Ciao Don!

fonte: Wikipedia
Apprendo oggi della scomparsa di Don Van Vliet, Captain Beefheart per gli amici. Ovviamente la notizia è stata riportata da pochi.
La sclerosi l’ha consumato. Ciao Don!
Inutile (e veramente arduo) definire la sua musica; arduo anche l’ascolto. Quello che mi sento di scrivere è che per destrutturare a tal punto una realtà (come Don ha fatto con le note) e ristrutturare le macerie ottenute, si deve essere uomini “oltre”. Oltre il quotidiano, oltre le regole, oltre il pensiero diffuso e quello raro, quello essoterico o esoterico. Oltre la cultura, infine…
Un “grandemente oltre”, perché i pochi che lo apprezzano sanno bene: fra mille anni, sarà sempre un genio di nicchia, un genio d’una lampada kitsch nascosta in un angolo remoto della credenza, ma, fra mille anni, sarà ancora riconosciuto come uno dei grandi rivoluzionari della musica e, ancora, fra mille anni, famosi artisti continueranno ad annoverarlo fra le fonti d’ispirazione.
Perché sia ben chiaro, una volta per tutte, che la Pausini muore con la morte fisica, ma gente della razza di Captain Beefheart è fatta d’altra sostanza immortale e sanamente immorale.
Per chi vuole conoscere tutta la musica, per gli audaci, per i sognatori e – perché no – per gli incazzati masochisti, obbligatorio questo disco.
…E allora un saluto caldo, caldissimo, caro Don; una lacrima, anche. Come posso dimenticare il trauma subito al primo assaggio del tuo mondo musicale?
Ciao Don, and Lick My Decals Off, Baby!

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Il telo antiatomico

In base a questo articolo del POST, allora, forse, quella che mi pareva una immensissima stupidaggine, potrebbe avere un senso?
Cioé, in caso di esplosione atomica, se dovessi essere sufficientemente lontano, trovando (o scavando) una buca, infilandomi dentro, coprendo l’apertura col telo antiatomico… avrei qualche possibilità di sopravvivenza?
E’ strabiliante…

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La tosse di Schiele

Questa mattina sul treno ero seduto davanti a una signora, sui sessanta penso, che vedo spesso in stazione. Piccola, secca e ossuta, sembra un autoritratto di Shiele.
La signora fuma sempre, in continuazione; non è che il fatto mi colpisca, l’ho solo notato, anche perché mi difendo bene in fatto di fumo.
Oggi, in treno, si è messa a tossire: una tosse veramente insolita. Una tosse da magnesium phosphoricum, convulsiva, irrefrenabile, secca, una sorta di “eheheheheheheheheh…”. Cioè, chiudendo gli occhi pareva una risata, ma era tosse. Questa tosse la sento alla mattina, in stazione, da anni, e da anni mi domando chi tossisce in questo modo così curioso, una secchissima tosse-risata, “eheheheheheheheheh!”. Ho chiuso il cerchio.
Quindi, tornando al treno, un tizio al mio fianco s’è alzato la sciarpa fin sopra il naso, a mò di mascherina protettiva, come se la donna fosse affetta da peste polmonare. Io l’ho guardato con un po’ di commiserazione, perché – così, dall’espressione che ha – secondo me quel tizio teme le risate, quanto la tosse.

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The submachine

Vi linko il sito di Mateusz Skutnik, geniale creatore di giochi. Non ho mai capito (non me ne sono mai interessato) se questi sono tecnicamente degli “escape” o degli “adventure”, penso siano i secondi; certo è che sono veramente ben fatti, sia come grafica, che – soprattutto – come architettura. E’ un genio. E’ un folle, a meno che dietro al suo nome ce ne sia più d’uno, di folle. Meglio per lui, perché non sarebbe solo.
Consiglio caldamente di avventurarvi nella serie Submachine e in Daymare Town.
Conviene prendere appunti, o salvare le schermate (s’intuisce quali…), altrimenti i tempi si allungano infinitamente.
Per i drogati da Iphone, c’è la sezione degli appositi giochi.
Buon faticosissimo divertimento.

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La crepa madre


Il progetto del mio primo romanzo è il seguente:
dalle fondamenta della mia casa, lato ovest, si sviluppa una crepa. Impercettibile avanza pian piano, e, salvo qualche raro gemito che ricorda scricchiolii di gusci di noce, silenziosa divide esattamente a metà la casa, poi avanza inesorabile e crea una ferita spaventosa nel pianeta. Come una mela privata di uno spicchio.
Quindi: a parte il dover dividere questa zona del mondo a metà (gli impianti, le strutture, etc..), con tutti i problemi derivanti, tralasciando lo stupore perché il pianeta non si distrugge per “fuoriuscita di nucleo”, bensì si cicatrizza, a parte tutto questo, un giorno capirebbero che è nata a casa mia, proprio qui.
E allora fama, denaro… interviste e copertine (io esprimerei le mie perplessità sulla nascita nel lato ovest, così per introdurre un po’ di pseudoscienza); insomma, una vita che proprio mi metterebbe in difficoltà. Mi distrugge la ribalta. Non mi interessa. 
Penso che il finale sia tragico:  deciderei di suicidarmi lanciandomi nella crepa, ma, mancandomi il coraggio, mi lascerei planare nelle viscere della terra con un parapendio, scomparendo negli sbuffi sulfurei del crepaccio inaudito.
Boh, magari lo scrivo.

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Ora che lo schifo è evidente…

Da sempre mi domando con quale coraggio parte dell’ambiente cattolico e pseudotale abbia, di fatto, elevato il Cavaliere a modello sociale e morale. Avendo anche frequentato ambienti ultracattolici (non perché ne condivida le idee, ma per comuni amicizie) ricodo bene la fatica di questi personaggi orridi nell’arrampicarsi sui vetri; tra uno sputo a Darwin ed un altro verso Napolitano, eleggevano il Cavaliere a supremo difensore della famiglia e della cultura cattolica, cercando (ovviamente senza successo) di persuadermi delle loro idee perniciose.
Io mi domandavo come si potesse essere così accecati da non vedere la profondissima e genetica immoralità del soggetto; ovviamente sapevo che si trattava solo di un atteggiamento di facciata, quello dei miei interlocutori, un goffo tentativo di giustificare il voto ad un furfante, che però rappresentava in modo vincente la loro idea di società. Aggiungo alla lista quei miserrimi della chiesa che “consigliano” un voto antiabortista, sempre e comunque, sorvolando sulle altre zozzerie che questo voto incapsula pericolosamente.
Quindi, concludendo, ora che il Cavaliere è affetto da una sorta di colera morale, per cui l’immoralità liquefatta sgorga da tutti gli orifizi e non è più trascurabile perché sulle prima pagine di tutti i gionali, ora che il governo non esiste, non lavora, perché si è troppo impegnati a difendere il santo Cavaliere, ora che persino dei suoi fidi scagnozzi della carta stampata non possono negare qualche “errorino”, ora che il forum delle famiglie si dice in imbarazzo, ora che degli alti prelati tuonano contro Silvio… ecco… ora…
Ora che, grazie alla vostra propaganda ipocrita ed egoista, alla vostra mistificazione della realtà, ora che avete dato un contributo importante alla spinta che ci ha condotti nelle fogne, ecco, ora vi dico che siete soltanto una cancrena sociale. Da sempre lo siete, che sia chiaro.

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Più dita

Quando arriva il periodo caldo e la città pullula di sandali, allora seduto in metropolitana spesso mi ritrovo a guardare i piedi. A me piacciono i piedi, cioè, intendo esteticamente.
Anche i miei piedi non li trovo niente male; aggiungo che se la mia bellezza globale fosse al pari di quella dei miei piedi, ecco… Forse sarei un semidio, almeno.
Ma, a prescindere da questo: in metropolitana mi capita di perdermi fra le dita (se sono belle) e forse questa deriva mi confonde, perché talvolta di un piede conto 6 dita. Anche sette, mi è capitato una volta.
Questo errore percettivo è fortunatamente effimero, quindi conto al secondo o terzo tentativo – con esattezza – il numero di cinque, ma anche di quattro (anche questo mi è capitato una volta).
L’aspetto della vicenda che mi fa riflettere anche ora, a estate sepolta, è che quando conto un numero di dita superiore a cinque, non mi stupisco di ciò che vedo, ma del fatto che queste persone sfoggino con noncuranza questa proliferazione anomala. Io non reggerei.
Se, invece, ne conto quattro, il pensiero è di pietà, poiché dietro a quel numero penso che si celi una tragedia.
Beh, tutto qui. Queste diverse reazioni di fronte al numero delle dita m’incuriosisce.

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….E ci credo….

Pensavo che Paracelso, se la storia è vera, era per forza di cose bello tranquillo, concentrato sulle sue misture, sugli alambicchi ed i temi natale al momento del concepimento e non alla nascita e sulle segnature ed i metalli ed il laudano e l’iperico che allontana i vermi dal formaggio che è lì bello tranquillo a stagionare e sulle ondine, gnomi e spiriti della natura, e sul sangue del paziente impastato a cera per trasmettere i rimedi e nei roghi dei libri all’università, perché lui era la verità, e tutte queste belle cose.
Lui era lì, bello sereno, perché da bambino un maiale gli aveva staccato (senza restituirli) i genitali con un morso.

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