…Sempre intorno a “gnente”

Ovviamente il “gnente” non è un errore di traduzione e altrettanto ovviamente compare in vari punti del libro, anche nella vecchia edizione. D’altro canto, senza riferirci alla traduzione di questo libro (oltre tutto pare che la prosa di Grass sia molto impegnativa da tradurre e penso che anche leggendola in italiano lo si possa cogliere) anche le mie nonne pronunciavano un nitido “gnente”.
Nello sforzo immane di esprimersi in italiano di fronte al sottoscritto (ma il dialetto l’ho imparato!) sputavano questi termini che palesano uno sbiascicamento a stento trattenuto.
Come dimenticare “iptus” e “pisicologo”, con doppia “esse” se l’accento è meridionale…
Precisato questo, per evitare affrettati giudizi di chi legge, continuo a sognare il tamburino di Danzica che sfracella gli studi di X-Factor. Continua a leggere …Sempre intorno a “gnente”

La Moussenorvegicus

Dovendo sostituire la foto d’intestazione così precocemente (è giusto così, non essendo mia), ho ben pensato di celebrare una sorta di cerimonia funebre del mio amato Mus (in realtà il blog non chiude e nemmeno vario il nome; è soltanto un pretesto), che sublima ineluttabilmente in Mousse.
Pubblico quindi la ricetta principe per cucinare il ratto labirintico: la Moussenorvegicus
Ingredienti per 5 persone:
-500-600 g di Mus Norvegicus non puliti
-100 g di fegatini di Mus Norvegicus
-80 g di cipolla
-40 g di carote
-30 g di coste di sedano, timo, rosmarino, lauro, prezzemolo, 1/2 aglio, bacche di ginepro
-3 fogli di gelatina (colla di pesce)
-1 bicchiere di marsala secco e cognac (2 cl)
-1 bicchiere di vino rosso (1 dl)
-2 dl di brodo di pollame
-2 cl di olio d’oliva
-1 dl di panna montata
-sale e pepe quanto basta

Per prima cosa pulite con molta cura i roditori: il fegato serve per la ricetta, ma nella mia versione lascio la anche la vescicola biliare per conferire un sapore più aggressivo alle carni.
Potrebbe sembrare disgustoso, ma grazie a Dio il grande Saramago mi supporta qui.
Una volta ben nettati, dividere i Mus in 4 pezzi facendo ben attenzione a non rompere la vescica biliare e rosolarli in una casseruola con metà olio .
Aggiungere le verdure tagliate a pezzetti e continuare la cottura in forno per 15 minuti. Levare il grasso (facoltativo!) ed aggiungere gli odori. Dopo 5 minuti circa, bagnare con il vino e farlo ridurre completamente.
A questo punto Togliete i roditori dal tegame e disossateli. Rimettere nel tegame le ossa insieme al brodo e far bollire lentamente per 30 minuti.
Passare il fondo nel passino fine e rimettere sul fuoco fino a ridurre tutto a 1/3 di 1 (125g). Rosolare i fegatini nella rimanenza dell’olio, lasciandoli al sangue. Intanto mettere a bagno la colla di pesce. Passare al tritatutto la carne (ricordo sempre che a questo punto è insaporita dalla rottura della vescica biliare) e i fegatini, sciogliere la colla di pesce nel fondo ottenuto precedentemente, mescolarlo con la carne, il cognac, il marsala e i fegatini, passare tutto al setaccio (quando è ancora tiepido) e controllare sale e pepe. Lasciare riposare in frigo.
Non appena la mousse comincia a tirare, aggiungere la panna montata mantecando delicatamente con una spatola di legno e procedere immediatamente a riempire gli stampini o uno stampo grande.
Lasciare riposare almeno12 ore in frigo.

Ecco! Fantastico, no?! Accetto ben volentieri migliorie alla ricetta.

Un saluto

 

Quando Alda Merini incontrò per la strada l’insondabile Cuccia, nella Milano del dopoguerra, gli disse: “Senta Dottore, ho fame!”.
Lui rispose laconico: “Buon segno”.
Circa 15-20 anni fa conobbi la Merini grazie ai mitici “100 pagine a mille lire”; questi libricini striminziti, per quanto criticati dai puristi della letteratura, ebbero il pregio di far conoscere grandi autori ad un prezzo stracciato. Erano semi, semi e nulla più. In quanto tali soggetti alla rigida legge della parabola del seminatore.
Quindi: allora Alda era già riconosciuta come una grande del ‘900, eppure alcuni personaggi del mio quotidiano, con una cultura letteraria più ampia della mia, ridevano della mia eccitazione per le sue poesie: “E’ il vostro solito autore alternativo?”. Erano così preoccupati di preservare l’ordine comune delle cose, da essere accecati. Eh! Si! Accecati, perché eravamo alle porte di Milano! A pochi chilometri dalla poetessa. Eravamo mi-la-ne-si!

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Non c’è più “gnente” da fare…

Pochi giorni fa, di mattina, offuscato perché appena risorto dalla piccola morte del sonno, stringendo troppo la curva a sinistra per andare in bagno e quindi urtando l’angolo del tavolo con l’anca, maledicendo tutti gli Dei, mi sono contorto dal dolore e lo sguardo è andato verso i miei libri seguendo la traiettoria browniana indotta dal male; precisamente l’occhio si è fermato – esaurito il moto – su “Il tamburo di latta” di Gunter Grass. Di questo libro straordinario ed epocale ne ho due copie, perché la prima (dei miei genitori), un’edizione Feltrinelli degli anni ’60, sta attraversando la sua fase autunnale e quando la maneggio perde sempre tre o quattro pagine ingiallite.
Ripreso l’uso della gamba ho spostato la copia più recente sul tavolo, con l’intenzione di sfogliarla la sera.

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Formalità

 

In una sera di aprile, mentre una pioggia leggera ma incessante batteva le strade e le campagne, due persone si accingevano a servire la prima portata a degli ospiti (come di rito, a quel punto si considera iniziata la cena e andrebbe subito introdotto un argomento consono all’occasione).
Mentre i quattro si passavano di mano in mano altrettanti piatti di diversi antipasti con un poco d’imbarazzo (perché l’argomento tanto auspicato non affiorava alla mente dei presenti) la gatta stanca e indolente girovagava fra due gambe del tavolo e sotto due delle quattro sedie.
La gatta emise il suo caratteristico suono, mentre zampettava: una “i” seguita da una “a” lunga , un “iaaaaaaaaaaaaaaa….” ben sostenuto dal diaframma; infatti un orecchio minimamente istruito al canto poteva notare che la seconda (e ultima nota) non era mai calante.
La padrona di casa a quel punto fece notare che gli asparagi erano quasi cotti e a breve sarebbero comparsi sulla tavola.
L’ospite femminile rispose con dispiacere circostanziato di non aver mai assaggiato gli asparagi, pertanto non poteva assicurare un buon successo al piatto (ma questa seconda considerazione era solo intuibile, non certo verbalizzata) e intercalò il suo intervento con diverse risatine brevi e galoppanti, quasi nitriti.
Seguirono quattro, cinque secondi di silenzio, interrotto da un secondo e lancinante “iaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa…..” (la gatta rifece il medesimo percorso all’inverso: passò sotto due sedie e in mezzo alle due gambe del tavolo che si aprivano come un portale verso la sala buia).
L’ospite femminile si voltò verso il suo uomo, domandando se per caso lui avesse mai assaggiato gli asparagi.
Il padrone di casa si versò il terzo bicchiere di rosso, sorvolando sulla formalità di servire il vino agli ospiti a dispetto del protocollo.
L’ospite maschile inarcò leggermente le sopracciglia verso il naso, come per spremere la parte arcaica del cervello e trarre da ricordi ancestrali il sapore (e l’opinione) intorno all’asparago, ma nulla sovvenne. E’ questo un fatto molto curioso, poiché i sapori fanno parte di un patrimonio collettivo e recondito.
Si arrese: “…No… non ho mai assaggiato gli asparagi, non so se mi piacciono…”.
Il padrone di casa versò per sé il quarto bicchiere di vino ed il secondo per la padrona di casa.
Si rividero a cena dopo due anni. La pioggia lavava con meticolosità le strade, la gatta si spostava pendolante fra ciotola e cuccia emettendo il suo lamento da rivendicazione felina.
La padrona di casa cucinò ancora asparagi, che gli ospiti non mangiarono perché anche due anni prima non cedettero alla tentazione di assaggiarli.
Il padrone di casa bevve una bottiglia di buon rosso da solo.
Si rividero dopo altri due anni.

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