Ti sono mai venuti a cercare?

Anni fa l’allora mia fidanzata, molto pragmaticamente, mi disse: “Andiamo alla birreria xxxxxxxxx, che cercano una ragazza per la sera!”, e io la portai.
Il punto è che lei, studente, aveva bisogno di due soldini e una sua conoscente (che lavorava alla birreria xxxxxxxxx) era agli arresti domiciliari, accusata d’aver fatto da basista per una rapina in un locale dove lavorava tempo prima, rapina durante la quale ci era scappato anche il morto. 
Quindi: la mia fidanzata andò a lavorare al suo posto (eh eh…) e lei ora sconta la pena (penso…).
Poi, parlando dell’accaduto con un amico di mio padre, lui, altrettanto pragmatico – forse perché non era uno stinco di santo – mi disse: “Carletto, ma a te ti sono mai venuti a cercare? Se sono andati a cercarla è perché qualcosa ha fatto.”.
E’ che io esprimevo dei dubbi sul ruolo della tapina, che conoscevo di vista e non mi pareva così delinquente…
Cioè, quello che non capisco degli italiani è che – alla luce di certe notizie – si pensi sempre ad un complotto ai danni di persone integerrime.
Ora, al di là dei gusti politici, è semplicemente da coglioni considerare moralmente retti certi personaggi, perché la storia recente dimostra il contrario, cioè: “Italiani, ma a voi vi sono mai venuti a cercare?”.
Io non posso essere di destra, proprio fisicamentente non posso, come diceva Gaber, ma una cosa è considerare onesto un Fini, ben altra cosa è considerare un angioletto Berlusconi.
Se per certe persone le sue manovre mirate a scardinare le attuali regole istituzionali sono una manna innovativa, allora mi si deve spiegare perché nessuno deve criticare queste perle di acume politico.
E se Santoro e Travaglio, la Dandini e Vergassola, Floris e che so io, sono a vari gradi pendenti verso sinistra, perché non si può onestamente disprezzare un Minzolini, un Fede, un diafano Vinci e così via?
E se qualcuno mi accusa di mischiare TV di stato e TV privata, allora m’incazzo perché – di fatto – la gente guarda la TV e non c’è una stratificazione sociale che prevede un’emittente obbligatoria per una certa tipologia di persone (“Classe” non si può dire)… 
Mia madre guarda sia la RAI che Mediaset, come tutti, e come tutti viene bombardata da informazioni ben precise: Santoro è un comunista di merda, un disonesto e punto. Come se Fede fosse un grande intellettuale e Minzolini un professionista dall’etica inattaccabile.
Insomma, quello che non sopporto più degli italiani è il rincoglionimento devastante: le idee politiche sono una cosa, il valore delle persone un’altra. 
Quello che mi conforta è che il vento cambia sempre direzione, e cambierà ancora…



Politici assolutamente buffoni

Non ho mai amato i politici, di qualsiasi colore essi siano. Il successo in politica si basa sulla capacità di persuadere e quindi, spesso, di variare le sfumature della realtà di quel tanto che basta per farla apparire diversa.
In altre parole, brutalmente, due politici possono descrivere come tavolo da giardino o da salotto, un tavolo da lavoro. Certo, ci servono. Io per primo li voto, ma non mi piacciono.
Comunque… questo è il testo che copio pari pari dal sito del “Club della libertà”:
“Care Amiche, cari amici, Il sondaggio sulla presentazione delle liste del Popolo della Libertà proprio per l’assoluta trasparenza con cui lavoriamo sul sito, senza alcun filtro di moderazione, è nuovamente diventato facile preda di chi non aspetta altro per esternare il suo livore.
E’ di tutta evidenza che una consultazione nata per i nostri simpatizzanti difficilmente riuscirebbe a generare risultati così polarizzati (98% di contrari alla presentazione delle liste PDL) senza manomissioni. Accanimenti di persone evidentemente non della nostra parte politica, rischiano di creare danni ben più gravi al nostro sito.
per questo motivo abbiamo dovuto sospendere la pubblicazione del sondaggio. Era già successo con il SI B Day ed è successo nuovamente oggi.
Del resto questo è il concetto di libertà dei nostri avversari politici.”
Il punto è che oggi pomeriggio la situazione era questa:

Nel pomeriggio (purtroppo non ho salvato la pagina) la chiusura del sondaggio è stata variata: alle 24.00 del 4 marzo (oggi…). Poi, una volta raccolte le reti, il tutto è stato chiuso.
Quindi l’altro punto, ancora più tragico, è che si tratta chiaramente di un volgare tranello. Permettono a tutti (non soltanto agli iscritti) di votare e commentare, per poi strumentalizzare il risultato. E tutti ci cascano. Ormai la ragione si è dissolta. Diogene avrebbe di che vagare…

…Trovato chiuso???

La battuta non è mia, ma ci sta tutta.
Salgo sull’autobus che prendo quotidianamente. Vuoto, solo io e il conducente.
Lui (uno di quelli che deve sempre parlare per forza…) mi indica la sua bicicletta ultra figa, in fondo, sull’autobus (???).
Mi dice che ha girato tutti i santuari europei dove è apparsa la Madonna, tutti in bicicletta.
E io gli chiedo: “e poi?”… perché pensavo che avesse finito i santuari. Invece no, lui mi dice di aver avuto un infarto…
Io gli avrei voluto chiedere: “Hai trovato chiuso?”…

Asa Carlstrom

Asa Carlstrom conteneva quasi per intero il mio nome nel suo cognome.
Non ricordo la nazionalità, forse norvegese, sicuramente del nord.
Ora, avanti negli anni, sospetto che fosse delle Svallbard.
Si corrispondeva in inglese. Gli argomenti erano banali e spesso evanescenti. Ad ogni rilettura perdevano materialità e l’inchiostro si faceva sempre più sbiadito. Asa Carlstrom mi dava notizie inutili; scriveva sempre di gamberi e burro: “Oggi burro e gamberi, domani gamberi e burro, dopodomani burro e gamberi…”. Si; era delle Svallbard, non c’è dubbio.
Asa proseguì a lungo coi resoconti intorno al nulla. Non un accenno alla quotidianità delle sue gelide terre, salvo parlare del suo percorso di studi, che appariva come solo un passatempo in attesa d’una precoce e feroce riproduzione. Col tempo mi feci scaltro e scrissi lettere clandestine, delle quali non parlai a scuola. Così facendo aggirai la censura dell’insegnante di lingue e diventai sempre più audace. In una lettera domandai timidamente se per caso Asa nutrisse passione per i fuochi fatui o per qualsiasi immagine crepuscolare e gotica, le chiesi di elencarmi i nomi delle Divinità nordiche, di raccontarmi i miti degli Dei (biondi e brutali) storditi dall’amanita muscaria, finché, incalzato dai compagni di classe, le domandai una foto.
Asa non me la inviò; se non erro mi rispose “later…”. Attesi questo “later” per alcuni anni prima di scriverle nuovamente.
Non scrissi più e così fecero anche i miei compagni coi loro corrispondenti esteri; l’esperimento fallì e l’insegnante con meschina eleganza lasciò cadere la cosa.
Dopo 7 anni ritrovai Asa che mi attendeva a casa, in compagnia dei suoi genitori; erano le 11.00 di un martedì. Era di passaggio durante un viaggio in Italia. Aveva conservato il mio indirizzo. I genitori andarono a fare una passeggiata sul lago e Asa rimase a pranzo.
Asa Carlstrom era orrenda. Molto grassa con la pelle diafana (il sangue untuoso e torbido si vedeva scorrere a fatica sotto la pelle), i capelli lunghi d’un biondo accennato erano raccolti in due grosse trecce attaccate al capo, tre dita sopra le orecchie: sembravano due code di vacca. Il mio nome era sempre contenuto quasi per intero nel suo cognome, addirittura lei poteva contenere tutto me stesso. Conosceva qualche vocabolo in italiano.
Intercalava nei discorsi delle risatine a bocca semichiusa, come mimando l’atto del succhiare da una cannuccia, facendo spuntare un cespuglio di rughette ai lati delle labbra. Quasi cinguettava quando rideva, appoggiando le braccia incrociate sui grossi seni e vibrando flaccidamente. Al termine della risata la vibrazione continuava qualche secondo per inerzia, generando un borbottio da fermentazione. Questo contrasto fra il suono e la sua sorgente mi lasciò esterrefatto.
Notai che Asa Carlstrom sudava come un maiale al sole. Mia madre quel giorno stava cucinando una lingua bollita – non attendeva ospiti – ma Asa si lamentò (cinguettando odiosamente) come se avesse riconosciuto nel piatto la parte di un suo parente stretto e mangiò solo verdura. Io rovistai nel frigorifero, ma non c’era traccia di gamberi e non pensai di servirle un bel panetto di burro freddo. Questo errore mi tormenta da allora.
Se ne andò presto, grazie Dio, verso le 18.00, e tornò per sempre nelle sue gelide terre. Quando uscì di casa i miei genitori si guardarono fissi negli occhi, poi si rivolsero a me: “Ma… Ma chi è?”…
Non avevano avuto il coraggio di domandarmelo in sua presenza. Io non ebbi il coraggio di rispondere, in sua assenza.

Basilico e sedano selvatico

Da qualche giorno la guerra era finita.
Tutti rassicuravano tutti; non c’era alcun pericolo, ma non era vero.  Tre giorni prima lungo il canale il silenzio era stato rotto da degli spari. Avevano sparato a un “fascio”, il padre dell’Emilio. Mi dispiacque: Emilio era un mio amico, ma non potevo certo dirlo.
Nelle campagne c’era una calma che non ricordavo: ero piccolo quando c’era la pace. 
Mia madre la mattina mi mandava alla cascina dei Rodara, per fare scambio di cose varie; ci si aiutava alla bene meglio.
Avevo un pesante carrettino coi pedali, il triciclo, con la cassetta davanti piena di vecchi abiti da lavoro. In cascina ne avevano bisogno. Uscivo dal cortile della nostra casa e giravo a sinistra costeggiando il canale. Attraversavo quasi subito la piazzetta del paese, dove fra le macerie c’era aperto il fornaio; il canale proseguiva poco lontano da me, aggirando il centro, ma lo incontravo nuovamente dopo. L’argine, dalla strada ciotolata ridotta male dalla guerra, dopo un quarto d’ora di sgambata diventava sterrato… Allora si che faticavo!
Dopo mezzora ero dai Rodara. 
Quella mattina la Livia stava scopando appena fuori dall’uscio e un nugolo di polvere prese sul viso un maiale, che grufolava a mezzo metro. Fece un verso, una via di mezzo fra lo starnuto e il grugnito. Sembrava fosse la prima volta che starnutiva e se ne andò via assorto e dubbioso. Mi meravigliavo sempre quando vedevo un maiale sopravvissuto.
Livia come sempre bofonchiò qualcosa, sapevo che era un saluto. Prese tutti gli abiti vecchi e sparì in casa. Senza il rumore della scopa sentivo le cavallette iniziare il loro concerto. Galli, galline e maiali erano pochi in giro.
Dopo qualche minuto uscì con due sacchi di iuta, buttandoli nella cassetta: basilico, tanto basilico, e sedano selvatico.  L’aroma, anche all’aperto, dava quasi allo stomaco.
“Ciao!” dissi mentre già spingevo sui pedali; ero in piedi per fare più forza. La partenza in triciclo è sempre molto faticosa. Dovendo invertire la marcia subito, lo è ancora di più.
Dopo qualche pedalata mi parve di sentire un rumore di ruote sullo sterrato, oltre alle mie. Voltai leggermente la testa a destra e sinistra sbattendo un po’ gli occhi, per l’aroma di basilico e sedano selvatico che mi infastidivano. Ero anche contro vento…
La sua bicicletta era molto più leggera, Mirina (la figlia di Livia) non pedalava neppure in piedi; mi raggiunse in prossimità della curva e si accostò sulla sinistra per superarmi.
Mi guardava e rideva. Il suo volto imperlato di sudore (le gocce venivano strappate via dal vento) era rosso dalla fatica, ma rideva.
Proprio in curva prese un grosso sasso con la ruota anteriore; ebbe uno scarto sulla destra. Io sterzai d’istinto, per evitarla… il triciclo si rovesciò con un gran frastuono di ferraglia e rotolai nel fossato, a poca distanza da un vecchio sambuco. Se fossi caduto a sinistra sarei finito nel canale.
La corrente si portò via alcune piante di basilico e sedano selvatico.
Ero sdraiato con le gambe all’insù, in fondo alla rivetta. Mirina rideva, fra una risata e l’altra sentivo il cigolio delle ruote del triciclo, che proseguivano lente a roteare nell’aria.
Il ginocchio destro era sbucciato, mi faceva male, sanguinava. 
Mi assalì un puzzo insopportabile, nauseabondo, che mi procurò all’istante un urto di vomito. Sembrava provenire dal sambuco.
Mirina continuava a ridere a squarciagola, piegandosi sulle ginocchia.
Improvvisamente la matta iniziò a prendere i cespi di basilico e di sedano selvatico, caduti tutt’intorno, lanciandomeli addosso.
“Ferma, cosa fai?! Sei matta?!”
Riuscii a urlare malgrado la nausea… mia madre si sarebbe molto arrabbiata se fossi tornato senza basilico; doveva preparare il pesto.
In pochi secondi mi ricoprì completamente dalla testa ai piedi, l’intensità dell’aroma di quelle piante annullò la puzza tremenda di quel luogo, ma la miscela era troppo intensa, fastidiosa. Da sdraiato, scuotendo la testa, mi scoprii gli occhi e intravidi Mirina scendere lungo la rivetta, di corsa, sempre ridendo.
Non feci in tempo a dire nulla che mi abbassò i pantaloni e le mutande.
Rimasi impietrito, sbirciando fra sedano e basilico. Mirina si sollevava la veste. Chiusi gli occhi…
Mi prese un calore indescrivibile in mezzo alle gambe e Mirina mi montò sopra. Non rideva più, ma era contenta e si muoveva veloce.
Mi piaceva ma, non capivo il perché, quello che stava succedendo aveva il tipico sapore delle cose da non dire. Poi il basilico e il sedano selvatico mi stavano soffocando. Il loro aroma dava  un miscuglio violento, che mi picchiava nella testa, dentro. Mi offuscava, quasi vedevo il colore di quell’aroma. Anche quello che faceva Mirina mi picchiava in testa, tutto era confuso, non capivo nulla. Era un bel momento, ma come trascorso sotto alla grandine… E finì subito…
Non feci in tempo a riprendermi dallo stupore,  che  Mirina era già tutta in ordine; raccoglieva sedano e basilico, rimettendoli nei sacchi tutti mischiati, dopo aver raddrizzato il triciclo.
I cespi rimasti al sole si erano già avvizziti.
Io mi alzai, indolenzito e sporco, il ginocchio sanguinava ancora leggermente.
Avevo un sorriso fisso che mi cambiava i connotati.
Mentre mi piegavo per tirarmi su le braghe ritornò violentissimo il puzzo nauseante. Fu a quel punto che, con la coda dell’occhio, in mezzo al sambuco alla mia sinistra vidi una mano. La risalii con lo sguardo.
Il polso si infilava nella manica di una divisa, dopo la spalla spuntava una testa, un elmetto caduto all’indietro, i capelli sporchi sembravano di stoppa. Dalla penombra proveniva il sibilo di brevi voli di mosche.
Non avevano sparato al papà dell’Emilio. Era un tedesco; chissà cosa ci faceva quella sera ancora in giro a farsi ammazzare.
Gli occhi erano chiusi, ma la bocca spalancata. La pelle era liscia ma gonfia, di un colorito grigio percorso da leggeri riflessi olivastri e sporca di terra rinsecchita. Il puzzo arrivava dal cadavere.
Mi prese un altro urto di vomito.
Mirina era zitta. Una leggera brezzolina scompigliò i suoi capelli e sembrò che una grande mano invisibile passasse sui prati attorno a noi; una carezza che piega leggermente le punte dei fili d’erba.
Entrambi guardavamo ammutoliti il tedesco.
Le cicale cantavano, mentre il  ronzio continuo di insetti si fece più forte. Una grossa ragnatela fra due rami del sambuco oscillava elastica e regolare, respirava.  Il ragno al centro era impassibile, sicuro.
Non ricordavo la campagna così calma;  ero troppo piccolo quando c’era la pace… Quando c’era solo la fame.

BIbi e Bubu…

Silvio è come un elefante goffo e bolso, diciamolo. Io lo immagino che si volta di qua e di là, perché lo acclamano: “Silvio! Silvio! Silvio!”… Lui si gira e col culone mastodontico (con un piccolo e ridicolo codino) abbatte scaffali, cristallerie, sradica quadri, spappola dita fra stipite e porta, e così via…
Ormai è così, ma MOLTI FANNO FINTA DI NULLA.
Va in gita in Israele e lecca i piedi ad un tizio che si chiama Bibi (si, per Dio, Bibi!!!) fa arrabbiare gli iraniani ed i palestinesi.
Poi per calmare i palestinesi (è lì… non per altro…) fa imbestialire gli israeliani. Poi l’ambasciata italiana a Teheran viene presa d’assalto.
Cioè, allora: quelli sono pazzi, si sa…. ma Silvio??? Parliamoci chiaro….

VA TUTTO BENE? Ah ah ah-ah Bubu…

…E perché non Via Famiglia Craxi?

Quando non venne concessa l’autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, quasi tutta l’Italia si indignò. Una radio nazionale ci invitò ad inviare al Parlamento un lapidario telegramma: “vergogna!”. Giorni dopo i mittenti ricevettero una lettera firmata da Gerardo Bianco, nella quale si esprimeva a chiare lettere un esplicito “nulla” a commento ed a giustificazione di quella scelta inaudita.
La forma di quella lettera mi colpì tal punto che, da anni, cerco di comporre un testo palindromo in politichese. L’obbiettivo è quello di scrivere un discorso adatto a qualsiasi occasione, senza dover variare una virgola (non avendo significato, ma soltanto la forma che potrebbe esprimere un pensiero, dovrebbe suscitare l’intuizione di un senso che non c’è: un capolavoro!).
La virtù aggiunta, è palindromo, lo ricordo, permetterebbe di leggere il discorso partendo dal capo o dalla coda, leggendo esattamente le stesse parole.
Un progetto ambizioso e, lo ammetto, forse pretenzioso per un umilissimo illetterato come il sottoscritto. Dispiace che il mio intento non abbia ancora trovato compimento, perché potrebbe rappresentare (per certi aspetti) la fine dialettica della politica, se ben pubblicizzato e diffuso.
In questi giorni di polemica per la proposta di intitolare una Via di Milano a Craxi, per esempio, sarebbe fantastico commentare col mio “antidiscorso” politico.
I temi in ballo non sono da poco e, benché sia il solito trucco “panem et circenses”, benché sia appunto sprovvisto della mia arma dialettica, non trovo eticamente corretta l’astensione dal dibattito; ergo faccio la mia proposta, ma in italiano corrente:
Craxi ci ha lasciato sicuramente due pessime eredità: i figli. I due figli sono brutti e dannatamente antipatici.
Sono acidi e incazzati col mondo, mantengono sempre un’aura di severità e autorevolezza che non è supportata dal loro stesso ruolo. …Insomma, due leggeri incubi sociali…
I figli di Bettino si sono divisi politicamente, il che potrebbe avere un sapore romantico, ma non è così; i due sono sconditi, nessuna emozione viene risvegliata in me dai loro musi lunghi. Le loro scelte politiche divergenti, ecco l’unico punto a loro favore, ci insegnano che le categorie di “buoni” e “cattivi” sono contaminate esse stesse da infiltrati della categoria opposta. I buoni nei cattivi e viceversa, a cascata e senza sosta, fino a contare nei due insiemi iniziali un egual numero di buoni e cattivi. Questo dovrebbe permettere una lettura più coscienziosa e matura di tutti gli eventi storici. E’ l’obbiettivo comune che si affaccia alla storia, non certo le vicende individuali; ecco perché i Craxi – a mio avviso – sono colpevoli a priori. Anche volendo far bene, generano confusione e dubbi. Che siano buoni o cattivi, nel gruppo degli uni o degli altri.
Ciò detto, però, propongo di intitolare la Via di Milano alla Famiglia Craxi intera. So bene che non è possibile, ma sarebbe interessante.
In questo modo potremmo riabilitarli tutti, anche chi di loro non ha subito condanne; la riabilitazione agli occhi della storia (individuale e collettiva), spesso è seguita dall’oblio del riabilitato. Risolti i conflitti interiori dei nostri amici politici, col rilassamento dei loro intestini, potremmo, spero, dimenticare anche i due figli Craxi, prima di doverceli ricordare dopo una futura , eventuale, condanna. Sarebbero dimenticati ad honorem, vivaddio.