La necessità d’una divinità specializzata

Uno dei miei crucci è l’impossibilità di potersi rivolgere a Dei specializzati (uso definirli “competenti”).
La limitazione del Dio unico è senza dubbio la dispersione di forze, una sorta di accidente aristotelico della totipotenza; perdonate la blasfemia…
Non a caso, in una delle celeberrime canzoni che ho scritto, cantavo: “Oh Signore guarda giù, subito però! Il mio tempo stringe, il tuo no!”.
Se avessimo una folta schiera di Dei e Deucoli, indolentemente assisi su troni e tronetti, sopra le nostre teste, allora avremmo sì degli Dei (pochi) di straordinaria potenza e importanza, ma anche altri, destinati a ruoli secondari.
Avrebbero più tempo. Sarebbero annoiati, ma anche più rapidi. Ci sarebbe il Dio delle porte dei treni e quello dei trinciapolli, la Dea delle matite per occhi, ma anche quella delle ossidoriduzioni, e così via…
Ammetto che nel mio caso (avrei bisogno di un sole cocente o di una tempesta, per domani) potrei rivolgermi agli Spiriti della Natura (chi ha orecchie, bla bla bla…), ma la riflessione è d’obbligo.
Allora:  industriosi calabroni hanno costruito la loro piccola città nella canna fumaria del mio camino.
Ho atteso a lungo, per cercare una soluzione ragionevole e pacifica, ma non posso più attendere: ricorro all’arrogante arma della disinfestazione.
L’impresa (specializzata, per l’appunto) sarà domani pomeriggio da me, per liberami dagli intrusi.
Disinfestazione: 150€ (più IVA)
Piattaforma per raggiungere il comignolo: 130€ (più IVA)
Il mio desiderio è quello di poter invocare il Dio competente che scateni, in un baleno, mentre gli addetti della disinfestazione stanno operando, a scelta del Dio, o un caldo assassino (minimo 50 gradi centigradi all’ombra), o una pioggia torrenziale, amazzonica; alla Marquez, per capirci. Gli addetti, ermeticamente protetti da tute impenetrabili, morirebbero disciolti dal gran caldo, collasso cardiocircolatorio, oppure scivolerebbero, si spiaccicherebbero in cortile, in un giorno di gran pioggia d’agosto… Cadrebbero come fichi maturi. Questo avrebbe una doppia valenza simbolica: la fine dell’avido, tout-court, ed il bagno di sangue, il ringraziamento, il pagamento del Dio specializzato intervenuto.
Insomma: Per 280€ (più IVA), che almeno facciano una fatica boia… maledetti cani infedeli…
 

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Scientificamente parlando…

Sotto la superficie di quella che, comunemente, viene definita “scienza”, scorrono ed operano diverse forze.
C’è un surriscaldamento causato dal lavorio di “tutti i neuroni del mondo”, quindi esistono correnti magmatiche e fluide. Questo “furore bruciante”, di fatto, viene prodotto anche da una sorta di fiamma che non brucia, uno stomaco con vaga eco alchemica e spagyrica.
E’, ovviamente, lo stomaco della scienza, che smonta gli eventi e li rende assimilabili e digeribili, li trasforma. Cè poi la peristalsi, che  segue la digestione di cui sopra.  I miei sono solo esempi rozzi, metafore banali, dettate anche dalla fretta… 
E’ però tutto bello, questo, è meraviglioso insomma, da “OhWow!” all’americana.
Ci sono però dinamiche e forze che nulla hanno a che vedere con questa meraviglia; sono forze di tipo “sociale”.
Di queste, quella perniciosa è identificabile nella forza del “rispetto reciproco”. Questa forza non sottende (come si potrebbe pensare) due punti della superficie che siano in fase di sviluppo, oggetto di dibattito, ma due punti già consolidati, accettati.
La forza sociale del “rispetto reciproco” fa sì che, per una realtà dimostrata scientificamente (con tanto di pubblicazioni e bla bla bla) un esponente di questo mondo non prenda audaci decisioni dettate dalla propria esperienza,intuito, intelligenza, osservazione, in quanto in contrasto con l’ordine costituito, col triplo effetto del rispetto delle idee altrui e del proprio deretano (non si rischia), a discapito del prossimo e della verità (terzo effetto).
Siccome, purtroppamente, non sono troppo ignorante (un poco, ma non troppo) e neppure troppo insipiente (un poco, ma non troppo), ergo, questi signori, per quanto mi riguarda, se ne potrebbero anche andare a*******o.
Cioè, comprendo le conseguenze delle forse sociali, ma comunque se ne potrebbero anche andare a*******o. Non mi avrete mai… Ecco…

P.S.: l’immagine non c’entra nulla, ma è bella.

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Il mito della boule

 

Sono molto presuntuoso, molto, a tal punto che il mio ego mi vorrebbe obeso per allargare i propri confini.
Sono così presuntuoso, che ritengo di scrivere miti moderni, quali risultato delle mie scarnissime meditazioni.
E allora eccone uno; è molto datato, ma in questi giorni lo calzo bene:
La boule de neige.
Si prende una boule de neige e la si scuote.
Si rimette la boule al suo posto, mentre la finta neve va in sospensione, per poi ricadere sul fondo, imitando una nevicata.
Quando la finta nevicata è terminata, tutto torna come prima.
In realtà, però, non è come prima…
Ecco… 

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Psicosomatomeccanica

Questa mattina sono salito sul treno definito “cacato”. In realtà non è più cacato dell’altro “modello”. E’ soltanto ad un piano solo, mentre l’altro ne ha due.
Per il resto, non cambia nulla. E’ sporco, non tutte le porte funzionano, il riscaldamento è troppo alto o troppo basso, spesso il treno è troppo corto e le persone sono costrette a stare in piedi e, in ultimo, il ritardo è così consolidato, che, di fatto, non può essere definito tale… Nel senso che, se un giorno per caso dovesse giungere a destinazione in orario, penserei di essere in anticipo.
Il treno di questa mattina, però, malgrado la platonica “cacataggine”, aveva qualcosa di curioso, di organico, oltre agli umani passeggeri e allo sporco: respirava, o comunque mugugnava una specie di “Mmmmmmmmmh” inespressivo, a intervalli regolari.
Non era il solito “Mmmmmmmmmh” di piacere, oppure quello che accompagna una breve riflessione. Era un muggito soffuso e senza crescendo, una nota di tromba infilata subito perfetta e tenuta regolare. Il tutto ogni 50-60 secondi circa. Inizialmente mi pareva di essere trasportato su di un vermone gigante, seduto nelle sue viscere, poi questa respirazione meccanica mi ha fatto ricordare i rumori a frequenza costante dei sommergibili.
A dir la verità non sono mai salito su di un sommergibile, ma quelli che ho visto in tv sono popolati da rumori precisi, e tutti a frequenza regolare: il sonar prima di tutto, poi si aggiungono quei rumori da torsione ansiogena, quei “C-cc-ccc-ccccrrrr” che, penso, derivino alla pressione esercitata sulla struttura del sommergibile.
Allora ho pensato che un’eventuale irregolarità nel respiro meccanico potesse essere un sintomo di sofferenza del treno-vermone.
Ho pensato che, per esempio, se il rumore fosse accompagnato da una sorta di fusa di gatto, potrebbe essere aneurisma dell’aorta, come lessi in un racconto di Šalamov.
A questo punto, mi sono ricordato che anni fa ero convinto di tingere (in senso alchemico) gli oggetti con la mia aura. Cioè: se un interruttore in una casa non funzionava da mesi, io, toccandolo, lo “guarivo”. Questo riprendeva a funzionare, è successo, lo giuro. Il mio impianto stereo, inoltre: il cd saltava quando ero in un periodo di maliconia. Funzionava perfettamente quando io ero felice, leggero. Potrei fare altri esempi, ma questi bastano per portarmi all’argomento centrale: in base a questa mia convinzione, avevo elaborato una teoria che associava (con uso di evidente ana-logica) un organo umano ad un pezzo dell’autovettura. E’ facile accostare lo stomaco al serbatoio, il tubo di scappamento all’intestino, la centralina al cervello, non dimentichiamo poi la relazione benzina – sangue… Le cose si complicano passando in rassegna le parti più misteriose, per un non  addetto. Per esempio: quale sarà mai la cistifellea dell’automobile? Questa teoria non era pura speculazione: poggiava sull’esperienza di mio padre e voleva essere utile a tutti.
La sua auto (una Fiat Tempra) si spegneva in corsa, all’improvviso, senza avvisare, in sorpasso. Nello stesso periodo lui cadeva svenuto, o sveniva seduto e non cadeva, all’improvviso, per pochi secondi, poi si riprendeva come se nulla fosse.
Quando i medici capirono che si trattava di un problema al seno carotideo, allora finalmente, con un pacemaker, il problema svanì e, negli stessi giorni, dopo due anni di inutili consulenze meccaniche, un vecchio saggio avvinazzato capì che l’auto non funzionava a causa degli iniettori sporchi. Un poco di additivo e l’auto guarì, contemporaneamente a mio padre.
Fu la prova: la mia intuizione era corretta. L’uomo tinge i macchinari, li impregna, li influenza.
Iniziai allora ad elaborare la teoria: immaginai una categoria di meccanici evoluti; essi, una volta raccolte informazioni sulla salute del conducente dell’auto, poi ascoltando i gemiti del motore (o il silenzio, nel caso di mancata accensione), con due utili consigli di vita, guarivano l’uno e l’altro, l’uomo e la macchina, la mente ed il corpo.
Purtroppo, i sentieri dell’esistenza non mi hanno consentito di terminare la stesura del manifesto di questa nuova categoria, ma il nome della materia ce l’ho: psicosomatomeccanica.

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La Dose Consigliata Manzoniana

La DCM (Dose Consigliata Manzoniana) è un parametro fondamentale nella valutazione della congruità dei pagamenti in natura.
La DCM è il punto dal quale il pagamento in natura si discosta, determinando così l’eccesso o il difetto rispetto alla DCM stessa.
E’ un riferimento, nulla più, ma può tornare utile.
Chiarendo che per “pagamento in natura” non s’intendono elargizioni di carattere sessuale (in questo caso), preciso di aver ricevuto e di ricevere spesso pagamenti di questo tipo, quindi posso tentare di trasmettere il concetto.
Per esempio: una torta salata e una torta dolce, fatte in casa, buone, consegnate insieme, si avvicinano alla DCM. E’ un buon pagamento, quindi. Una pancetta artigianale di quattro chili, profumata e rosea, che si scioglie in bocca, rispetta la DCM, forse la supera in eccesso.
Due salamelle piccanti, malgrado il brio conferito dal peperoncino, non raggiungono la DCM. Due salamelle non piccanti, sono ancor più lontane dal parametro in questione.
La DCM non è soggettiva, assolutamente, anche se potrebbe sembrare.
Se una persona non mangia formaggio (colgo l’occasione per indicare che di tali soggetti sarebbe meglio diffidare), ricevesse un pagamento in natura di, che so… Taleggio, tale pagamento sarebbe comunque valutabile in rapporto alla DCM, poiché la moneta naturale ha un suo valore intrinseco, che si distacca dalla mera soggettività e da quella sovrastruttura inutile e perniciosa che l’umano chiama gusto (perniciosa al pari dell’opinione).
Inoltre, se girato in tempi brevi, il pagamento in natura potrebbe essere riutilizzato, anziché consumato, sicché il suo valore è svincolato dall’aspettativa del creditore.
Ricordo, infine, che la DCM rivela aspetti importanti della personalità del debitore, ma questo è un altro argomento.
Ma qual è il valore esatto (ben attenti: valore non del tutto matematico) della DCM?
Semplice: 3 capponi.
Attendo da anni che un debitore particolarmente brillante mi paghi in natura proprio con 3 capponi. Sarei molto incuriosito da un simile gesto.

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Carni bianche

 

Altro materiale (a mio avviso) cinematografico:
io e un amico veniamo accompagnati in una cella frigorifera.
Il cellaio, ma… A proposito: come si definisce l’addetto alla cella frigorifera? Il tale che la apre e la chiude, che ne controlla la temperatura, che conosce la dislocazione del contenuto, che può far da guida per recuperare una merce precisa, e ancora… La cella viene sbrinata? E come si fa? Hanno uno spray apposito, oppure spengono l’impianto? Un altro aspetto che m’interessa è l’abbigliamento.
Si, perché io temo e patisco gli sbalzi di temperatura; sono per me causa certa di un raffreddamento.
Questi addetti come fanno? C’è una zona a temperatura intermedia, nella quale togliere la tuta termica? C’è quindi una zona di “decompressione”? Boh… Quante zone oscure…
Ma, tornando a bomba, come si chiama questo depositario della verità? Cellaio?
Allora: il cellaio (così si chiama per convenzione) ci conduce in fondo alla cella.
Ci infiliamo fra due lunghe file di quarti di manzo, vitello e bue.
Il cellaio ne scosta un paio, ci guarda e gli occhi – improvvisamente – gli brillano, come se ci stesse mostrando la pietra filosofale.
Isola un quarto; c’è qualcosa d’insolito in quel quarto, ma non capiamo del tutto.
Il cellaio, raggiante, ci dice: “Eccolo! E’ un quarto di prete!”.
Io guardo il mio amico e commento: “C****o! E’ carne bianca!”.
Sostiamo alcuni minuti, tentando di saggiare il quarto di prete. Ci giriamo intorno, lo accarezziamo, lo annusiamo, malgrado il gelo abbia soffocato l’odore.
Mentre ce ne andiamo, il mio amico ci spiega (con dovizia di particolari) la ricetta della “coda di prete con patate”. Dice di aver mangiato il piatto in un quartieraccio di Monaco.
Io sottopongo le mie riflessioni: c’è la carne bianca per natura, come quella del pollame. Evidentemente c’è la carne che diviene bianca, per libero arbitrio, per la pratica della purezza e della castità. In altre parole, se le cose stanno così, ci tocca mangiare i preti veri, i preti “dentro”, mentre i preti apparenti, quelli che poi – la carne è debole – tampinano i bambini, per esempio, o che vanno a mignotte, quelli “insozzati”, quelli che hanno la carne ancora rossa… Nulla… quelli non fanno all’uopo.
Che fregatura… L’arte culinaria è però spietata e sorvola tutte le leggi: morali e giuridiche. Il prete vero è perfetto, quello falso e diffuso, no, non va bene. Del resto, anche per i funghi è così. I porcini sono eccellenti, ma pochi. I fungacci senza valore sono più numerosi. Già immagino uno spezzatino di prete con funghi.
Poi domando: non si potrebbe usare un carotiere, tipo quello che si usa per datare gli alberi? Lo si infila nelle carni del prete, entra a vite per circa 15 cm, nella coscia, poi lo si estrae, si estrae la carota di carne e si controlla. Con sorpresa, magari, scopriremmo dei cerchi concentrici e, come per gli alberi, potremmo anche datare il prete, datarlo oggettivamente, senza dar valore alle sue sicure profusioni spirituali e ingannevoli, che alludono quasi sempre all’eternità di un quid che sfugge, a noi golosi.
Il cellaio annuisce, il mio amico anche. Assumono l’espressione stolida di chi ascolta concetti inarrivabili. Gli occhi del cellaio non brillano più, sono lucidi. Bah…
Fine.

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Il mio medico non sa…

“I medici sanno che un cervello ne aiuta un altro, un polmone un altro polmone e perciò dicono che la persona che abbia gli occhi cisposi si guarisce col sospenderle al collo involto in un drappo bianco, l’occhio destro di una rana o di un granchio, se l’occhio ammalato è il destro, e l’occhio sinistro pel sinistro. Ugualmente le zampe d’una tartaruga guariscono i mali dei piedi, sempre applicando al piede offeso l’arto corrispondente dell’animale e così pure gli animali sterili causano la sterilità e i fecondi la fecondità, cose che si manifestano soprattutto a mezzo dei testicoli, della matrice e delle orine e che spiegano come una donna che prenda tutti i mesi orina di mulo, o alcunché che vi sia stato lasciato a macerare, non possa concepire”.
Enrico Cornelio Agrippa
Sarà… ma il mio medico non sa tutte queste belle cose…
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Ooooh, Leibniz… (sospirando)

Dopo una settimana facendo colazione con 3 Chocoleibniz e un buon caffé, ho scoperto di saper risolvere gli integrali, ma non li ho mai studiati.
Non è il biscotto, neppure il cioccolato fondente, neppure il solo caffé, ho sperimentato. Funziona solo coi Chocoleibniz.E’ questo prodotto alchemico, di fattori altrimenti inerti.
Il potere mi attende, lo scibile tutto è a portata di mano.
Quando le nozioni saranno troppe, per liberare la mente, tornerò all’Activia.
Augh!

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Il primo coyote insopportabilmente clonato

(foto: AP PhotoYohap, Shin Young-keun)

Il primo e l’ultimo termine di una serie finita possono essere anche sconosciuti. Non sto trattando di matematica, benché mi tenti; purtroppo all’uno (prima unità, dalla quale necessariamente derivano i numeri successivi) segue una serie infinita (pertanto andrei fuori tema). Quello dell’ultimo numero (matematicamente non penso sia sostenibile) è un’affascinante speculazione che tralascio, perché mi dà forti vertigini; non ho la maestria necessaria per trattare l’argomento, ma fior di pensatori hanno già prodotto tonnellate di carta sull’argomento (e questo mi solleva notevolmente).
Senza divagare: per il primo e l’ultimo termine – sconosciuti – di una serie finita si può ipotizzare, intuire, dedurre (inferire) l’esistenza e, più probabile, si può conoscere uno solo dei termini, mentre si presuppone l’esistenza dell’opposto.
Andando al coyote del titolo, che lo scienziato sudcoreano Hwang Woo-suk ha detto di aver clonato: “il primo coyote clonato”, a mio avviso, è una precisazione fuorviante, come, del resto, la prima pecora clonata, è questo il punto!
Dichiarare l’avvenuta clonazione del primo canide sarebbe veritiero, il primo bovide anche, perché si può ragionevolmente pensare che, nel futuro, ne vengano clonati di ulteriori. La validità è conferita dalla molteplicità di specie comprese nelle famiglie Canidae e Bovidae; si può supporre che un’altra specie, nei secoli, verrà onorata con tale replicante privilegio.
Il coyote, povera bestia, lasciamolo in pace. Il coyote non è a rischio di estinzione. Inoltre non è base della dieta di una popolazione, da questo punto di vista è vicino al topo.
“I primi coyote clonati”, lascerebbe intendere che siano i primi di una serie, mentre dubito che ciò avvenga. “Clonati i primi coyote”, invece, potrebbe far pensare alla clonazione dei primigeni, che so… Due fossili identificati come “primi esemplari”, appunto.
Anche “I primi fra i coyote clonati” lo scarterei per questioni cronologiche. Potrà essere notizia in futuro, quando si saranno già clonati “n” coyote.
Per contro, “clonato l’ultimo coyote” non lascerebbe alcuna interpretazione, se non l’unica: l’ultimo esemplare vivente è stato duplicato, vivaddio.
Insomma, per concludere, “clonati dei coyote” mi pare la soluzione più azzeccata. Generica, ma azzeccata, come “clonata una pecora”. Fra le tante, quella. Scelta perché rispondente a precisi requisiti, ma comunque una fra le esistenti.
Penso che l’ultimo ente di una qualsiasi serie finita non crei grossi problemi concettuali. Il primo, invece, sì. Questo pensiero è per me insopportabile.


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Visioni del futuro

La cosiddetta “Tradizione”, che affonda le radici nell’alba dell’umanità, confluita nella Stregoneria moderna, nella Magia che sopravvive al tempo, indica quale tecnica per prevedere il futuro, quella di dormire in presenza di una scrofa (meglio se gravida) o, non disponendone, di una sua immagine o rappresentazione. Va bene, quindi, una foto o una statuetta nella camera da letto, sul comodino.
Ci sono racconti antichi di fuggiaschi che, nascosti sotto il pavimento di legno di una porcilaia, sognano la loro stessa fine, o la fine della vicenda. Sovrani illuminati (illuminati da altri, che reggono il lume) dormono con un simulacro di scrofa e non hanno bisogno, quindi, di scagnozzi che spiano il popolo al mercato, per poi fuggire a Samarcanda, dopo aver incrociato lo sguardo della Morte fra le bancarelle.
Ho voluto sperimentare, ponendo vicino alla mia testa, sul comodino, una fotografia della scrofona domestica di cui sopra. Ho sognato costine. 
Funziona.

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