Le categorie kantiane

Caffè mattutino. E’ pacifico: il caffè contiene caffeina e favorisce il risveglio. Pare (se ne discute) che favorisca la digestione. Dosi eccessive sono eccitanti. In omeopatia, nel pieno rispetto della grammatica, coffea calma la mente che “galoppa”.
Inoltre: c’è il caffè solubile, una faccenda chimica, squisitamente chimica. 
Io prediligo la moka. Ne preparo una da tre, dopo cena e ne bevo solo un dito. Il restante lo consumo la mattina, freddo. Dopo 3 giorni, se avanzato, vira verso un gradito aroma di cioccolato.
La pressione atmosferica viene vinta dalla tensione del vapore dell’acqua e l’acqua bolle. Infatti non ribollono i laghi, per il momento.
Dal punto di vista d’un candido voltairiano, un poco cresciuto, tutto ciò è chiaro. Per esempio è chiara la ragione sufficiente per cui, se bevuto bollente, il caffé potrebbe ustionare.
Anche io comprendo i meccanismi chimici e fisici conosciuti, cioè le cause e gli effetti d’un qualsiasi evento, dedicando del tempo allo studio. Tempo fa comprendevo anche il fine ed il mezzo, li distinguevo. Poi non più. Mi spiego:  ero in grado di preparare il caffè, ma i ruoli degli attori apparivano immediatamente sfumati, senza un motivo,  e, più m’incaponivo per metterli a fuoco, più si sfocavano. Mi smarrivo in un dedalo di pre e post considerazioni inutili e prostranti
Il caffè fu il primo segnale di questa difficoltà insormontabile nel comprendere le relazioni della realtà. Il secondo segnale fu l’indifferenza verso il mio “regolo d’ingenuità”. 
E’ un regolo in legno di 20 centimetri, con 20 tacche graduate e imperniato al centro d’una cornice 30 per 30; il perno può scorrere in otto direzioni che s’irraggiano dal centro. E’ semplice. Inquadrando una persona a distanza (il viso deve rientrare nella cornice) si deve fare in modo che lo zero della scala sul regolo coincida con la radice del naso. A quel punto, ruotandolo, si annota la distanza fra la punta del mento e la radice del naso.
Poi, lo zero lo si colloca all’estremità di un occhio e si annota la distanza fra le due estremità degli occhi.
Infine, con lo zero all’estremità di un occhio, si annota la distanza fra questo e la punta del mento. Con un semplice calcolo (elaborato ispirandomi a Rodin) si ottiene un risultato che, nel continuum dell’ingenuità (da zero a dieci, da Remedios la Bella, la tabula rasa, a Mata Hari), quantifica l’ingenuità dell’esaminata. Ovviamente la scelta dei rapporti da misurare è frutto di millenari studi fisiognomici, che assumo per validi dogmaticamente.
E‘ fondamentale conoscere il grado d’ingenuità, perché fra gli ingredienti della grazia femminile c’è sempre una presa d’ingenuità. Questo lo ricordavo, ma non comprendevo più quale fosse il fine di questo mezzo e, ne consegue, non individuavo il mezzo, né il fine.
Orbene, dicevo: il caffè ed il regolo, calati nel fiume dell’esistenza, non li compresi più. Da un giorno all’altro, così. Le ragioni prime volatilizzate.
Dopo queste realtà, altre mi si svuotarono fra le mani, realtà il cui ruolo (lo deducevo osservando il prossimo mio) pareva inossidabile. L’automobile per esempio, ma anche le ciabatte, il quadro a vista, la radiosveglia che proietta le ore sul soffitto, la fedeltà perfetta del cane, la putrefazione che genera gigli, i polmoni che scoppiano dopo una corsa ed il gusto insaponato del coriandolo. Smisi persino di fumare.  
Potete immaginare quanto interesse suscitai per la scienza. Dopo classiche visite neurologiche passai attraverso macchinari dal ronzio trapanante, rigorosamente sedato. Venni addirittura spedito a New York, per essere scandagliato da un macchinario sperimentale, una tomografia avveniristica, che produsse una sequela d’immagini multicolori del mio cervello. Nulla…
Anche gli strizzacervelli, dopo avermi mostrato una collezione inesauribile di macchie simmetriche, dopo ore di ipnosi, dopo giorni e giorni di libere associazioni, conclusero che ero sano di mente.
La situazione divenne per me ingestibile. Immaginate d’essere a tavola: ci si alimenta (il che è un bisogno) con del cibo. Quale fosse il fine, quale il mezzo… io lo ignoravo. Rammento che una sera, grave passo falso, ci ragionai sopra. Conclusi che, allora, divorando una versione economica dell‘Aretusi, avrei superato brillantemente l’imbarazzo.
Mi salvò sempre il dubbio che, dilatandosi come una bolla, inglobò l’Aretusi non appena lo impugnai e con esso tutti i libri esistenti; persino quelli che non avevo mai letto e, temo, anche quelli dei quali non conoscevo l’esistenza.
Un caro amico, allora, tornato da Parigi, ci ritornò subito accompagnandomi allo studio filosofico del Dottor Rabroux, non lontano dalla Grande Moschea. “E’ l’ultima moda, suvvia!” mi rincuorò in aereo il mio accompagnatore. Il concetto di “moda” mi procurò un attacco di panico.
Il Rabroux disquisì a lungo col mio amico David (io non ne ero in grado) e concluse, con indisponente sicumera, che il mio era un raro problema di categorie Kantiane. 
Causalità e azione reciproca. Questi due cassetti della mia anima erano bloccati.
Io, potete ben capire, non compresi nulla di quanto il filosofo andava raccontando. Il concetto di cassetto, per giunta, considerando anche la valenza simbolica del termine, mi era di impossibile collocazione.
Ricordo solo che mi praticò la “mossa di Semont”; si narra che l’applicazione della mossa nei casi di categorie kantiane bloccate fu ipotizzata da un fiosioterapista esoterico (che non vuole dire nulla), un essere vivente poco diffuso persino a Parigi, più raro del domatore di topi e del consulente finanziario-medium; questi – per onestà intellettuale – domanda agli spiriti previsioni sull’andamento di borsa. 
Pare che la mossa di Semont sia utile nei casi di labirintite.
Il concetto, per il mio amico David, fu semplice da comprendere: diamo uno scossone, può essere che i cassetti ricomincino a scorrere lungo i propri binari.
La mossa mi procurò nei giorni a venire una violenta labirintite.
Rinchiuso in casa vagavo a tastoni, come un cieco m’appoggiavo persino ai fiori del bagno. Il contatto con qualcosa di statico mi ridonava equilibrio.
Dopo giorni d’incessante burrasca, le mie acque si placarono.
David vinse la mia ritrosia e mi accompagnò in un lurido pub.
Fu lì, quella sera, che un’avvenente donna mi fissò con sfrontatezza. I suoi occhi erano neri come la nigredo, perciò scintillavano promettenti faville; avevano la forma della più classica delle mandorle… Non v’era dubbio alcuno.
Istintivamente cercai nel borsello il mio amato regolo. Vi era ingenuità nella fanciulla? Il regolo giaceva polveroso nella libreria, fra due trattati di lettura del viso.
In quel preciso istante, figurandomi il regolo a riposo fra i libri, compresi d’essere tornato normale.
Fu la mandorla, che nulla ha da spartite con l’occhio, se non metaforicamente, che mi confermò d’essere tornato alla ragione.
Quale sia il fine e quale il mezzo nei rapporti molteplici fra uomo e mandorla, benché sia vana speculazione, dev’essere ben chiaro nella mente, per potersi permettere la manipolazione simbolica d’un vocabolo.
Quando tornai a casa, la sera stessa, tutto mi era chiaro. Finalmente, dopo mesi da candido errante, tutte le certezze erano affiorate dalla ribollita della mia anima.
Finalmente tornai alla mia consueta ottusità, alle mie inattaccabili certezze, all’equilibrio che mi permette di gettare al vento i miei giorni. 
  

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3 commenti su “Le categorie kantiane”

  1. Quale sia il fine e quale il mezzo nei rapporti molteplici fra uomo e mandorla, benché sia vana speculazione, dev'essere ben chiaro nella mente, per potersi permettere la manipolazione simbolica d'un vocabolo.

    Sono disorientato, mi gira la testa… ZQuic c'è materia per cinque racconti, il regolo dell'ingenuità da solo lo è. Ci sento il primo Landolfi, il Wilcock della Sinagoga degli iconoclasti, ma soprattutto si sento te. Che cosa fai in un postaccio come questo?

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