo sulla spiaggia a cercare tartarughe, ma trovammo soltanto uova divorate dai cani.
Profittammo allora della splendida stellata; ci sdraiammo sulla spiaggia e contammo le stelle cadenti. Ne passò una prepotente, la coda sfavillante di verde e arancione, con la sua luce e la scia rumorosa fece voltare anche chi fissava altrove.
In quel luogo lontano e avulso dal mio quotidiano, forse venni assalito dalle stelle. Incapsulato nel mio inconscio, pronto a ghermire, il malinconico dolore dall’alito romantico. Mi catturò il bisogno atavico di essere desiderato, da qualcuno, in qualche luogo; sentii la necessità di essere atteso – senza spasmodiche ansie – ma atteso; quel ruolo mi avrebbe anche sostenuto nel ritorno in Europa. Soltanto l’essere oggetto di desiderio avrebbe giustificato – in quegli istanti – la partenza.
Purtroppo dalle sconfinate zone dell’Anima, nessuno mi chiamò. Si udì soltanto un altro scroscio di cometa luminosa che non guardai, per non complicare la mia permanenza su quella spiaggia di tartarughe e di cani.
Il mio sforzo fu vanificato il giorno seguente, al risveglio. L’hotel era invaso da grosse formiche volanti. Si riunivano a ciuffi, parlottavano negli angoli dei muri scalcinati, tramavano. Tornato a casa seppi che negli stessi giorni un’identica invasione aveva interessato la Costa D’Avorio, dove un amico lavora, ma in quel di Rangat conoscere questa curiosa nota (forse scientifica) non mi avrebbe curato: le formiche volanti, in me, rievocano Garcia Marquez.
 

Un pensiero

  1. Non riesco a capire quanto ti amo e/o quanto ti odio quando riesci a scrivere così…invidia?
    Tra l'altro non capisco niente di come fare a lasciare il commento…ma per questo amo poco solo me…

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