La tosse di Schiele

Questa mattina sul treno ero seduto davanti a una signora, sui sessanta penso, che vedo spesso in stazione. Piccola, secca e ossuta, sembra un autoritratto di Shiele.
La signora fuma sempre, in continuazione; non è che il fatto mi colpisca, l’ho solo notato, anche perché mi difendo bene in fatto di fumo.
Oggi, in treno, si è messa a tossire: una tosse veramente insolita. Una tosse da magnesium phosphoricum, convulsiva, irrefrenabile, secca, una sorta di “eheheheheheheheheh…”. Cioè, chiudendo gli occhi pareva una risata, ma era tosse. Questa tosse la sento alla mattina, in stazione, da anni, e da anni mi domando chi tossisce in questo modo così curioso, una secchissima tosse-risata, “eheheheheheheheheh!”. Ho chiuso il cerchio.
Quindi, tornando al treno, un tizio al mio fianco s’è alzato la sciarpa fin sopra il naso, a mò di mascherina protettiva, come se la donna fosse affetta da peste polmonare. Io l’ho guardato con un po’ di commiserazione, perché – così, dall’espressione che ha – secondo me quel tizio teme le risate, quanto la tosse.

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La crepa madre


Il progetto del mio primo romanzo è il seguente:
dalle fondamenta della mia casa, lato ovest, si sviluppa una crepa. Impercettibile avanza pian piano, e, salvo qualche raro gemito che ricorda scricchiolii di gusci di noce, silenziosa divide esattamente a metà la casa, poi avanza inesorabile e crea una ferita spaventosa nel pianeta. Come una mela privata di uno spicchio.
Quindi: a parte il dover dividere questa zona del mondo a metà (gli impianti, le strutture, etc..), con tutti i problemi derivanti, tralasciando lo stupore perché il pianeta non si distrugge per “fuoriuscita di nucleo”, bensì si cicatrizza, a parte tutto questo, un giorno capirebbero che è nata a casa mia, proprio qui.
E allora fama, denaro… interviste e copertine (io esprimerei le mie perplessità sulla nascita nel lato ovest, così per introdurre un po’ di pseudoscienza); insomma, una vita che proprio mi metterebbe in difficoltà. Mi distrugge la ribalta. Non mi interessa. 
Penso che il finale sia tragico:  deciderei di suicidarmi lanciandomi nella crepa, ma, mancandomi il coraggio, mi lascerei planare nelle viscere della terra con un parapendio, scomparendo negli sbuffi sulfurei del crepaccio inaudito.
Boh, magari lo scrivo.

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Più dita

Quando arriva il periodo caldo e la città pullula di sandali, allora seduto in metropolitana spesso mi ritrovo a guardare i piedi. A me piacciono i piedi, cioè, intendo esteticamente.
Anche i miei piedi non li trovo niente male; aggiungo che se la mia bellezza globale fosse al pari di quella dei miei piedi, ecco… Forse sarei un semidio, almeno.
Ma, a prescindere da questo: in metropolitana mi capita di perdermi fra le dita (se sono belle) e forse questa deriva mi confonde, perché talvolta di un piede conto 6 dita. Anche sette, mi è capitato una volta.
Questo errore percettivo è fortunatamente effimero, quindi conto al secondo o terzo tentativo – con esattezza – il numero di cinque, ma anche di quattro (anche questo mi è capitato una volta).
L’aspetto della vicenda che mi fa riflettere anche ora, a estate sepolta, è che quando conto un numero di dita superiore a cinque, non mi stupisco di ciò che vedo, ma del fatto che queste persone sfoggino con noncuranza questa proliferazione anomala. Io non reggerei.
Se, invece, ne conto quattro, il pensiero è di pietà, poiché dietro a quel numero penso che si celi una tragedia.
Beh, tutto qui. Queste diverse reazioni di fronte al numero delle dita m’incuriosisce.

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L’intelligenza del Moscone

Allora, questi sono i fatti:

Tizio si sveglia una mattina; sta campeggiando in una pineta in riva al mare.
Esce dalla tenda e un moscone gli ronza subito intorno, pesante e assillante.
Tizio esce dalla tenda per appartarsi ed espletare sacrosanti bisogni corporali.
Tizio (benché sia in una pineta) vaga qualche minuto per trovare un luogo che gli piaccia, che favorisca l’espletamento; il moscone lo segue passo passo, orbitandogli intorno ronzando.
Tizio trova il luogo adatto e si libera, quindi torna alla tenda.
Il moscone raggiante rimane nel luogo prescelto.
Allora mi domando da anni (soltanto oggi trovo il coraggio di chiedere pubblicamente): il moscone è regolato da meccanismi pavloviani, per cui all’umano che esce dalla tenda, seguono bisogni corporali da sfruttare?
Oppure: il moscone, in qualche modo, “sente” la presenza di detti bisogni, ancor prima dell’espletamento?
Boh…. se qualcuno conosce la verità… 

Granchio

Granchio, sulla punta dei piedi, riuscì ad aggrapparsi ad una sbarra della rugginosa inferriata della cella e, col suo ciclopico braccio sinistro, si sollevò sino alla finestra.
Due cavalli annoiati strascinavano il corteo funebre lungo la strada del paese, un piccolo coagulo di case. Era talmente minuscolo che anche le finestre della galera davano su quell’unica via. Il carro col feretro procedeva levigando  la ruota sinistra contro gli scalini che si incontravano nel procedere, lentamente, accostato alla parte in ombra della strada.
Solo così, in quel soffocante caldo umido che bolliva le ali delle farfalle, si poteva evitare che il funerale di Floreana divenisse una strage. Alcuni decrepiti e immemori anziani sedevano lugubri e inorpellati su di una portantina africana a quattro posti, di cui nessuno ricordava più l’intrigato girovagare che aveva condotto l’oggetto da una lontana corte tribale in un luogo ancor più isolato.
Il suonatore di flicorno, il marito, era subito dietro al carro, solitario precedeva i parenti della defunta con la sua espressione stolida e allucinata, pietrificato in una smorfia insensata: la bocca era un taglio perfettamente orizzontale nel viso, i muscoli facciali perennemente contratti. Sembrava che volesse sorridere, senza riuscirci.
La madre di Floreana lo vedeva come un idiota, un omuncolo che aveva subito gravi danni al cervello.
Anche in quell’occasione lo sentiva emettere il solito sibilo inalterabile, che talvolta pareva seguire delle melodie precise e andava a rafforzare la convinzione di aver dato in moglie la sua figliola ad un ricco cretino.
Forse aveva sbattuto la testa, si pensava, la cicatrice come il segno di un morso dietro l’ orecchio era ben evidente. Può essere che per evitare la morte si fosse affidato a qualche rampante medico che l’aveva instupidito a vita. A Londra si era lasciato ammaliare da qualche chirurgo all’avanguardia (Londra brulicava di menti sublimi) il cui lasciapassare per i salotti borghesi consisteva nel partorire nuove tecniche operatorie e altrettanti arnesi sorprendenti, approntati all’uopo, per poi narrare alle dame insonni e alticce la cronaca del proprio piscio di genio e – nondimeno – per dare dimostrazione dinnanzi al pubblico nobile, stancamente incremato e profumato, raccattando barboni sozzi e morenti lungo il Tamigi.
In verità il concertista inglese godeva di piena integrità fisica e mentale, la cicatrice rimandava a  imprese cavalleresche, mentre tali disavventure scientifiche o similari,  fantasticate dalla madre di Floreana per pacificarsi l’animo, avevano regalato un’infermità al povero Granchio.
Il fatto fu che, anni prima, uno straniero di passaggio diretto a Golona aveva mostrato agli uomini nella locanda degli strani punteruoli e seghe di cui  esaltava la fine precisione (benché ricordassero gli usuali attrezzi per legno dei falegnami), poi pinze tremende con allarmanti denti di caimano ed altre beccute e storte, lunghe e sottili dal colore di metallo lucidato, che l’imbonitore dichiarava in grado di raggiungere un punto qualsiasi dietro alle costole praticando un minuscolo taglio, evitando gli sconquassi sanguinolenti e i danni mortali delle ardite gesta operatorie di Londra.
Fra i presenti vi era il medico condotto, un germanico dallo sguardo scintillante e folle, che non aveva ancora manifestato una qualche forma di pazzia, attesa dai più avveduti quanto il naturale avvicendarsi di una stagione con la seguente. Tutti ben ubriachi fra quei muri ammollati dai vapori di acquavite, fra risate catarrose e sputi nella segatura trasudante che mascherava il pavimento, dei suonatori ambulanti pizzicavano le corde di carcasse di strumenti che dicevano provenire dalle regioni del mar baltico.
Per inspiegabile crudeltà del fato, il medico, Dottor Kuptenvarf, notò nel baule dell’imbonitore un libro in lingua tedesca: “Trattato intorno alla puntura cinese”.
Il dottore, così affamato di nozioni d’ogni genere da miscelare a casaccio nella sua mente, da sobbollire e decantare per mesi e mesi producendo sintesi mutevoli, per poi venire accantonate senza rimorso, acquistò ad un prezzo esorbitante il libro misterioso. In poco tempo si fissò d’essere impratichito nella tecnica cinese dell’agopuntura, occidentalizzandola nella convinzione che con un taglio di bisturi in luogo d’un ago sottile si potesse ottenere un potenziamento degli effetti. Grave lacuna, inoltre, il fatto che il trattato non comprendesse la teoria dei cinque elementi (trascurò che il sottotitolo indicava “tomo secondo”)  e pertanto distillò malamente una teoria tutta sua, con presupposti completamente infondati. La sua ingenuità visionaria lo portò anche a dettagliare i suoi svolazzi al Decano dei Medici, spesso di passaggio per visitare la vecchia madre; quest’ultimo comprese il grave pericolo per la popolazione e dopo tre mesi apparve in paese un nuovo medico, con tanto di lettera imbustata con sigillo in ceralacca, da consegnare al Dottor Kuptenvarf. Per farla breve, il disturbato medico fu esautorato e rimpiazzato dal nuovo arrivato, per ordine del Decano.
Le conseguenze furono sconcertanti: gli abitanti del paesino continuarono a rivolgersi a Kuptenvarf (che li riceveva nascostamente, non avendo il permesso d’esercitare) mentre il nuovo medico dovette tornare, con non poca frustrazione, alla precedente occupazione d’assistente Decano in città.
In questo scenario surreale Joseph Beredich si rivolse al Dottore per risolvere la grave pietrificazione del collo. Due settimane prima, nella torbida atmosfera di una stanza impregnata di gemiti e umori, addolciti dal profumo di gelsomino, Floreana gli comunicò che sarebbe ben presto partita per Londra, data in sposa ad un promettente concertista, figlio di banchieri. Lo confessò dando le spalle, mentre s’infilava in un corpetto costrittore. Una falena orbitava intorno alla lampada ad olio seguendo circonferenze sempre più ridotte, per poi sfiorare il vetro incandescente e tornare ad un’orbita più sicura, lasciando una pungente scia di bruciatura.
Il gelo ghermì le ossa di Joseph; non proferì parola e, immobile, guardando il soffitto decorato da grossolani stucchi malamente assortiti, sentì nitidamente lo scroscio di vertebre che s’incastravano giustapponendosi perfettamente e saldandosi in un blocco monolitico. Fu un evento naturale, mirato alla sopravvivenza; cristallizzare immediatamente il rifiuto verso un destino monco, intrappolarlo nel duro osso portante.
Quando si udì l’ennesimo schiocco d’ustione della falena Floreana era già uscita, di lei non restava che una fetta di torta alle nocciole ed un lieve profumo di gelsomino che defluiva discreto dalla stanza infilandosi nel buco della serratura, trascinato via dalla donna che l’aveva liberato durante le ore di nudità.
Per diversi giorni Joseph non uscì da quella stanza, calando un cesto dalla finestra per avere di che nutrirsi e lasciando imputridire il tutto in un angolo della stanza da bagno. Nel silenzio si avvertiva il lento macinare dei pensieri, la cui farina tinta di rosso vivo odorava di gelsomino e di polvere degli stucchi che si disfacevano senza clamori.
Una volta impastato il prodotto del suo rimuginare, nell’attesa della lievitazione, Joseph riuscì a camminare stentatamente fino alla porta del dottore illegittimo, il cui onorario (fu chiarito subito) non consisteva in un pagamento in denaro o in natura, ma nel sorbire un’invettiva contro la presunta vecchia medicina, la protoscienza, esaltando l’efficacia della nuova medicina “Cinogermanica” e, soprattutto, nel godere del privilegio d’essere il primo paziente a varcare la soglia di una nuova era medica.
Kuptenvarf esordì ridicolizzando Paracelso (che Joseph confuse con un personaggio della mitologia greco romana), bollando come fantasie e credenze popolari le sue tecniche di impastamento di sangue e cera, ammettendo l’utilità di una carta astrologica del paziente ma alla data di nascita e non al concepimento. Sottolineò che i successi del falso genio consistettero spesso nella fortuna d’utilizzare il laudano nella giusta dose, di modo che non uccidesse il paziente, lasciando che il problema si risolvesse da sé.  Discreditò l’assurda teoria delle segnature, che tanto danno produsse nei goffi tentativi di curare il cervello con la noce. Lodò soltanto il gesto teatrale che compì bruciando i libri nell’aula dell’università; lui stesso aveva da poco appiccato un simbolico rogo d’un solo libro, poi calcinato e bevuto allungato con acquavite, per essere definitivamente evacuato nell’oblio delle scemenze.
Concluse che erano sepolti i tempi nei quali le piante dei piedi di Carlo II morente venivano impiastricciate di sterco di piccione e pece, rise a crepapelle nell’accennare al burla della polvere di teschio e di mummia e imprecò dopo aver nominato, per completezza d’informazione, la pietra di Beozar.
Fu alla fine di questo infervorato sermone che, con ortodossa solennità, praticò a Joseph sette incisioni a bisturi.
Cinque ai vertici di un pentagono ideale, intorno alla scapola destra. Le due restanti a metà dell’omero, una all’interno e una all’esterno del braccio.
Dopo tre giorni Joseph era reso infermo da una febbre bruciante e sette bubboni nerastri e purulenti tenevano gli insetti fuori dalla stanza da letto.
Il Dottor Kuptenvarf lo trattò con larve vive sulle ferite e vari decotti e cataplasmi fumanti. In una delle sue visite quotidiane, profittando del suo delirio febbricitante, gli sottrasse un poco di sangue e, nel rigore allucinato del suo studio, lo impastò con della cera seguendo la precisa liturgia del Teofilo Bombasto.
Fu così che il povero Joseph ebbe in salvo la vita; Kuptenvarf riuscì a scongiurare la setticemia, le vertebre si sciolsero con uno scroscio liberatorio, ma il braccio destro rimase paralizzato.
Terminata la convalescenza Joseph si rotolò nella polvere come un cane gioioso, per supplicare il padrone di pagarlo ancora a giornata, giurando e spergiurando che un braccio solo avrebbe fatto per due persone e per questo motivo, nel giro di due anni, Joseph si ritrovò il braccio sinistro con un diametro due volte e mezza di quello destro. Le mani erano ripugnanti a vedersi, una da carpentiere, l’altra da pavido principino d’avorio.
Per questo motivo Ismael, un ragazzo resosi diafano dalla vergogna per le cicatrici del vaiolo,  rinfrescandosi all’ombra di un salice lungo il fiume, notò la somiglianza fra le braccia di Joseph e le chele di un grasso granchio.
Anni dopo, quando queste tragiche vicende s’erano ormai diluite in una nuova e ingiustificata serenità, le donne benestanti del paese vennero a sapere dell’imminente visita della bella Floreana accompagnata dal suo consorte, un noto concertista londinese. Nell’intento di avvicinare quel grumo di case alla mondanità della città le pie donne organizzarono un concerto, scovando nei paesi vicini un vecchio suonatore di pianoforte ed una violinista molto giovane, il cui viso luccicante e perfetto pareva ricoperto di vetro sottile.
La sera dell’esibizione Granchio si presentò in anticipo, per potersi sedere vicino al palco.
I tre musicisti sfogliavano lo spartito e la bocca del flicornista era contratta rigidamente a linea retta, causando una smorfia ebete sul viso dell’uomo.
Tutto il paese non mancò. Una passerella ideale per la goffaggine degli abiti miseri e riadattati alla meno peggio in nome della ribalta; contadini, artigiani, donne corrose dalla conduzione della famiglia, altre sfibrate dal lavoro al bordello, ma tutti insolitamente ben mondati. Questa ridicola comunità era lontana un continente dalla soavità delle sonate selezionate dal concertista.
A lui si avvicinavano, con tremante referenza e ben incolonnati,  i più audaci per stringere la mano della civiltà e per testimoniare l’esistenza di modalità colte e affettate del vivere; lui si produceva in un numero spiazzante: inarcava i lati della sua retta boccuccia, abbozzando un sorriso ad ogni stretta di mano, per ritornare immediatamente all’alterigia della smorfia da demente. Poco distante Floreana, a mani giunte sul ventre e come imbalsamata in un abito di pesante broccato dorato, spiegava alle bramose organizzatrici che il marito non perdeva occasione per allenare le labbra all’innaturale posizione necessaria per produrre il suono  del flicorno.
All’ora prefissata un secco battito di mani ordinò di sedersi ed il concerto ebbe inizio.
Inaspettato fu il silenzio ossequioso del pubblico, come se l’arte avesse maieuticamente ripescato dalle menti incrostate da polvere e limatura di ferro la coscienza della sacralità delle note, rigettate su quella terra solitaria da un Dio sazio e quindi generoso.
Scivolarono così, cullate dall’attenzione ottusa dei poveracci, cinque composizioni ben eseguite anche dai due musicisti anonimi.
All’intervallo fra i due tempi previsti tutti si spostarono sotto una tettoia ai lati dello spiazzo, per consumare della fresca limonata con menta, disdegnando due vecchie bottiglie di campagne francese recuperate chissà dove, non perché caldo, bensì perché bevanda sconosciuta e guardata con sospetto.
In questa pausa di ristoro Floreana e Joseph si trovarono faccia a faccia; lei teneva la testa rivolta verso il basso e lo guardava timorosa con gli occhi rivolti all’insù. Fece per porgergli la mano quando Granchio, in un baleno, estrasse dalla tasca la mano sinistra armata di coltello e vibrò un ben assestato fendente alla donna.
La potenza titanica del suo braccio sinistro non si smentì. Il coltello entrò nella carne a quattro dita dall’ombelico, sotto il fegato, ed uscì sopra l’anca sinistra scheggiando l’osso, noncurante dell’abito di costosissimo broccato e del coriaceo corpetto.
La poverina morì rapidamente di stupore, nel tentativo vano di trattenere col vestito le viscere, che invece fuoriuscivano con un borbottio quasi di soddisfazione. Intorno si spargeva un sordo puzzo di carne conservata misto all’immancabile gelsomino, l’aroma profumato del trapasso.
“Flo! Flo! Ma che è successo amore mio?!”, urlò il suonatore di flicorno, sorreggendo la donna che s’afflosciava svuotata e non perdendo occasione, fra le lacrime, di allenare le labbra all’innaturale posizione del flicornista.   

Asa Carlstrom

Asa Carlstrom conteneva quasi per intero il mio nome nel suo cognome.
Non ricordo la nazionalità, forse norvegese, sicuramente del nord.
Ora, avanti negli anni, sospetto che fosse delle Svallbard.
Si corrispondeva in inglese. Gli argomenti erano banali e spesso evanescenti. Ad ogni rilettura perdevano materialità e l’inchiostro si faceva sempre più sbiadito. Asa Carlstrom mi dava notizie inutili; scriveva sempre di gamberi e burro: “Oggi burro e gamberi, domani gamberi e burro, dopodomani burro e gamberi…”. Si; era delle Svallbard, non c’è dubbio.
Asa proseguì a lungo coi resoconti intorno al nulla. Non un accenno alla quotidianità delle sue gelide terre, salvo parlare del suo percorso di studi, che appariva come solo un passatempo in attesa d’una precoce e feroce riproduzione. Col tempo mi feci scaltro e scrissi lettere clandestine, delle quali non parlai a scuola. Così facendo aggirai la censura dell’insegnante di lingue e diventai sempre più audace. In una lettera domandai timidamente se per caso Asa nutrisse passione per i fuochi fatui o per qualsiasi immagine crepuscolare e gotica, le chiesi di elencarmi i nomi delle Divinità nordiche, di raccontarmi i miti degli Dei (biondi e brutali) storditi dall’amanita muscaria, finché, incalzato dai compagni di classe, le domandai una foto.
Asa non me la inviò; se non erro mi rispose “later…”. Attesi questo “later” per alcuni anni prima di scriverle nuovamente.
Non scrissi più e così fecero anche i miei compagni coi loro corrispondenti esteri; l’esperimento fallì e l’insegnante con meschina eleganza lasciò cadere la cosa.
Dopo 7 anni ritrovai Asa che mi attendeva a casa, in compagnia dei suoi genitori; erano le 11.00 di un martedì. Era di passaggio durante un viaggio in Italia. Aveva conservato il mio indirizzo. I genitori andarono a fare una passeggiata sul lago e Asa rimase a pranzo.
Asa Carlstrom era orrenda. Molto grassa con la pelle diafana (il sangue untuoso e torbido si vedeva scorrere a fatica sotto la pelle), i capelli lunghi d’un biondo accennato erano raccolti in due grosse trecce attaccate al capo, tre dita sopra le orecchie: sembravano due code di vacca. Il mio nome era sempre contenuto quasi per intero nel suo cognome, addirittura lei poteva contenere tutto me stesso. Conosceva qualche vocabolo in italiano.
Intercalava nei discorsi delle risatine a bocca semichiusa, come mimando l’atto del succhiare da una cannuccia, facendo spuntare un cespuglio di rughette ai lati delle labbra. Quasi cinguettava quando rideva, appoggiando le braccia incrociate sui grossi seni e vibrando flaccidamente. Al termine della risata la vibrazione continuava qualche secondo per inerzia, generando un borbottio da fermentazione. Questo contrasto fra il suono e la sua sorgente mi lasciò esterrefatto.
Notai che Asa Carlstrom sudava come un maiale al sole. Mia madre quel giorno stava cucinando una lingua bollita – non attendeva ospiti – ma Asa si lamentò (cinguettando odiosamente) come se avesse riconosciuto nel piatto la parte di un suo parente stretto e mangiò solo verdura. Io rovistai nel frigorifero, ma non c’era traccia di gamberi e non pensai di servirle un bel panetto di burro freddo. Questo errore mi tormenta da allora.
Se ne andò presto, grazie Dio, verso le 18.00, e tornò per sempre nelle sue gelide terre. Quando uscì di casa i miei genitori si guardarono fissi negli occhi, poi si rivolsero a me: “Ma… Ma chi è?”…
Non avevano avuto il coraggio di domandarmelo in sua presenza. Io non ebbi il coraggio di rispondere, in sua assenza.

Basilico e sedano selvatico

Da qualche giorno la guerra era finita.
Tutti rassicuravano tutti; non c’era alcun pericolo, ma non era vero.  Tre giorni prima lungo il canale il silenzio era stato rotto da degli spari. Avevano sparato a un “fascio”, il padre dell’Emilio. Mi dispiacque: Emilio era un mio amico, ma non potevo certo dirlo.
Nelle campagne c’era una calma che non ricordavo: ero piccolo quando c’era la pace. 
Mia madre la mattina mi mandava alla cascina dei Rodara, per fare scambio di cose varie; ci si aiutava alla bene meglio.
Avevo un pesante carrettino coi pedali, il triciclo, con la cassetta davanti piena di vecchi abiti da lavoro. In cascina ne avevano bisogno. Uscivo dal cortile della nostra casa e giravo a sinistra costeggiando il canale. Attraversavo quasi subito la piazzetta del paese, dove fra le macerie c’era aperto il fornaio; il canale proseguiva poco lontano da me, aggirando il centro, ma lo incontravo nuovamente dopo. L’argine, dalla strada ciotolata ridotta male dalla guerra, dopo un quarto d’ora di sgambata diventava sterrato… Allora si che faticavo!
Dopo mezzora ero dai Rodara. 
Quella mattina la Livia stava scopando appena fuori dall’uscio e un nugolo di polvere prese sul viso un maiale, che grufolava a mezzo metro. Fece un verso, una via di mezzo fra lo starnuto e il grugnito. Sembrava fosse la prima volta che starnutiva e se ne andò via assorto e dubbioso. Mi meravigliavo sempre quando vedevo un maiale sopravvissuto.
Livia come sempre bofonchiò qualcosa, sapevo che era un saluto. Prese tutti gli abiti vecchi e sparì in casa. Senza il rumore della scopa sentivo le cavallette iniziare il loro concerto. Galli, galline e maiali erano pochi in giro.
Dopo qualche minuto uscì con due sacchi di iuta, buttandoli nella cassetta: basilico, tanto basilico, e sedano selvatico.  L’aroma, anche all’aperto, dava quasi allo stomaco.
“Ciao!” dissi mentre già spingevo sui pedali; ero in piedi per fare più forza. La partenza in triciclo è sempre molto faticosa. Dovendo invertire la marcia subito, lo è ancora di più.
Dopo qualche pedalata mi parve di sentire un rumore di ruote sullo sterrato, oltre alle mie. Voltai leggermente la testa a destra e sinistra sbattendo un po’ gli occhi, per l’aroma di basilico e sedano selvatico che mi infastidivano. Ero anche contro vento…
La sua bicicletta era molto più leggera, Mirina (la figlia di Livia) non pedalava neppure in piedi; mi raggiunse in prossimità della curva e si accostò sulla sinistra per superarmi.
Mi guardava e rideva. Il suo volto imperlato di sudore (le gocce venivano strappate via dal vento) era rosso dalla fatica, ma rideva.
Proprio in curva prese un grosso sasso con la ruota anteriore; ebbe uno scarto sulla destra. Io sterzai d’istinto, per evitarla… il triciclo si rovesciò con un gran frastuono di ferraglia e rotolai nel fossato, a poca distanza da un vecchio sambuco. Se fossi caduto a sinistra sarei finito nel canale.
La corrente si portò via alcune piante di basilico e sedano selvatico.
Ero sdraiato con le gambe all’insù, in fondo alla rivetta. Mirina rideva, fra una risata e l’altra sentivo il cigolio delle ruote del triciclo, che proseguivano lente a roteare nell’aria.
Il ginocchio destro era sbucciato, mi faceva male, sanguinava. 
Mi assalì un puzzo insopportabile, nauseabondo, che mi procurò all’istante un urto di vomito. Sembrava provenire dal sambuco.
Mirina continuava a ridere a squarciagola, piegandosi sulle ginocchia.
Improvvisamente la matta iniziò a prendere i cespi di basilico e di sedano selvatico, caduti tutt’intorno, lanciandomeli addosso.
“Ferma, cosa fai?! Sei matta?!”
Riuscii a urlare malgrado la nausea… mia madre si sarebbe molto arrabbiata se fossi tornato senza basilico; doveva preparare il pesto.
In pochi secondi mi ricoprì completamente dalla testa ai piedi, l’intensità dell’aroma di quelle piante annullò la puzza tremenda di quel luogo, ma la miscela era troppo intensa, fastidiosa. Da sdraiato, scuotendo la testa, mi scoprii gli occhi e intravidi Mirina scendere lungo la rivetta, di corsa, sempre ridendo.
Non feci in tempo a dire nulla che mi abbassò i pantaloni e le mutande.
Rimasi impietrito, sbirciando fra sedano e basilico. Mirina si sollevava la veste. Chiusi gli occhi…
Mi prese un calore indescrivibile in mezzo alle gambe e Mirina mi montò sopra. Non rideva più, ma era contenta e si muoveva veloce.
Mi piaceva ma, non capivo il perché, quello che stava succedendo aveva il tipico sapore delle cose da non dire. Poi il basilico e il sedano selvatico mi stavano soffocando. Il loro aroma dava  un miscuglio violento, che mi picchiava nella testa, dentro. Mi offuscava, quasi vedevo il colore di quell’aroma. Anche quello che faceva Mirina mi picchiava in testa, tutto era confuso, non capivo nulla. Era un bel momento, ma come trascorso sotto alla grandine… E finì subito…
Non feci in tempo a riprendermi dallo stupore,  che  Mirina era già tutta in ordine; raccoglieva sedano e basilico, rimettendoli nei sacchi tutti mischiati, dopo aver raddrizzato il triciclo.
I cespi rimasti al sole si erano già avvizziti.
Io mi alzai, indolenzito e sporco, il ginocchio sanguinava ancora leggermente.
Avevo un sorriso fisso che mi cambiava i connotati.
Mentre mi piegavo per tirarmi su le braghe ritornò violentissimo il puzzo nauseante. Fu a quel punto che, con la coda dell’occhio, in mezzo al sambuco alla mia sinistra vidi una mano. La risalii con lo sguardo.
Il polso si infilava nella manica di una divisa, dopo la spalla spuntava una testa, un elmetto caduto all’indietro, i capelli sporchi sembravano di stoppa. Dalla penombra proveniva il sibilo di brevi voli di mosche.
Non avevano sparato al papà dell’Emilio. Era un tedesco; chissà cosa ci faceva quella sera ancora in giro a farsi ammazzare.
Gli occhi erano chiusi, ma la bocca spalancata. La pelle era liscia ma gonfia, di un colorito grigio percorso da leggeri riflessi olivastri e sporca di terra rinsecchita. Il puzzo arrivava dal cadavere.
Mi prese un altro urto di vomito.
Mirina era zitta. Una leggera brezzolina scompigliò i suoi capelli e sembrò che una grande mano invisibile passasse sui prati attorno a noi; una carezza che piega leggermente le punte dei fili d’erba.
Entrambi guardavamo ammutoliti il tedesco.
Le cicale cantavano, mentre il  ronzio continuo di insetti si fece più forte. Una grossa ragnatela fra due rami del sambuco oscillava elastica e regolare, respirava.  Il ragno al centro era impassibile, sicuro.
Non ricordavo la campagna così calma;  ero troppo piccolo quando c’era la pace… Quando c’era solo la fame.

Rapide osservazioni mattutine

Prima di salire sul treno occorre obliterare il biglietto.

“Occorre, o s’incorre, sanzione di euro 50. Purtroppo, talvolta, spesso, l’obliteratrice non funziona. Non c’è inchiostro, pare, neppure personale, stazione “automatica”, fastidioso, eufemismo, funzionerà, futuro incerto; il divenire, che riserva, variazioni succulente.”

Sigaretta.
“Correre, cercare il controllore, la normativa, agognata obliterazione, scansare la multa, salata la multa, pepata la multa, ribadire l’ordine, l’ontologia ferroviaria, fuso, fonderia, rettitudine dei binari.”

Il controllore è impegnato; un viaggiatore non ha il biglietto.
“Compilare un modulo, svariati i dati, inoltre non ha resto, emmenomale, ha i soldi, non lo accoltella, eppoi squilla il cellulare, lo regge fra orecchio e spalla, compilare il modulo.”

E’ l’amico, a cui precisa che, si,
la crepa del muro in camera da letto avanza e

“canta come piccoli carapaci di coleotteri o di gusci di mandorla trapanati da insetti d’acciaio brunito (vedi fuso, fonderia) e ricade, la crepa, proprio fra i coniugi, dritta a piombo (vedi fuso, fonderia) a metà del muro dietro la testata del letto.”

Sospiro.
“Quindi, è chiaro, li separerà insieme alla casa, il giaciglio d’amore, forse le ovaie di lei, una di qua, una di là, dormendo ella invade la zona di destra (la misericordia del maschio), si dilata, passaggio separatore, la grande crepa. Seguirà con la strada, il paese, la nazione, un abisso, due mondi da uno, la divisione, spaccherà, come la mela, fluttuare nello spazio, muco rovente, sapore metallico (vedi fuso, fonderia).”

Carnate e Arcore e Monza e Sesto.
Biglietto non obliterato.
Vuoto sconfinato nel cuore.
“Le obliteratrici della Metropolitana: inghiottire, il biglietto, l’abbonamento, il carnet, la settimana, non funziona, non timbra, l’ingorgo, anche l’altra, non funziona, l’imbuto, le spinte, “Permesso!”, il giornale, la rabbia, il trucco che cola, il telefono, le bestemmie, il flusso che preme alle spalle, non funziona neppure l’altra, cambiare corsia, lo scivolone, imbuto, bestemmie, giornali e trucchi che colano e spinte, settimane di carnet, volteggiano alate, anni obliterati, abbonamenti nominativi, o non detraibili, comprare quelli automatici, tessere, quattro foto, commercialisti occhialuti, dinoccolati, uno allampanato, costoso, meglio quello grasso, è di Bari, lo compro, lo voglio, scusi porta gli occhiali?”

I controllori.
“Anni sessanta, vestito blu, felpato impeccabile, borsello di cuoio marrone, gli occhiali appesi, corda e caucciù, mi dispiace, la zona extraurbana, la peruviana e quindi, l’ammenda, madre de dios, euro cinquanta, la moneta che manca, arriva il rumeno, meno trenta là fuori, la grappa mattutina, il lardo, le uova, lavoro, cantiere, la fascia C, il costo di, capire che, lo faccio perché, non s’arrabbi né, al ritorno poi, euro 50, no capire, rasista, pugno sul muso, sangue che cola, macchia sul blu, il rosso intorno, la linea 1, euro 50, fermata Loreto, ma se non si spiega, mi lasci stare.”