Errare è umano

Un centro commerciale noto nella mia zona ha come simbolo un elefante.
Ricordo che, anni fa, in quel formicaio inoperoso, mi soffermai davanti alla vetrina di un negozio che aveva gettato la spugna. Le vetrine erano oscurate dall’interno con una carta di un giallo iper-diafano, la cui “giallità”, che sfuggiva ai sensi, non poteva che venirmi suggerita platonicamente.

Al centro di questo manifesto oscurante spiccava l’elefante-logo e la descrizione: “errare è umano”.

Reduce dalle savane keniote, e, ben conscio del fatto che l’elefante – nel suo ambiente naturale – placidamente passeggia in linea retta in quella terra sterminata, all’apparenza senza uno scopo… Ebbene… Io non capivo.
Troppo semplice svincolare l’elefante dal motto commerciale; troppo umana l’accezione di “errare” relativa all’insuccesso. Pensai allora che il negozio si fosse trasferito, perché, come l’elefante, girovagare (errare) è umano. Questo pensiero fu forse un vago ricordo arcaico, perché considerare nei nostri tempi l’uomo come nomade e beato è un indubbio delirio onirico in stato di veglia.
Quando mi riportarono nel mondo reale fu una grande delusione constatare il palese fallimento del negozio. Ora, lasciando perdere il mio analogico stato mentale, oggi parto per le Isole Andamane e spero di incontrare, come pare sia quotidiano, degli elefanti erranti sulle spiagge bianche e disabitate; spero anche di errare io stesso, perseverando nella mia accezione del verbo, cioè vagare senza meta.

Assalamualeikum.

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