10/11/2009, Auguri Alessandra!

Fra le cose che il mare getta
si cerchino le più disseccate,
zampe violette di gamberi,
testine di pesci morti,
soavi sillabe di legno,
piccoli paesi di perla,
si cerchi ciò che il mare ha sfatto
con inutile insistenza,
ciò che ha rotto e squassato
e abbandonato per noi.
 
Pablo Neruda
 
Tanti auguri Alessandra!
Chi sarà mai quell’Homer Simpson?
Un bacio e un omaggio!

L’uomo che lava la strada

Uscendo di casa, la mattina, ancora intorpidito affronto una breve salitella. Io costeggio il muro scalcinato sulla sinistra e l’occhio cade sempre sulla destra: c’è qualche metro quadrato di asfalto bagnato. Sempre nello stesso punto. Davanti alla cancellata bianca di una villetta.
La prima volta ho dedotto che di notte era caduta una modesta pioggia, ma dopo pochi passi mi sono ricreduto, perché la pioggia non è così selettiva da bagnare solo 10 metri quadrati.
Per qualche giorno, complice il sonno, l’inganno si è ripresentato. Sempre nello stesso punto, sempre questo rettangolo bagnato dalla pioggia. Un rettangolo perfetto se non fosse posto in discesa. Motivo per cui il lato più in basso rispetto alla pendenza si frastaglia in piccoli e numerosi rigagnoli.

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…Sempre intorno a “gnente”

Ovviamente il “gnente” non è un errore di traduzione e altrettanto ovviamente compare in vari punti del libro, anche nella vecchia edizione. D’altro canto, senza riferirci alla traduzione di questo libro (oltre tutto pare che la prosa di Grass sia molto impegnativa da tradurre e penso che anche leggendola in italiano lo si possa cogliere) anche le mie nonne pronunciavano un nitido “gnente”.
Nello sforzo immane di esprimersi in italiano di fronte al sottoscritto (ma il dialetto l’ho imparato!) sputavano questi termini che palesano uno sbiascicamento a stento trattenuto.
Come dimenticare “iptus” e “pisicologo”, con doppia “esse” se l’accento è meridionale…
Precisato questo, per evitare affrettati giudizi di chi legge, continuo a sognare il tamburino di Danzica che sfracella gli studi di X-Factor. Continua a leggere …Sempre intorno a “gnente”

La Moussenorvegicus

Dovendo sostituire la foto d’intestazione così precocemente (è giusto così, non essendo mia), ho ben pensato di celebrare una sorta di cerimonia funebre del mio amato Mus (in realtà il blog non chiude e nemmeno vario il nome; è soltanto un pretesto), che sublima ineluttabilmente in Mousse.
Pubblico quindi la ricetta principe per cucinare il ratto labirintico: la Moussenorvegicus
Ingredienti per 5 persone:
-500-600 g di Mus Norvegicus non puliti
-100 g di fegatini di Mus Norvegicus
-80 g di cipolla
-40 g di carote
-30 g di coste di sedano, timo, rosmarino, lauro, prezzemolo, 1/2 aglio, bacche di ginepro
-3 fogli di gelatina (colla di pesce)
-1 bicchiere di marsala secco e cognac (2 cl)
-1 bicchiere di vino rosso (1 dl)
-2 dl di brodo di pollame
-2 cl di olio d’oliva
-1 dl di panna montata
-sale e pepe quanto basta

Per prima cosa pulite con molta cura i roditori: il fegato serve per la ricetta, ma nella mia versione lascio la anche la vescicola biliare per conferire un sapore più aggressivo alle carni.
Potrebbe sembrare disgustoso, ma grazie a Dio il grande Saramago mi supporta qui.
Una volta ben nettati, dividere i Mus in 4 pezzi facendo ben attenzione a non rompere la vescica biliare e rosolarli in una casseruola con metà olio .
Aggiungere le verdure tagliate a pezzetti e continuare la cottura in forno per 15 minuti. Levare il grasso (facoltativo!) ed aggiungere gli odori. Dopo 5 minuti circa, bagnare con il vino e farlo ridurre completamente.
A questo punto Togliete i roditori dal tegame e disossateli. Rimettere nel tegame le ossa insieme al brodo e far bollire lentamente per 30 minuti.
Passare il fondo nel passino fine e rimettere sul fuoco fino a ridurre tutto a 1/3 di 1 (125g). Rosolare i fegatini nella rimanenza dell’olio, lasciandoli al sangue. Intanto mettere a bagno la colla di pesce. Passare al tritatutto la carne (ricordo sempre che a questo punto è insaporita dalla rottura della vescica biliare) e i fegatini, sciogliere la colla di pesce nel fondo ottenuto precedentemente, mescolarlo con la carne, il cognac, il marsala e i fegatini, passare tutto al setaccio (quando è ancora tiepido) e controllare sale e pepe. Lasciare riposare in frigo.
Non appena la mousse comincia a tirare, aggiungere la panna montata mantecando delicatamente con una spatola di legno e procedere immediatamente a riempire gli stampini o uno stampo grande.
Lasciare riposare almeno12 ore in frigo.

Ecco! Fantastico, no?! Accetto ben volentieri migliorie alla ricetta.

Un saluto

 

Quando Alda Merini incontrò per la strada l’insondabile Cuccia, nella Milano del dopoguerra, gli disse: “Senta Dottore, ho fame!”.
Lui rispose laconico: “Buon segno”.
Circa 15-20 anni fa conobbi la Merini grazie ai mitici “100 pagine a mille lire”; questi libricini striminziti, per quanto criticati dai puristi della letteratura, ebbero il pregio di far conoscere grandi autori ad un prezzo stracciato. Erano semi, semi e nulla più. In quanto tali soggetti alla rigida legge della parabola del seminatore.
Quindi: allora Alda era già riconosciuta come una grande del ‘900, eppure alcuni personaggi del mio quotidiano, con una cultura letteraria più ampia della mia, ridevano della mia eccitazione per le sue poesie: “E’ il vostro solito autore alternativo?”. Erano così preoccupati di preservare l’ordine comune delle cose, da essere accecati. Eh! Si! Accecati, perché eravamo alle porte di Milano! A pochi chilometri dalla poetessa. Eravamo mi-la-ne-si!

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Non c’è più “gnente” da fare…

Pochi giorni fa, di mattina, offuscato perché appena risorto dalla piccola morte del sonno, stringendo troppo la curva a sinistra per andare in bagno e quindi urtando l’angolo del tavolo con l’anca, maledicendo tutti gli Dei, mi sono contorto dal dolore e lo sguardo è andato verso i miei libri seguendo la traiettoria browniana indotta dal male; precisamente l’occhio si è fermato – esaurito il moto – su “Il tamburo di latta” di Gunter Grass. Di questo libro straordinario ed epocale ne ho due copie, perché la prima (dei miei genitori), un’edizione Feltrinelli degli anni ’60, sta attraversando la sua fase autunnale e quando la maneggio perde sempre tre o quattro pagine ingiallite.
Ripreso l’uso della gamba ho spostato la copia più recente sul tavolo, con l’intenzione di sfogliarla la sera.

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