Due aneddoti, anzi tre.

File:Ghiandaia imitatrice.png


Questa mattina, riaffiorando dal sonno, per poi sprofondarci nuovamente, ipnotizzato dal pacato ondeggiare tipico degli iceberg, nei momenti emersi ricordavo vaghi particolari di un sogno, nel quale la faceva da protagonista la ghiandaia.
Il tema centrale del sogno era un trattatello, illustrato con grande maestria, su come distinguere i segni del passaggio della ghiandaia, da quelli lasciati improvvidamente dalla passera comune.
Non ho proprio compreso l’utilità di tale ricerca, fissata in un trattato, ma ciò mi forza a raccontare due aneddoti sulla ghiandaia.
Il primo racconta la dimostrazione di sconfinata cultura ornitologica che sciorinò un tale, completamente ubriaco, in una trattoria nei pressi di Mondovì, anni fa.
In una tavolata di motociclisti, spiccava questo tizio, con un gran barbone imbiancato e un bel paio di baffi alla Nietzsche, i quali mi sorprendono sempre, poiché i visi che portano tali barbigi richiamano indubitabilmente l’espressione della tinca.
Il motociclista, rotondo ma ben rifinito, irradiava intorno a sé la grazia delle sfere ed aveva la punta del naso e le gote iniettate di vino; illustrava teatralmente la sua teoria, gesticolando  con un bicchiere di rosso nella mano, non di rado schizzando i suoi compari che apparivano imperturbabili, forse per i colori tipici dei loro abiti, che ben mascherano (o si sposano) col barbera.
Insomma, in tutto questo agitarsi di flanelle a scacchi rossi e neri, il tizio descrisse una tavola all’aperto, sotto un maestoso tiglio, in una proprietà a ridosso del bosco.
Alla fine del pranzo – proseguiva sbraitando – quando i commensali s’allontanano, il tavolo strabordante di avanzi d’ogni sorta e briciole viene preso d’assalto da industriosi uccelli, che nettano rapidamente la tovaglia, lasciando a bocca aperta i presenti, quando ritornano per sgomberare.
A questo punto la tinca umana sbavò un profluvio di definizioni, puntualizzazioni, classificazioni, per sistematizzare lo scibile che impregnava il quadro generale e dimostrare che, dato il tipo di avanzi in tavola, date le abitudini alimentari della ghiandaia (che da quelle parti, evidentemente, è molto diffusa), l’impresa di pulizie intervenuta non era una truppa di ghiandaie, ma di passere comuni, intervallate da folate di rapaci attirati dalla passera e dagli avanzi di cacciagione.
Il finale, biascicando, venne suggellato battendo sul tavolo il bicchiere, frantumandolo; seguì uno scrosciante applauso.
Io ero estasiato, come sempre abbagliato di fronte alle dimostrazioni di raziocinio applicato a questioni inutili ed ovvie; le acciughe al verde facilitarono il mio stato di beatitudine.
Il secondo aneddoto riguarda Sir Tedee Banghremas, per il quale la storia è stata parca di pagine. Preciso che “Sir”, anteposto a sonorità orientali, suggerisce la sua risalita dallo stato infimo di colonizzato fino al pianoro dell’aristocrazia britannica, ma nessun documento lo conferma.
Nel 1918, sempre nella stessa zona del Piemonte, scovò il celeberrimo “cimitero delle ghiandaie”.
Lo rinvenì all’altezza di tre metri, su di un’immensa quercia secolare, laddove dipartivano i cinque rami principali (essi stessi, presi da soli, possedevano il diametro d’un albero), formando una sorta d’incavo, spazioso e riparato.
In quel punto, Tedee contò ben 73 scheletri di ghiandaia.
In seguito, con l’ostinazione dei ricercatori, i quali – se convinti – dimostrano ogni cosa, s’appostò per tre settimane, in una casupola mimetizzata ad arte, registrando l’arrivo di ben sette ghiandaie, verificando poi la presenza del loro corpicino esanime, fra i resti già presenti. Una fossa comune per ghiandaie, un luogo di eterno riposo, come da tradizione delle ghiandaie piemontesi.
Giunto allora, dopo ventuno giorni, a contare ottanta defunte, Tedee s’apprestava ad affrontare un interrogativo fondamentale, per comprendere il curioso fenomeno: perché le bestie selvatiche non si cibavano di quelle carogne, osservando una sorta di rispetto animale?
Tutto questo, Tedee l’annotò sul taccuino, con illustrazioni minuziose e dovizia di particolari; annotò, purtroppo, il 23 luglio del 1918, d’aver sospeso le sue ricerche a causa d’un attacco di difterite.
La malattia se lo portò via in breve tempo, si deduce, lasciando irrisolto il mistero; il baule da viaggio seguì la salma in Inghilterra e, circa sessant’anni dopo, andò all’asta, rivelando al mondo la sua scoperta.
Tornando ai giorni nostri, il sottoscritto, verso sera, s’è reso conto d’aver visto – il giorno prima –  un film non eccessivamente stupido, nel quale una spilla che raffigura una ghiandaia imitatrice mostra il suo potere apotropaico. 

E, nulla… tutto qui.

Share

2 commenti su “Due aneddoti, anzi tre.”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *