La crepa madre


Il progetto del mio primo romanzo è il seguente:
dalle fondamenta della mia casa, lato ovest, si sviluppa una crepa. Impercettibile avanza pian piano, e, salvo qualche raro gemito che ricorda scricchiolii di gusci di noce, silenziosa divide esattamente a metà la casa, poi avanza inesorabile e crea una ferita spaventosa nel pianeta. Come una mela privata di uno spicchio.
Quindi: a parte il dover dividere questa zona del mondo a metà (gli impianti, le strutture, etc..), con tutti i problemi derivanti, tralasciando lo stupore perché il pianeta non si distrugge per “fuoriuscita di nucleo”, bensì si cicatrizza, a parte tutto questo, un giorno capirebbero che è nata a casa mia, proprio qui.
E allora fama, denaro… interviste e copertine (io esprimerei le mie perplessità sulla nascita nel lato ovest, così per introdurre un po’ di pseudoscienza); insomma, una vita che proprio mi metterebbe in difficoltà. Mi distrugge la ribalta. Non mi interessa. 
Penso che il finale sia tragico:  deciderei di suicidarmi lanciandomi nella crepa, ma, mancandomi il coraggio, mi lascerei planare nelle viscere della terra con un parapendio, scomparendo negli sbuffi sulfurei del crepaccio inaudito.
Boh, magari lo scrivo.

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Ora che lo schifo è evidente…

Da sempre mi domando con quale coraggio parte dell’ambiente cattolico e pseudotale abbia, di fatto, elevato il Cavaliere a modello sociale e morale. Avendo anche frequentato ambienti ultracattolici (non perché ne condivida le idee, ma per comuni amicizie) ricodo bene la fatica di questi personaggi orridi nell’arrampicarsi sui vetri; tra uno sputo a Darwin ed un altro verso Napolitano, eleggevano il Cavaliere a supremo difensore della famiglia e della cultura cattolica, cercando (ovviamente senza successo) di persuadermi delle loro idee perniciose.
Io mi domandavo come si potesse essere così accecati da non vedere la profondissima e genetica immoralità del soggetto; ovviamente sapevo che si trattava solo di un atteggiamento di facciata, quello dei miei interlocutori, un goffo tentativo di giustificare il voto ad un furfante, che però rappresentava in modo vincente la loro idea di società. Aggiungo alla lista quei miserrimi della chiesa che “consigliano” un voto antiabortista, sempre e comunque, sorvolando sulle altre zozzerie che questo voto incapsula pericolosamente.
Quindi, concludendo, ora che il Cavaliere è affetto da una sorta di colera morale, per cui l’immoralità liquefatta sgorga da tutti gli orifizi e non è più trascurabile perché sulle prima pagine di tutti i gionali, ora che il governo non esiste, non lavora, perché si è troppo impegnati a difendere il santo Cavaliere, ora che persino dei suoi fidi scagnozzi della carta stampata non possono negare qualche “errorino”, ora che il forum delle famiglie si dice in imbarazzo, ora che degli alti prelati tuonano contro Silvio… ecco… ora…
Ora che, grazie alla vostra propaganda ipocrita ed egoista, alla vostra mistificazione della realtà, ora che avete dato un contributo importante alla spinta che ci ha condotti nelle fogne, ecco, ora vi dico che siete soltanto una cancrena sociale. Da sempre lo siete, che sia chiaro.

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Più dita

Quando arriva il periodo caldo e la città pullula di sandali, allora seduto in metropolitana spesso mi ritrovo a guardare i piedi. A me piacciono i piedi, cioè, intendo esteticamente.
Anche i miei piedi non li trovo niente male; aggiungo che se la mia bellezza globale fosse al pari di quella dei miei piedi, ecco… Forse sarei un semidio, almeno.
Ma, a prescindere da questo: in metropolitana mi capita di perdermi fra le dita (se sono belle) e forse questa deriva mi confonde, perché talvolta di un piede conto 6 dita. Anche sette, mi è capitato una volta.
Questo errore percettivo è fortunatamente effimero, quindi conto al secondo o terzo tentativo – con esattezza – il numero di cinque, ma anche di quattro (anche questo mi è capitato una volta).
L’aspetto della vicenda che mi fa riflettere anche ora, a estate sepolta, è che quando conto un numero di dita superiore a cinque, non mi stupisco di ciò che vedo, ma del fatto che queste persone sfoggino con noncuranza questa proliferazione anomala. Io non reggerei.
Se, invece, ne conto quattro, il pensiero è di pietà, poiché dietro a quel numero penso che si celi una tragedia.
Beh, tutto qui. Queste diverse reazioni di fronte al numero delle dita m’incuriosisce.

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….E ci credo….

Pensavo che Paracelso, se la storia è vera, era per forza di cose bello tranquillo, concentrato sulle sue misture, sugli alambicchi ed i temi natale al momento del concepimento e non alla nascita e sulle segnature ed i metalli ed il laudano e l’iperico che allontana i vermi dal formaggio che è lì bello tranquillo a stagionare e sulle ondine, gnomi e spiriti della natura, e sul sangue del paziente impastato a cera per trasmettere i rimedi e nei roghi dei libri all’università, perché lui era la verità, e tutte queste belle cose.
Lui era lì, bello sereno, perché da bambino un maiale gli aveva staccato (senza restituirli) i genitali con un morso.

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Generatore di poesie Bondiane

E’ toccante come il Ministro Bondi debba (DEBBA) ricordarci di essere la “guida” culturale dell’italiche genti.
Toccante. Forse pensando a Bondi non salta in testa la cultura? Io ringrazio il Dio competente del caso, perché ci ha donato Bondi. Voi non capite. No.
Ordunque, il Ministro ci rammenta il suo umile ruolo minacciando di cacciare il naso nella giuria del festival del cinema di Venezia.
Se qualcuno, per caso, avesse dubbi sulla preparazione artistica del Ministro, consiglio di cliccare qui e generare qualche poesiuola nel suo invidiabile stile.
Si, perché la poetica del Ministro può essere imitata solo da un potente microprocessore. Nessun umano può tanto.
Ringrazio sempre il relativo Dio competente (in questo caso intendo quello della creatività informatica); come potremmo vivere dignitosamente senza queste entità tutelari? Bah…

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C’èsare

Mi capita sempre quando sono triste (ma triste sul serio, non un pochetto malinconico) che, per prima cosa, incappo in un libro di Pavese in offerta stracciatissima, allora lo compro e lo rileggo, perché già l’ho letto ma non resisto. Per esempio pochi giorni fa, all’edicola della stazione FS di Sesto San Giovanni, c’era “Prima che il gallo canti” a 1 €! Giuro, 1 €!
Allora, quando sono triste, quindi, mi rileggo Pavese e la lettura mi devasta l’anima ancora di più, con ‘sto ronzio del silenzio e le lampade all’acetilene e le grotte cigliate di capelvenere e le labbra spumose delle onde del mare e così via…
Allora poi entro in una seconda fase, durante la quale mi guardo intorno e soppeso la mia inutilità contingente, perché mi ritrovo a devastarmi l’anima (già cariata), leggendo Pavese e la sua ineluttabile umana solitudine, consapevole che mi stia facendo del male, mentre fuori di me accadono fatti importanti, tipo i segnali di questi ultimi tempi intorno ad una (dico io) meritata e lenta agonia del governo.
Questo fatto mi disturba un po’, perché non vorrei mai che qualcuno più devastato di me collegasse la mia tristezza alla fine dell’era Berlusconi, che, sia chiaro, al contrario mi rallegra e ridesta in me la speranza. E’ uno di quegli eventi per cui potrò dire con orgoglio: “Io c’ero…”.

Le dolci correnti della banalità

La musica di Venditti (salvo il periodo culo e camicia con San Francesco De Gregori e pochi altri brani “giovanili”) non mi è mai piaciuta. La trovo retorica, sempliciotta e soprattutto ben studiata, mirata. Mirata alla vendita.
A prescindere dai miei gusti musicali, leggo questo articolo del Corriere di oggi, nel quale Venditti afferma di aver vissuto incontri molto ravvicinati con UFO, ma ancor più inquietanti sono gli episodi del “sole gemello” ed un altro: “Eravamo in un bosco e cercavamo una villa bellissima che sapevamo essere vicina all’albergo. Ma non c’era verso di trovare la strada: fummo colti da una sensazione di disorientamento. “Eravamo lì, a girare senza costrutto: non se ne veniva a capo. La strada, mentre la percorrevi, si “formava” di nuovo: prigionieri di un labirinto e del tempo”.
Ebbene, questi avvenimenti non mi stupiscono più di tanto; mi sgomenta però il fatto che una persona, pur vivendo simili esperienze, avendo apparentemente un atteggiamento aperto e curioso, senza bollare certe esperienze (dirette) come semplici black out della mente, abbandoni la sua opera alle dolci correnti della banalità.

Superficialità

Tempo fa un conoscente mi disse che nell’ultima puntata di Lost sarebbero tutti morti e che, inoltre, avrei potuto trovare la puntata in questione già su Youtube (essendo passata prima per canali satellitari e variamente digitalizzati).
Ebbene, ieri sera ho visto questa puntata su RAI2 e… Insomma, no… Non è che muoiano tutti, la faccenda è più complessa, molto più complessa, maledizione!
Questo fatto mi fa incazzare, perché se la melma in cui sguazziamo ha raggiunto ormai le ascelle, parte della colpa è da attribuire a questo atteggiamento superficiale, nella migliore delle ipotesi qualunquista.
Infatti, quando si parla delle vicende giudiziarie del nostro premier, spesso si sentono commenti del tipo “Eh, l’hanno preso di mira…” o “Eh beh, ce l’hanno con lui…”. Potrei fare anche altri esempi, tipo: “Non uso l’omeopatia, perchè dicono che non funziona…”, e così via… “Dicono” chi? Chi dice e in base a cosa? No, per Dio! Questa interpretazione della libera opinione è un male incurabile. I fatti hanno sempre ben altro grado di complessità.
Eccheccazzo, no. Le cose non funzionano così, per Dio!

Ontologia del tuttologo

Io non sono uno psicologo, però questa mattina pensavo ad un tuttologo che conosco. Tempo fa un giardiniere decorò il giardino di un’Associazione di cui faccio parte, in occasione dell’Assemblea dei Soci. Mise anche dei vasi di terracotta colmi di frutti somiglianti a quello della foto. Io li guardai incuriosito tutto il giorno, poi mi decisi: frutto in mano, interruppi la piena di parole del tuttologo del gruppo, chiedendo lumi. Egli si voltò e guardò il frutto per una frazione di secondo, sentenziando: è un cedrolimone maschio malassortito!
…Così, come se fosse un avido consumatore di cedrolimoni maschi e malassortiti.
Allora andai con lo stesso frutto dal vero acculturato del gruppo, che mi disse: cedrolimoneche? …. Ma valà… è il frutto di una pianta autoctona, immangiabile, è della stessa famiglia dell’albero del pane, ma non ricordo il nome.
Quindi, questa mattina, dopo una scarna riflessione, ho compreso che il tuttologo in realtà sa poco e nulla, ma è tale la sua sicumera nel rispondere che regala una certezza nell’interlocutore; il tuttologo è un insicuro e quale sarà il suo fine ultimo? Non lo so… Ma è veramente dura, immagino, l’esistenza di chi deve fingere di sapere tutto.