Basilico e sedano selvatico

Da qualche giorno la guerra era finita.
Tutti rassicuravano tutti; non c’era alcun pericolo, ma non era vero.  Tre giorni prima lungo il canale il silenzio era stato rotto da degli spari. Avevano sparato a un “fascio”, il padre dell’Emilio. Mi dispiacque: Emilio era un mio amico, ma non potevo certo dirlo.
Nelle campagne c’era una calma che non ricordavo: ero piccolo quando c’era la pace. 
Mia madre la mattina mi mandava alla cascina dei Rodara, per fare scambio di cose varie; ci si aiutava alla bene meglio.
Avevo un pesante carrettino coi pedali, il triciclo, con la cassetta davanti piena di vecchi abiti da lavoro. In cascina ne avevano bisogno. Uscivo dal cortile della nostra casa e giravo a sinistra costeggiando il canale. Attraversavo quasi subito la piazzetta del paese, dove fra le macerie c’era aperto il fornaio; il canale proseguiva poco lontano da me, aggirando il centro, ma lo incontravo nuovamente dopo. L’argine, dalla strada ciotolata ridotta male dalla guerra, dopo un quarto d’ora di sgambata diventava sterrato… Allora si che faticavo!
Dopo mezzora ero dai Rodara. 
Quella mattina la Livia stava scopando appena fuori dall’uscio e un nugolo di polvere prese sul viso un maiale, che grufolava a mezzo metro. Fece un verso, una via di mezzo fra lo starnuto e il grugnito. Sembrava fosse la prima volta che starnutiva e se ne andò via assorto e dubbioso. Mi meravigliavo sempre quando vedevo un maiale sopravvissuto.
Livia come sempre bofonchiò qualcosa, sapevo che era un saluto. Prese tutti gli abiti vecchi e sparì in casa. Senza il rumore della scopa sentivo le cavallette iniziare il loro concerto. Galli, galline e maiali erano pochi in giro.
Dopo qualche minuto uscì con due sacchi di iuta, buttandoli nella cassetta: basilico, tanto basilico, e sedano selvatico.  L’aroma, anche all’aperto, dava quasi allo stomaco.
“Ciao!” dissi mentre già spingevo sui pedali; ero in piedi per fare più forza. La partenza in triciclo è sempre molto faticosa. Dovendo invertire la marcia subito, lo è ancora di più.
Dopo qualche pedalata mi parve di sentire un rumore di ruote sullo sterrato, oltre alle mie. Voltai leggermente la testa a destra e sinistra sbattendo un po’ gli occhi, per l’aroma di basilico e sedano selvatico che mi infastidivano. Ero anche contro vento…
La sua bicicletta era molto più leggera, Mirina (la figlia di Livia) non pedalava neppure in piedi; mi raggiunse in prossimità della curva e si accostò sulla sinistra per superarmi.
Mi guardava e rideva. Il suo volto imperlato di sudore (le gocce venivano strappate via dal vento) era rosso dalla fatica, ma rideva.
Proprio in curva prese un grosso sasso con la ruota anteriore; ebbe uno scarto sulla destra. Io sterzai d’istinto, per evitarla… il triciclo si rovesciò con un gran frastuono di ferraglia e rotolai nel fossato, a poca distanza da un vecchio sambuco. Se fossi caduto a sinistra sarei finito nel canale.
La corrente si portò via alcune piante di basilico e sedano selvatico.
Ero sdraiato con le gambe all’insù, in fondo alla rivetta. Mirina rideva, fra una risata e l’altra sentivo il cigolio delle ruote del triciclo, che proseguivano lente a roteare nell’aria.
Il ginocchio destro era sbucciato, mi faceva male, sanguinava. 
Mi assalì un puzzo insopportabile, nauseabondo, che mi procurò all’istante un urto di vomito. Sembrava provenire dal sambuco.
Mirina continuava a ridere a squarciagola, piegandosi sulle ginocchia.
Improvvisamente la matta iniziò a prendere i cespi di basilico e di sedano selvatico, caduti tutt’intorno, lanciandomeli addosso.
“Ferma, cosa fai?! Sei matta?!”
Riuscii a urlare malgrado la nausea… mia madre si sarebbe molto arrabbiata se fossi tornato senza basilico; doveva preparare il pesto.
In pochi secondi mi ricoprì completamente dalla testa ai piedi, l’intensità dell’aroma di quelle piante annullò la puzza tremenda di quel luogo, ma la miscela era troppo intensa, fastidiosa. Da sdraiato, scuotendo la testa, mi scoprii gli occhi e intravidi Mirina scendere lungo la rivetta, di corsa, sempre ridendo.
Non feci in tempo a dire nulla che mi abbassò i pantaloni e le mutande.
Rimasi impietrito, sbirciando fra sedano e basilico. Mirina si sollevava la veste. Chiusi gli occhi…
Mi prese un calore indescrivibile in mezzo alle gambe e Mirina mi montò sopra. Non rideva più, ma era contenta e si muoveva veloce.
Mi piaceva ma, non capivo il perché, quello che stava succedendo aveva il tipico sapore delle cose da non dire. Poi il basilico e il sedano selvatico mi stavano soffocando. Il loro aroma dava  un miscuglio violento, che mi picchiava nella testa, dentro. Mi offuscava, quasi vedevo il colore di quell’aroma. Anche quello che faceva Mirina mi picchiava in testa, tutto era confuso, non capivo nulla. Era un bel momento, ma come trascorso sotto alla grandine… E finì subito…
Non feci in tempo a riprendermi dallo stupore,  che  Mirina era già tutta in ordine; raccoglieva sedano e basilico, rimettendoli nei sacchi tutti mischiati, dopo aver raddrizzato il triciclo.
I cespi rimasti al sole si erano già avvizziti.
Io mi alzai, indolenzito e sporco, il ginocchio sanguinava ancora leggermente.
Avevo un sorriso fisso che mi cambiava i connotati.
Mentre mi piegavo per tirarmi su le braghe ritornò violentissimo il puzzo nauseante. Fu a quel punto che, con la coda dell’occhio, in mezzo al sambuco alla mia sinistra vidi una mano. La risalii con lo sguardo.
Il polso si infilava nella manica di una divisa, dopo la spalla spuntava una testa, un elmetto caduto all’indietro, i capelli sporchi sembravano di stoppa. Dalla penombra proveniva il sibilo di brevi voli di mosche.
Non avevano sparato al papà dell’Emilio. Era un tedesco; chissà cosa ci faceva quella sera ancora in giro a farsi ammazzare.
Gli occhi erano chiusi, ma la bocca spalancata. La pelle era liscia ma gonfia, di un colorito grigio percorso da leggeri riflessi olivastri e sporca di terra rinsecchita. Il puzzo arrivava dal cadavere.
Mi prese un altro urto di vomito.
Mirina era zitta. Una leggera brezzolina scompigliò i suoi capelli e sembrò che una grande mano invisibile passasse sui prati attorno a noi; una carezza che piega leggermente le punte dei fili d’erba.
Entrambi guardavamo ammutoliti il tedesco.
Le cicale cantavano, mentre il  ronzio continuo di insetti si fece più forte. Una grossa ragnatela fra due rami del sambuco oscillava elastica e regolare, respirava.  Il ragno al centro era impassibile, sicuro.
Non ricordavo la campagna così calma;  ero troppo piccolo quando c’era la pace… Quando c’era solo la fame.

Rapide osservazioni mattutine

Prima di salire sul treno occorre obliterare il biglietto.

“Occorre, o s’incorre, sanzione di euro 50. Purtroppo, talvolta, spesso, l’obliteratrice non funziona. Non c’è inchiostro, pare, neppure personale, stazione “automatica”, fastidioso, eufemismo, funzionerà, futuro incerto; il divenire, che riserva, variazioni succulente.”

Sigaretta.
“Correre, cercare il controllore, la normativa, agognata obliterazione, scansare la multa, salata la multa, pepata la multa, ribadire l’ordine, l’ontologia ferroviaria, fuso, fonderia, rettitudine dei binari.”

Il controllore è impegnato; un viaggiatore non ha il biglietto.
“Compilare un modulo, svariati i dati, inoltre non ha resto, emmenomale, ha i soldi, non lo accoltella, eppoi squilla il cellulare, lo regge fra orecchio e spalla, compilare il modulo.”

E’ l’amico, a cui precisa che, si,
la crepa del muro in camera da letto avanza e

“canta come piccoli carapaci di coleotteri o di gusci di mandorla trapanati da insetti d’acciaio brunito (vedi fuso, fonderia) e ricade, la crepa, proprio fra i coniugi, dritta a piombo (vedi fuso, fonderia) a metà del muro dietro la testata del letto.”

Sospiro.
“Quindi, è chiaro, li separerà insieme alla casa, il giaciglio d’amore, forse le ovaie di lei, una di qua, una di là, dormendo ella invade la zona di destra (la misericordia del maschio), si dilata, passaggio separatore, la grande crepa. Seguirà con la strada, il paese, la nazione, un abisso, due mondi da uno, la divisione, spaccherà, come la mela, fluttuare nello spazio, muco rovente, sapore metallico (vedi fuso, fonderia).”

Carnate e Arcore e Monza e Sesto.
Biglietto non obliterato.
Vuoto sconfinato nel cuore.
“Le obliteratrici della Metropolitana: inghiottire, il biglietto, l’abbonamento, il carnet, la settimana, non funziona, non timbra, l’ingorgo, anche l’altra, non funziona, l’imbuto, le spinte, “Permesso!”, il giornale, la rabbia, il trucco che cola, il telefono, le bestemmie, il flusso che preme alle spalle, non funziona neppure l’altra, cambiare corsia, lo scivolone, imbuto, bestemmie, giornali e trucchi che colano e spinte, settimane di carnet, volteggiano alate, anni obliterati, abbonamenti nominativi, o non detraibili, comprare quelli automatici, tessere, quattro foto, commercialisti occhialuti, dinoccolati, uno allampanato, costoso, meglio quello grasso, è di Bari, lo compro, lo voglio, scusi porta gli occhiali?”

I controllori.
“Anni sessanta, vestito blu, felpato impeccabile, borsello di cuoio marrone, gli occhiali appesi, corda e caucciù, mi dispiace, la zona extraurbana, la peruviana e quindi, l’ammenda, madre de dios, euro cinquanta, la moneta che manca, arriva il rumeno, meno trenta là fuori, la grappa mattutina, il lardo, le uova, lavoro, cantiere, la fascia C, il costo di, capire che, lo faccio perché, non s’arrabbi né, al ritorno poi, euro 50, no capire, rasista, pugno sul muso, sangue che cola, macchia sul blu, il rosso intorno, la linea 1, euro 50, fermata Loreto, ma se non si spiega, mi lasci stare.”

Le formiche volanti

Nell’hotel governativo di Rangat l’aria era ferma e appiccicosa. Sembrava di attraversare camminando dell’olio vaporizzato; una sostanza oleosa e densa aderiva alla pelle lasciandoci preda di una pellicola soffocante.
 
La spoglia scrivania della reception era minacciata da gigantesche pale, che roteavano lentamente accompagnate da un cigolio d’attriti cronici, il che non avvalorava la mia teoria dell’atmosfera unta.
L’uomo ad accoglierci pareva un alieno rispetto agli altri locali: un indocinese, qualcosa del genere, i cui lineamenti erano stranieri in terra straniera. Questo ci univa. 
Spesso suonava il telefono e purtroppo non comprendevo la lingua: mi incuriosiva sapere i contenuti delle telefonate; l’hotel era semivuoto. Forse erano tentativi di prenotazione, ai quali veniva negato questo privilegio: soggiornare all’Hotel governativo.

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Errare è umano

Un centro commerciale noto nella mia zona ha come simbolo un elefante.
Ricordo che, anni fa, in quel formicaio inoperoso, mi soffermai davanti alla vetrina di un negozio che aveva gettato la spugna. Le vetrine erano oscurate dall’interno con una carta di un giallo iper-diafano, la cui “giallità”, che sfuggiva ai sensi, non poteva che venirmi suggerita platonicamente.

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La solidità del topo

Tre topi, più uno.
Il primo è africano, infilzato malamente da una stecca di legno, sfrigola controvoglia sul fuoco per placare la fame di pochi disperati; poco prima non era certo infastidito dalla presenza del carnefice, le cui scorte alimentari (per misere che siano) ed i quali rifiuti sono delle autentiche ghiottonerie.
Il secondo è indiano. Appostato nella penombra, dietro una colonna, attende tre povere donne, molto lontane da noi e vestite di poco, che portano latte e cocco nel tempio di Karni Mata. Sfamano i sacri ratti.

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L’uomo che lava la strada

Uscendo di casa, la mattina, ancora intorpidito affronto una breve salitella. Io costeggio il muro scalcinato sulla sinistra e l’occhio cade sempre sulla destra: c’è qualche metro quadrato di asfalto bagnato. Sempre nello stesso punto. Davanti alla cancellata bianca di una villetta.
La prima volta ho dedotto che di notte era caduta una modesta pioggia, ma dopo pochi passi mi sono ricreduto, perché la pioggia non è così selettiva da bagnare solo 10 metri quadrati.
Per qualche giorno, complice il sonno, l’inganno si è ripresentato. Sempre nello stesso punto, sempre questo rettangolo bagnato dalla pioggia. Un rettangolo perfetto se non fosse posto in discesa. Motivo per cui il lato più in basso rispetto alla pendenza si frastaglia in piccoli e numerosi rigagnoli.

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La Moussenorvegicus

Dovendo sostituire la foto d’intestazione così precocemente (è giusto così, non essendo mia), ho ben pensato di celebrare una sorta di cerimonia funebre del mio amato Mus (in realtà il blog non chiude e nemmeno vario il nome; è soltanto un pretesto), che sublima ineluttabilmente in Mousse.
Pubblico quindi la ricetta principe per cucinare il ratto labirintico: la Moussenorvegicus
Ingredienti per 5 persone:
-500-600 g di Mus Norvegicus non puliti
-100 g di fegatini di Mus Norvegicus
-80 g di cipolla
-40 g di carote
-30 g di coste di sedano, timo, rosmarino, lauro, prezzemolo, 1/2 aglio, bacche di ginepro
-3 fogli di gelatina (colla di pesce)
-1 bicchiere di marsala secco e cognac (2 cl)
-1 bicchiere di vino rosso (1 dl)
-2 dl di brodo di pollame
-2 cl di olio d’oliva
-1 dl di panna montata
-sale e pepe quanto basta

Per prima cosa pulite con molta cura i roditori: il fegato serve per la ricetta, ma nella mia versione lascio la anche la vescicola biliare per conferire un sapore più aggressivo alle carni.
Potrebbe sembrare disgustoso, ma grazie a Dio il grande Saramago mi supporta qui.
Una volta ben nettati, dividere i Mus in 4 pezzi facendo ben attenzione a non rompere la vescica biliare e rosolarli in una casseruola con metà olio .
Aggiungere le verdure tagliate a pezzetti e continuare la cottura in forno per 15 minuti. Levare il grasso (facoltativo!) ed aggiungere gli odori. Dopo 5 minuti circa, bagnare con il vino e farlo ridurre completamente.
A questo punto Togliete i roditori dal tegame e disossateli. Rimettere nel tegame le ossa insieme al brodo e far bollire lentamente per 30 minuti.
Passare il fondo nel passino fine e rimettere sul fuoco fino a ridurre tutto a 1/3 di 1 (125g). Rosolare i fegatini nella rimanenza dell’olio, lasciandoli al sangue. Intanto mettere a bagno la colla di pesce. Passare al tritatutto la carne (ricordo sempre che a questo punto è insaporita dalla rottura della vescica biliare) e i fegatini, sciogliere la colla di pesce nel fondo ottenuto precedentemente, mescolarlo con la carne, il cognac, il marsala e i fegatini, passare tutto al setaccio (quando è ancora tiepido) e controllare sale e pepe. Lasciare riposare in frigo.
Non appena la mousse comincia a tirare, aggiungere la panna montata mantecando delicatamente con una spatola di legno e procedere immediatamente a riempire gli stampini o uno stampo grande.
Lasciare riposare almeno12 ore in frigo.

Ecco! Fantastico, no?! Accetto ben volentieri migliorie alla ricetta.

Formalità

 

In una sera di aprile, mentre una pioggia leggera ma incessante batteva le strade e le campagne, due persone si accingevano a servire la prima portata a degli ospiti (come di rito, a quel punto si considera iniziata la cena e andrebbe subito introdotto un argomento consono all’occasione).
Mentre i quattro si passavano di mano in mano altrettanti piatti di diversi antipasti con un poco d’imbarazzo (perché l’argomento tanto auspicato non affiorava alla mente dei presenti) la gatta stanca e indolente girovagava fra due gambe del tavolo e sotto due delle quattro sedie.
La gatta emise il suo caratteristico suono, mentre zampettava: una “i” seguita da una “a” lunga , un “iaaaaaaaaaaaaaaa….” ben sostenuto dal diaframma; infatti un orecchio minimamente istruito al canto poteva notare che la seconda (e ultima nota) non era mai calante.
La padrona di casa a quel punto fece notare che gli asparagi erano quasi cotti e a breve sarebbero comparsi sulla tavola.
L’ospite femminile rispose con dispiacere circostanziato di non aver mai assaggiato gli asparagi, pertanto non poteva assicurare un buon successo al piatto (ma questa seconda considerazione era solo intuibile, non certo verbalizzata) e intercalò il suo intervento con diverse risatine brevi e galoppanti, quasi nitriti.
Seguirono quattro, cinque secondi di silenzio, interrotto da un secondo e lancinante “iaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa…..” (la gatta rifece il medesimo percorso all’inverso: passò sotto due sedie e in mezzo alle due gambe del tavolo che si aprivano come un portale verso la sala buia).
L’ospite femminile si voltò verso il suo uomo, domandando se per caso lui avesse mai assaggiato gli asparagi.
Il padrone di casa si versò il terzo bicchiere di rosso, sorvolando sulla formalità di servire il vino agli ospiti a dispetto del protocollo.
L’ospite maschile inarcò leggermente le sopracciglia verso il naso, come per spremere la parte arcaica del cervello e trarre da ricordi ancestrali il sapore (e l’opinione) intorno all’asparago, ma nulla sovvenne. E’ questo un fatto molto curioso, poiché i sapori fanno parte di un patrimonio collettivo e recondito.
Si arrese: “…No… non ho mai assaggiato gli asparagi, non so se mi piacciono…”.
Il padrone di casa versò per sé il quarto bicchiere di vino ed il secondo per la padrona di casa.
Si rividero a cena dopo due anni. La pioggia lavava con meticolosità le strade, la gatta si spostava pendolante fra ciotola e cuccia emettendo il suo lamento da rivendicazione felina.
La padrona di casa cucinò ancora asparagi, che gli ospiti non mangiarono perché anche due anni prima non cedettero alla tentazione di assaggiarli.
Il padrone di casa bevve una bottiglia di buon rosso da solo.
Si rividero dopo altri due anni.

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