La mucca piccola

 (opera di Tokuhiro Kawai)
Cara Cornelia, 
sappi che in un rudere, posto in una viuzza secondaria del mio inconscio, tanto che raramente vi transito, c’è un attaccapanni.
E’ un pannello di volgare legno, coperto da uno strato di finta radica, alla moda del design popolare degli anni quaranta.
Dal pannello (fissato al muro) si protendono sei macabre riproduzioni di zampette di daino, piegate all’insù. 
Durante le mie rare comparsate in quell’ambiente sotto-cosciente, entrato nel rudere, per prima cosa appendo alle zampette il mio pesante pastrano ed il cappello.
Sia chiaro, Cornelia, a casa mia tu non puoi aver visto questi abiti: fanno parte di una dotazione di eminente sostanza immateriale; è un equipaggiamento che utilizzo unicamente in certe zone fredde dei miei sogni.
Comunque sia: un giorno, appendendo il pastrano ad una zampetta, il muro intriso d’umidità e sfarinato mollò la presa.
Il pannello mi rovinò addosso e, con mia grande gioia (tu sai che ho il pallino delle crepe), rivelò una spaccatura nel muro, celata da chissà quanta porzione d’eternità, là dietro.
Era una signora crepa, Cornelia. Il punto più largo misurava una spanna; provai ad infilarci un braccio, che ci entrò fino al gomito.
Incuriosito dal nero corvino che promanava dalla crepa, soppesando l’entità della scoperta, me ne stavo con una mano sul fianco, mentre l’altra poggiava sul bordo della spaccatura e nervosamente ci picchiettavo le dita, staccando pulviscolo che odorava di fungo e pezzi fradici d’intonaco e gesso, che cadevano sulla mia scarpa.
In sogno, Cornelia, ho una chioma molto fitta e robusta, che pettino alla Proust. Figurati la mia faccia sormontata da una ridicola (ma pronunciata) scriminatura centrale.
Lisciandomi i capelli colla mano sinistra, sopra pensiero, forse mi pesai ancor più sul vecchio muro sfarinato e sfondai tutto, rovinando nella camera che stava dietro la parete.
Ripresomi dalla caduta, un poco sorpreso, offuscato dall’odore di muffe, che, sappialo, è un odore inzuppato, poco a poco mi abituai all’oscurità, notando subito un labirinto di sentieri scintillanti sulle pareti e sul soffitto, segno che quel luogo era percorso abitualmente da lumache.
Rialzandomi dovetti battermi vigorosamente i vestiti, per pulirli grossolanamente dai calcinacci; fu alzando lo sguardo che notai un’apertura, all’altezza di due metri circa, che s’affacciava in luogo animato da una luce fioca, appena accennata: hai presente le finestrelle dei vecchi cessi di ringhiera?
Valutai le dimensioni della via di fuga: non potevo tornare indietro, il crollo mi aveva imprigionato e la stanza non aveva porte.
Mi aggrappai all’apertura, nel tentativo di sollevarmi, ma – all’istante – dei graffi mi lacerarono il dorso della mano. Ricaddi nella prigione oscura e lumacosa; udivo, tenue e lontano, il tramestio d’un carro sulla strada.
Il carrò si fermò; poco distante da me, pensai. Riprovai a sollevarmi e ci riuscii. Raspando con le ginocchia sul morbido muro mi trovai fuori.
Mi rialzai. La luce lunare mi permetteva di distinguere: ero lungo un marciapiede. Mi guardai la mano: sembravano graffi di gatto.
Ora: ricordi quel vecchio contadino, alla guida d’un trattore con rimorchio, grasso, che indossava una tuta da lavoro blu e che teneva uno stecchino in bocca, che, ne “La voce della luna”, diceva d’un fiato (con tinte romagnole) – losapevoiochefinivacosì,altrocheballe! -?
Ecco, un personaggio di quel genere, sul carro, redini in mano, mi disse d’un fiato: – E’statalamuccapiccola,fasemprecosìpoiscappadilà! -.
Tutto qui.
Ti dedico questo questo sogno senza capo né coda. Sono certo che ci vedremo, alla mia prima visita nel rudere.
Ti dedico anche l’immagine: un dipinto a olio di Tokuhiro Kawai, che ho trovato per caso. Sembra che abbia posato tu.
 
Ciao Cornelia, sarai sempre nel mio cuore!

  
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