I nostri astri

La prova indubitabile che l’uomo si lasci corrodere l’anima dalla malinconia, è il costume di appropriarsi degli astri e di cantare languendo la bellezza dei propri.
La stessa pessima consuetudine investe gli Dei, che difatti, nell’antichità, coincidevano con gli astri.
Tuttavia, la personalizzazione moderna di Dio mi risulta più digeribile; Dio non è visibile e non urla ai quattro venti il proprio sentire, per cui le rappresentazioni della divinità variano di cultura in cultura, dandoci almeno l’illusione d’avere riservato un nume.
Gli astri son quelli, purtroppo.
Siano essi masse ignee turbinanti o costituiti di fredda roccia, sono i medesimi che illuminano e picchiettano i cieli, benché gli emisferi presentino delle differenze.
Ciò nonostante secondo certuni, il sole migliore è quello dei propri luoghi; dello stesso campanilismo gode la luna.
In certi casi, la superiorità è innegabile; per esempio, quando per un gustoso effetto ottico, il sole appare molto più grande di quanto non sia, all’orizzonte, oppure quando precipita nel mare rapidissimo, gettando le terre equatoriali nel buio, con impressionante rapidità, come se cedesse il giunto che – dalla Genesi –  tiene l’astro agganciato al meccanismo del sistema solare, null’altro che una gigantesca sfera armillare progettata e realizzata dal Demiurgo, che seguì un ovvio principio di Necessità.
Sublime, il più sublime, è quel sole che genera il mitico raggio verde, visto da pochi europei; Rohmer forse lo vide, ma non ce lo mostrò.
Tali giudizi sono viscerali, pertanto comprensibili, non ugualmente condivisibili, basti pensare al sole di Napoli, che splenderà anche successivamente alla fine del sistema solare.
Il sole del quale ci si fa vanto, non brucia. I pescatori dai volti arati e cotti, i contadini arricciati su sé stessi come foglie secche, assumono tali fogge per le fatiche del loro duro lavoro. Lo star ricurvi, il sale che circonda e penetra; queste sono le cause dell’invecchiamento, il proprio sole è foriero di Vita, e lo è persino l’astro dei luoghi più tristi.
Il sole dei caselli autostradali, diafano e disgustato alle porte delle città, che strizza gli occhi per gettare uno sguardo attraverso la coltre urticante di smog, è ricordato con nostalgia dai vecchi casellanti.
Penso che un vecchio indù possa languire al pensiero del sole di Calcutta, laddove – in realtà – l’astro dovrebbe sostare poco, fosse avveduto, evitando di scaldare l’atmosfera già velenosa, racchiusa sotto la cappa grigia che cinge la città.
La luna gode delle stesse attenzioni.
E’ rossa, rosa, gialla, perlacea, abbacinante, non per sua proprietà contingente, ma in quanto “nostra” e quindi caratteristica.
Per il caro Caetano Veloso, la luna de Sao Jorge è azzurra verdeggiante, è coda di pavone, ma il verde manca nello slavato arcobaleno lunare.
La luna di Istanbul è stanziale, come la metafisica, non si prende mai riposo. Cala dietro l’orizzonte, ma il suo giaciglio è sempre allo stesso indirizzo.
La propria luna, come il sole, non può nuocere. Le maree solide, che premono il cervello contro la scatola cranica, quando la fase è piena, non sono mai state misurate, se non per i continenti.
Io ed una mia storica compagna, anni fa, osservando la luna a centinaia di chilometri di distanza, col mare a separarci, spietato e consustanziale allo spazio, sentimmo entrambi un brivido correrci lungo la colonna vertebrale, dall’atlante alla punta del coccige, come se la forza Kundalini tornasse a dormire, senza averne mai avvertito il risveglio, peraltro.
Sembrò che i nostri sguardi rimbalzassero sul pianeta, raggiungendo l’altro, lontano.
Sospettammo, allora, che la luna fosse la stessa.

 
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Delirio d’impotenza

Giorni fa disquisivo con un’avvenente fanciulla, intorno a qualsiasi sistema ci capitasse a tiro.
Il sentiero del chiacchiericcio ci ha condotti ad una delle più alte asserzioni: le previsioni meteo sono pessime, ma non abbiamo modo di cambiare le cose.
Colgo l’occasione e c’infilo una chioserèlla: “Grazie a Dio non c’è soluzione” è una mia uscita giudicata molto felice (de gustibus…).
Nella solitudine, che sempre si stende su di noi assieme alle coperte, riflettevo sull’asserzione avventata.
In realtà ho notizia di tre tecniche o metodi, per variare le condizioni atmosferiche.
Della prima non parlerò, perché ritengo che certi argomenti debbano essere realmente esoterici; sono conscio del fatto che la rete renda tutto fruibile (ma spesso poco nutriente), ciò nonostante perduro nella mia ostinazione rispettosa.
Posso soltanto suggerire che si tratta di chiedere a “qualcuno”.
Qualora un lettore mi giudicasse, perciò, quaquaraquà, il fatto non mi disturberebbe troppo. Aggiungo che essere a conoscenza d’una realtà, non significa possederla.
La seconda soluzione riguarda l’utilizzo del celeberrimo macchinario di Wilhelm Reich, quel piccolo Leonardo.
Sarebbe complicato averlo in prestito, ancor più costruirlo di quelle dimensioni, penso ci sarebbe bisogno di un corso d’acqua vicino, o di una soluzione alternativa comunque non semplice.
Impresa spossante, ma teoricamente possibile.
Terza e ultima via: il macchinario di Ighina, che la nostra amata televisione cassonetto ci mostrò all’opera, in quel di Imola, casa dell’inventore.
Non ho sotto mano il progetto, ma se non erro prevede uno scavo che dovrei praticare nel mio giardino.
Io, uomo di rovine, intese come costruzioni diroccate, non ho giardino ed il cortile che mi si apre di fronte è certamente progettato da Pavese, contando solo su zizzania, gramigna, parietaria e qualche sparuto ciuffo di capelvenere che corrode il muro più a nord. Due anni fa vidi una carnosa bardana, ma i primitivi che mi circondano la strapparono senza pietà, ignari delle proprietà medicamentose e gastronomiche delle foglie e della radice; odoro anche un tocco d’insipienza, ma non posso escludere che non sia la mia.
Dovrei supplicare i miei genitori per poter scavare nel loro meraviglioso giardino; dovrei chiedere al faggio maestoso, di cui un giorno parlerò, oppure parlerò dei faggi in generale; questo non perché ne sappia molto di loro. Conosco i tronchi argentati che l’autunno rilucono davanti allo sfondo brunito del fogliame caduto e i ricercati porcini che crescono nelle vicinanze
Impresa epica, perigliosa, domandare ai miei amati genitori, difficile ascoltare la risposta del faggio, ma non per questo riterrei il tentativo impraticabile.
Non escludo che ci siano altre tecniche per variare le condizioni atmosferiche, per cui la lista potrebbe farsi più lunga.
Queste considerazioni notturne, accompagnate dal mobilio che stride sul pavimento del piano di sopra, non m’hanno aiutato a prender sonno, l’altra notte.
Io non vedo più un confine netto fra il possibile e l’impossibile, e questo mi tiene desto.
In rari momenti di razionalità, che in tali contesti ripassa il mio contorno con uno spesso tratto nero, riconosco l’impossibile in quanto altro rispetto alla mia materialità ed alle leggi che mi permettono d’apparire “sodo”, nel contempo la ragione mi spinge a valutare i fattori di questo prodotto e di uno qualsiasi, purché impossibile.
Ecco che allora produco un pesto di pensieri, frammento e mischio il tutto, lo zero e l’uno, aggiungo del due quanto basta. E’ indubitabile, per me, che il mio sguardo concorra alla tinta che colora il reale.
Io non posso sopportare più questo fardello, che da tempo cerco di alleggerire nell’unico modo: rendere possibile il più possibile, anche per poter dormicchiare un poco...

Piazza Bastreri

Ai primi di giugno, la mattina presto, a Porto Venere si mostrano solo i gatti.
Piazza Bastreri è parzialmente all’ombra. 
Una ventina di gatti variamente colorati, svaccati con piglio imperiale sul lastricato, occupano la fetta di piazza assolata.
L’ultima spanna di coda, a mo’ di serpente brillo, imita il movimento del nostro dito indice nel gesto del “no”. 
Gli etologi ne danno una spiegazione precisa, emozionale.
Ho osservato questo dimenar di coda in molti frangenti; è un incedere da tergicristallo, ma che non si innesca per la presenza ticchettante di pioggia o di mosche, per le quali finalità (m‘arrovello anche per altri ditteri) ho archiviato finalmente gli elogi dei greci edall’Altissimo attendo chiarimenti. 
Il pendolare della coda non è mai inopportuno e andrebbe sempre contestualizzato; per esempio, quando il gatto si abbandona su di una scrivania o uno scrittoio e, con la soddisfazione che riluce dal pelo, con la coda si mette a tramenare gli oggetti,  prima di punirlo sarebbe saggio cercare fra il contenuto sparso del portapenne ribaltato. 
Ricompaiono piccoli oggetti smarriti, oppure altri abbandonati sul fondo si riscoprono utili, grazie ad una nuova prospettiva d’osservazione.
Il gatto, nella fattispecie, è investito del potere di spezzare la bonaccia del tempo; in genere, infatti, le bolle di tempo relativo (nel mio esempio è più lento, ma vi sono zone percorse da correnti più rapide) s’annidano in spazi sottratti alla vista. 
Non dimentichiamo che le zone vietate al gatto patiscono il rallentamento. Vi è un altro divenire; per questa ragione fortunosa il solaio è il regno dei topi. Il solaio è il luogo della lentezza per eccellenza e l’unica manifestazione di altra velocità  è il trafficare del topo.
Il movimento caudale, allora, è anche un messaggio alla noia; inutile cercar di ghermire prede feline.  
La prova è anche nell’immagine di Piazza Bastreri: un essere ontologicamente affrancato dal concetto di “impegno” (se fosse umano sarebbe considerato un autentico perdigiorno), mollemente adagiato al sole, non contempla il tempo della noia e, dovesse mai imbattersi in luoghi stagnanti, per sua natura potrebbe generare piccoli uragani, circoscritti ma efficaci, mulinelli che rimettono in circolo il tempo o forse l’impasto di tempo ed energie sconosciute, meglio rappresentato dal Qi dei cinesi. 
Tornando alla piazza, poi arrivò il marinaio, sozzo già a quell’ora.
Salimmo sul gozzo, puntando Palmaria, davanti a noi. 
Una donnina scalpicciò in piazza, mentre il gozzo s’allontanava; i gatti si sparpagliarono in un baleno fra i vicoli, fuggendo dall‘ipotetica minaccia. 
La donnina lasciò un cartoccio di avanzi.
   

Le categorie kantiane

Caffè mattutino. E’ pacifico: il caffè contiene caffeina e favorisce il risveglio. Pare (se ne discute) che favorisca la digestione. Dosi eccessive sono eccitanti. In omeopatia, nel pieno rispetto della grammatica, coffea calma la mente che “galoppa”.
Inoltre: c’è il caffè solubile, una faccenda chimica, squisitamente chimica. 
Io prediligo la moka. Ne preparo una da tre, dopo cena e ne bevo solo un dito. Il restante lo consumo la mattina, freddo. Dopo 3 giorni, se avanzato, vira verso un gradito aroma di cioccolato.
La pressione atmosferica viene vinta dalla tensione del vapore dell’acqua e l’acqua bolle. Infatti non ribollono i laghi, per il momento.
Dal punto di vista d’un candido voltairiano, un poco cresciuto, tutto ciò è chiaro. Per esempio è chiara la ragione sufficiente per cui, se bevuto bollente, il caffé potrebbe ustionare.
Anche io comprendo i meccanismi chimici e fisici conosciuti, cioè le cause e gli effetti d’un qualsiasi evento, dedicando del tempo allo studio. Tempo fa comprendevo anche il fine ed il mezzo, li distinguevo. Poi non più. Mi spiego:  ero in grado di preparare il caffè, ma i ruoli degli attori apparivano immediatamente sfumati, senza un motivo,  e, più m’incaponivo per metterli a fuoco, più si sfocavano. Mi smarrivo in un dedalo di pre e post considerazioni inutili e prostranti
Il caffè fu il primo segnale di questa difficoltà insormontabile nel comprendere le relazioni della realtà. Il secondo segnale fu l’indifferenza verso il mio “regolo d’ingenuità”. 
E’ un regolo in legno di 20 centimetri, con 20 tacche graduate e imperniato al centro d’una cornice 30 per 30; il perno può scorrere in otto direzioni che s’irraggiano dal centro. E’ semplice. Inquadrando una persona a distanza (il viso deve rientrare nella cornice) si deve fare in modo che lo zero della scala sul regolo coincida con la radice del naso. A quel punto, ruotandolo, si annota la distanza fra la punta del mento e la radice del naso.
Poi, lo zero lo si colloca all’estremità di un occhio e si annota la distanza fra le due estremità degli occhi.
Infine, con lo zero all’estremità di un occhio, si annota la distanza fra questo e la punta del mento. Con un semplice calcolo (elaborato ispirandomi a Rodin) si ottiene un risultato che, nel continuum dell’ingenuità (da zero a dieci, da Remedios la Bella, la tabula rasa, a Mata Hari), quantifica l’ingenuità dell’esaminata. Ovviamente la scelta dei rapporti da misurare è frutto di millenari studi fisiognomici, che assumo per validi dogmaticamente.
E‘ fondamentale conoscere il grado d’ingenuità, perché fra gli ingredienti della grazia femminile c’è sempre una presa d’ingenuità. Questo lo ricordavo, ma non comprendevo più quale fosse il fine di questo mezzo e, ne consegue, non individuavo il mezzo, né il fine.
Orbene, dicevo: il caffè ed il regolo, calati nel fiume dell’esistenza, non li compresi più. Da un giorno all’altro, così. Le ragioni prime volatilizzate.
Dopo queste realtà, altre mi si svuotarono fra le mani, realtà il cui ruolo (lo deducevo osservando il prossimo mio) pareva inossidabile. L’automobile per esempio, ma anche le ciabatte, il quadro a vista, la radiosveglia che proietta le ore sul soffitto, la fedeltà perfetta del cane, la putrefazione che genera gigli, i polmoni che scoppiano dopo una corsa ed il gusto insaponato del coriandolo. Smisi persino di fumare.  
Potete immaginare quanto interesse suscitai per la scienza. Dopo classiche visite neurologiche passai attraverso macchinari dal ronzio trapanante, rigorosamente sedato. Venni addirittura spedito a New York, per essere scandagliato da un macchinario sperimentale, una tomografia avveniristica, che produsse una sequela d’immagini multicolori del mio cervello. Nulla…
Anche gli strizzacervelli, dopo avermi mostrato una collezione inesauribile di macchie simmetriche, dopo ore di ipnosi, dopo giorni e giorni di libere associazioni, conclusero che ero sano di mente.
La situazione divenne per me ingestibile. Immaginate d’essere a tavola: ci si alimenta (il che è un bisogno) con del cibo. Quale fosse il fine, quale il mezzo… io lo ignoravo. Rammento che una sera, grave passo falso, ci ragionai sopra. Conclusi che, allora, divorando una versione economica dell‘Aretusi, avrei superato brillantemente l’imbarazzo.
Mi salvò sempre il dubbio che, dilatandosi come una bolla, inglobò l’Aretusi non appena lo impugnai e con esso tutti i libri esistenti; persino quelli che non avevo mai letto e, temo, anche quelli dei quali non conoscevo l’esistenza.
Un caro amico, allora, tornato da Parigi, ci ritornò subito accompagnandomi allo studio filosofico del Dottor Rabroux, non lontano dalla Grande Moschea. “E’ l’ultima moda, suvvia!” mi rincuorò in aereo il mio accompagnatore. Il concetto di “moda” mi procurò un attacco di panico.
Il Rabroux disquisì a lungo col mio amico David (io non ne ero in grado) e concluse, con indisponente sicumera, che il mio era un raro problema di categorie Kantiane. 
Causalità e azione reciproca. Questi due cassetti della mia anima erano bloccati.
Io, potete ben capire, non compresi nulla di quanto il filosofo andava raccontando. Il concetto di cassetto, per giunta, considerando anche la valenza simbolica del termine, mi era di impossibile collocazione.
Ricordo solo che mi praticò la “mossa di Semont”; si narra che l’applicazione della mossa nei casi di categorie kantiane bloccate fu ipotizzata da un fiosioterapista esoterico (che non vuole dire nulla), un essere vivente poco diffuso persino a Parigi, più raro del domatore di topi e del consulente finanziario-medium; questi – per onestà intellettuale – domanda agli spiriti previsioni sull’andamento di borsa. 
Pare che la mossa di Semont sia utile nei casi di labirintite.
Il concetto, per il mio amico David, fu semplice da comprendere: diamo uno scossone, può essere che i cassetti ricomincino a scorrere lungo i propri binari.
La mossa mi procurò nei giorni a venire una violenta labirintite.
Rinchiuso in casa vagavo a tastoni, come un cieco m’appoggiavo persino ai fiori del bagno. Il contatto con qualcosa di statico mi ridonava equilibrio.
Dopo giorni d’incessante burrasca, le mie acque si placarono.
David vinse la mia ritrosia e mi accompagnò in un lurido pub.
Fu lì, quella sera, che un’avvenente donna mi fissò con sfrontatezza. I suoi occhi erano neri come la nigredo, perciò scintillavano promettenti faville; avevano la forma della più classica delle mandorle… Non v’era dubbio alcuno.
Istintivamente cercai nel borsello il mio amato regolo. Vi era ingenuità nella fanciulla? Il regolo giaceva polveroso nella libreria, fra due trattati di lettura del viso.
In quel preciso istante, figurandomi il regolo a riposo fra i libri, compresi d’essere tornato normale.
Fu la mandorla, che nulla ha da spartite con l’occhio, se non metaforicamente, che mi confermò d’essere tornato alla ragione.
Quale sia il fine e quale il mezzo nei rapporti molteplici fra uomo e mandorla, benché sia vana speculazione, dev’essere ben chiaro nella mente, per potersi permettere la manipolazione simbolica d’un vocabolo.
Quando tornai a casa, la sera stessa, tutto mi era chiaro. Finalmente, dopo mesi da candido errante, tutte le certezze erano affiorate dalla ribollita della mia anima.
Finalmente tornai alla mia consueta ottusità, alle mie inattaccabili certezze, all’equilibrio che mi permette di gettare al vento i miei giorni. 
  

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Abissi

Guardo sempre con molta curiosità le immagini di pesci ed altre bestie abissali.

Il progresso tecnologico permette allo scienziato di arrivare a distanze prima inimmaginabili; oggi si praticano carotaggi su Marte e si pescano super crostacei a sette chilometri di profondità; questi sono belli pasciuti e non nego di essere incuriosito anche dal punto di vista gastronomico.

La singolarità di queste moderne “catture” mi colpisce, non tanto per l’aspetto di questi esseri, ma per la loro provenienza: l’abisso.

Gli abissi nella nostra esistenza discendono tutti da un concetto primigenio, sono anzitutto declinazioni di un’idea. Vi sono gli abissi marini, profondità impressionanti dove non vi è luce, né ossigeno.

Vi sono poi gli abissi esplorabili della terra emersa e quelli sotterranei laddove, potendo percorrere a ritroso il percorso del magma, ci si troverebbe a nuotare nel mare magnum di pietra fusa, il ribollire dell’indifferenziato, la pietra liquida staminale del pianeta.

Da questi ambienti si ripescano creature mostruose, simili alle chimere conservate nei musei, dai grandi occhi vetrosi, dalle fauci sproporzionate, dai colori lattiginosi, che disperatamente virano verso il bianco, perché laggiù manca la luce.

Probabilmente, anche l’esplorazione dell’oceano magmatico ci darebbe sorprese analoghe dal punto di vista chimico; mi permetto perciò un parallelo irresponsabile, fra elemento, molecola e organismo vivente.

Vi sono poi gli abissi impalpabili della profondità umana e animale. L’inconscio individuale, che, similmente al magma vulcanico, seguendo percorsi eterei di minor resistenza si tuffa nel grande mondo collettivo.

Anche da quest’ultimo riaffiorano immagini talvolta curiose, oppure agghiaccianti. Esseri orrendi, antropomorfi o bestiformi, insettoidi raggelanti e ibridazioni fra esseri organici e macchinari, sbuffanti e stantuffanti, che rimandano alle visioni da DMT, al sorprendente succo del Bufo, raccontate dal compianto Jerry Garcia. Il simpatico Bufo, inoltre, incarna alla perfezione l’idea della creatura abissale e la incarna perché indossa l’unico abito possibile, nel pieno rispetto della natura delle cose. E’ il rospo, infatti, che mi gracida alla porta unicamente di notte, avvolto dall’alone umido che il giorno poi dissolve; il rospo forse m’invita a scorrazzare fra gli abissi della mia esistenza, siano essi in me, o all’esterno.

L’unico ostacolo interposto fra me ed il rospo è la più materiale quotidianità, l’impossibilità nel vivere sia l’abisso, che la luce. L’uno invade l’altro, lo minaccia, lo inquina.

Fra gli abissi si incontra quindi la notte oscura, ambiente assai sorprendente, se si considera che il giorno e la notte sono due acconciature della stessa modella, eppure non tutte le differenze sono conosciute, poiché alcune sono ostinatamente ignorate, come il silenzio imposto dalla pallida e zoppa luce lunare, in contrasto con la sarabanda diurna di fratello sole.

Anche la notte, insomma, brulica di esseri confinati nell’abisso oscuro, che al sole scompaiono come vampiri, oppure assumono un aspetto meno spaventoso, mantenendo un certo grado di ripugnanza esclusivamente per fattori di tipo comportamentale o igienico. Aggiungo che l’abisso notturno (o l’abisso del silenzio, anche diurno) ci regala l’intuizione.

Fino alla noia devo citare Borges (è d’obbligo), per il quale “Le notti sono onde superbe: neroazzurre pesanti onde cariche d’ogni sfumatura di fondi detriti e di cose improbabili e desiderabili. Le notti son solite arrecare misteriosi doni e rifiuti, oggetti a metà ceduti a metà trattenuti, gioie con un emisfero oscuro.”.

Il caro vecchio Nietzsche ammonì che, scrutando a lungo nell’abisso, l’abisso scruterà in noi; come se questi si accorgesse, si volgesse verso di noi. Il celeberrimo occhio di Sauron vede ciò che ricade nel suo campo visivo. E’ un rapporto, per certi rispetti, leale. La vista dell’abisso non trapassa le montagne; al limite ci guarda di sottecchi.

Gli abissi sono vivi, è chiaro. Non solo perché sono percorsi da abitanti, non è vita riflessa, ma propria. Gli abissi non sono soltanto nere spelonche.

All’abisso strappiamo degli abitanti, ma l’abisso talvolta ce li dona, spiaggiati la mattina sul cuscino o lungo i marciapiedi. Non è un atto di generosità; è un reflusso gastrico.

Concludendo la mia povera riflessione: perché, visto che le correnti abissali ci recapitano anche regali preziosi, l’accezione comune del termine è negativa? Perché, per l’essere umano, l’abisso è soltanto il tremendo digestore, sul quale bordo si sosta prossimi alla fine?

Ecco che, il mattino, la nostra scarsa familiarità col discernimento ci condanna.

Io fatico, all’alba, a differenziare i doni degli abissi.

Dovrei scartare le sorprese diaboliche, tentatrici, pericolose e tenermi i gioielli d’incalcolabile valore, come l’ambra grigia del mio personale abisso.

Dovrei (e dovremmo) imparare a riconoscere i doni, fra i rifiuti. Le ossute vacche di Calcutta, che pascolano sulle distese d’immondizia, vivono dei doni di un abisso.


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Nuvole senzienti

Berndnaut Smildeasper – Nuvole indoor

 

All’incirca due mesi prima di quella che si preannunciava come una delle più vacue tornate elettorali, mi ritrovai instradato, senza volerlo, lungo il sentiero  dell’ignoto; tanto ignoto, che risulta difficile raccontare.
Si narra che esistano nell’universo esseri privi di corpo fisico, abbandonato da qualche milione di anni durante il cammino evolutivo, in quanto inutile fardello; oltre ad essere corruttibile, pone degli insuperati e insuperabili limiti.
Gli essoteristi descriverebbero queste creature come fatte di “puro corpo mentale”, mentre gli esoteristi se ne starebbero ben abbottonati, come conviene. 
Uno di questi esseri, che definisco “metaessere”, durante il suo siderale girovagare, per cause che l’uomo ascrive al caso non potendo visualizzare (al contrario del metaessere) quelle trame sottili, intrecciate e stratificate, che chiamiamo “destino”, un metaessere, dunque, forse nell’espletamento del suo fine ultimo, dopo un lungo periodo di osservazione del genere umano, prese contatto con me. So bene che tutto questo è incredibile, ma andò così…
Ora, superata la premessa, che è la parte più indigesta dei fatti, ciò che mi preme spiegare è che vissi un’esperienza “mishimiana”: dal mio “di dentro”, dalla mia profondità, iniziai a “sapere” che mi sarei dovuto recare ad un appuntamento per incontrare il metaessere. 
Era un sussurro che risaliva dall’anima come l’umidità lungo i vecchi muri, un bisbiglio rispettoso ma ostinato, un bisbiglio che mi trasmetteva anche le coordinate: il luogo, il giorno, l’ora dell’incontro. Io “sapevo” che il metaessere voleva “parlare” con me, me l’aveva gorgogliato nella coscienza
L’intento era quello di spalancarci gli occhi, di condurci in un baleno ad una nuova condizione di sapere e di consapevolezza. Io sarei stato il suo factotum in terra, a guisa di profeta moderno. Avrei potuto proseguire ad accoppiarmi e ad utilizzare apparecchi tecnologici. Così mi fece sapere. Per farla breve: una di quelle balle relative alla nuova era. Forse anche peggio delle sole che circolano abitualmente sul pianeta. 
Sorvolando, per brevità, sulle ragioni della mia investitura (vi rammento che lui “vedevale trame del destino), seppur con un certo tedio, non potei fare a meno di recarmi all’appuntamento. Anzitutto per buona educazione, per cortesia, in secondo luogo poiché in me era sorta la speranza d’una rivelazione; l’appuntamento cadeva qualche giorno prima delle elezioni politiche. Vagheggiavo che il metaessere potesse farmi superare almeno l’empasse del voto, chiarendomi ogni dubbio intorno all’ideale da perseguire.
Mi recai, quindi, nel più classico dei luoghi per un appuntamento lontano da occhi curiosi. L’inflazionata zona collinare fuori città, frequentata dopo il tramonto estivo dalle coppiette; sempre deserta di giorno e d’inverno. Il luogo, scelto dal metaessere, mi deluse. Una gran banalità. Meglio un bar, a questo punto, considerata la sua acorporalità.
L’esperienza, in quanto mishimiana, mi imporrebbe di scrivere che una brezza leggera scompigliava le chiome delle criptometrie, ma, in quel luogo, non ce n‘erano.
Giunto al piano, sulla collina, sopraggiunse una folata di vento decisa; davanti a me s’alzò un mulinello sudicio: un paio di confezioni di snack, filtri di sigarette…
Attesi. Come mia consuetudine, fissai il termine dell‘attesa in mezzora, termine rinnovato alla scadenza. A metà della seconda mezzora sentii uno strano disagio.
Il metaessere, con uno sforzo di volontà e, questa volta, anche di rappresentazione, si palesò sotto forma di nuvola violetta. Sospesa ad un metro da terra, di forma non ben definita (un metro cubo di roba) lasciava trasparire non so come che fosse in atto un certo dispendio d’energia, necessaria per rimanere in quello stato a me sensibile. Apprezzai lo sforzo. Ero sereno. 
Il metaessere (sempre per risalita d’umidità) mi spiegò un sacco di frottole per motivare la mia presenza li; poi attaccò a pontificare con la pace universale, la fratellanza e tutte ‘ste boiate. Io mi persi quasi subito, il mio pensiero andò ricordando che G. Lakhosvsky scrisse di aver visto sfilare dal corpo l’anima di un morto, precedentemente curato coi suoi circuiti oscillanti, sotto forma di nuvoletta viola.
Quando la comunicazione del metaessere cessò, io presi parola.
Gli spiegai che, con tutto il rispetto, i freack della west coast avevano già raccontato queste cose, ma, tristemente, le faccende sono sempre un poco più complesse. Non mi dilungo, ma cercai di fargli capire che gli equilibri politici ed economici richiedono altre modalità d’azione. 
Il metaessere mi ascoltò (pur non avendo organi di senso) e risalì in me la certezza che ogni tanto annuisse.
Quando finii la mia esposizione, seguirono dei minuti dilatati di inattività del metaessere. Io approfittai della pausa per domandarmi, per l’ennesima volta, perché Lakhosvsky, quel giorno, non ebbe la prontezza di catturare l‘anima del morto, chiudendola nel primo contenitore a portata di mano, per esempio in un barattolo per conserve. Avrebbe chiarito molti dei nostri dubbi. Forse la storia avrebbe preso ben altra direzione. Avremmo studiato e penetrato questo mistero inconoscibile, avremmo sciolto nodi apparentemente gordiani; avremmo creato cure straordinarie per i moderni mali. Tutto sarebbe stato possibile e, forse, avrei anche risolto il paticciaccio brutto de via Merulana.  
Di li a poco, il metaessere ebbe un sussulto lieve, parve scosso da un borborigmo.
Sentii ancora la sensazione di risalita delle comunicazioni. 
Mentre attendevo di comprendere la risposta dell’alieno, improvvisa, si abbatté sullo spiazzo una folata di vento.
I rami sottili delle betulle vennero sbatacchiati, ricomparve il mulinello di cartaccia, il vento sibilò.
Il metaessere ebbe un istante che pareva di “irrigidimento”, come se avesse difficoltà a mantenere i legami fra le particelle della sua misteriosa sostanza.
Così, in un secondo, si dissolse in una silente esplosione di arabeschi viola. Immediatamente la sensazione di risalita delle informazioni cessò.
Attesi qualche minuto. Maturai la certezza che il metaessere fosse morto; gabbato dal vento. Lui, la sua condizione acorporea, la sua baldanza da tutta coscienza, i suoi poteri, tutto disintegrato da un soffio di vento, senza neppure esaurire gli argomenti, peraltro non banali. Insomma: il signor “tuttomente” non aveva calcolato le conseguenze del vento terrestre. Curioso.
Io pensai che con un barattolo per conserve avrei potuto salvare il metaessere. 
Con una gran delusione nel cuore, me ne tornai a casa malmesso, peggio di prima. Anche il metaessere, tutta mente, solo volontà, non mi aveva insegnato nulla dell’esistenza. 
Durante il tragitto, tragicamente, riaffiorarono gli atroci dubbi elettorali.

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Il Limbo Terreno

Uno dei miei tentativi (goffi e malriusciti) di scrivere un romanzo ebbe (ed ha tuttora) il titolo de “Il Limbo Terreno”.
Questo scritto fu inviato ad una nota casa editrice, per partecipare ad un concorso letterario, ma giustamente non fu considerato.
L’unica conseguenza di questa mia fatica fu un periodo di particolare attrito con mio padre: il tempo a disposizione per inviare il tutto al concorso era risicato.Spiegai a mio padre che per un mese sarei stato irreperibile. Lui annuì, si dimostrò comprensivo a tal punto che, dopo due giorni di sobbollore, mi additò quale ricettacolo dei peggiori difetti umani, il tutto perché non volevo aiutarlo nel giardinaggio.
Padre a parte, l’idea alla base del romanzo era banalissima e utopica: descrivere quel processo chimico-fisico che ingenera la solidificazione dei pensieri. Immaginiamo la nebbia, ghermita dal freddo invernale, che si appesantisce, si posa su tutto ciò che tocca, si adagia sulla realtà aggregandosi in una sottile, impalpabile ed invisibile patina.
Ecco, con la medesima logica, a mio avviso, i pensieri ricoprono la realtà materiale d’una pellicola intangibile; questa non influisce minimamente sulle meccaniche chimico-fisiche dell’oggetto colpito, ma ha come risultato di variare le sfumature dell’oggetto, dal punto di vista dell’osservatore.
Il Limbo Terreno, nel romanzo, non era quindi una zona dell’esistente. O meglio, lo era del tutto: era l’esistente. Era la condizione percettiva del “vedente”, di colui che sfuggiva alla trappola dei sensi fallaci. Era la quotidianità del Neo di turno.
Mi duole ammetterlo, ma scrissi tutto ciò prima dell’avvento di Matrix, scopiazzando grossolanamente dall’abc della filosofia greca. Tutto ciò si è ripetuto (ho amici che possono testimoniare) con l’avverbio “comunquemente”, che usai a lungo prima di Cetto-Albanese. In altre parole sono un coglione.
A prescindere dalla mia stolidaggine, il Limbo Terreno e le proprietà della venefica pellicola (il cui nome ora non rammento) mi sono tornati in mente per via della situazione politica italiota.
Prendiamo due antagonisti politici, mettiamo al centro un oggetto, che so… Una sedia.
L’onorevole A persuaderà metà degli italiani, che vedranno una chaise longue, mentre l’altra metà vedrà uno sgabello, persuasi dall’onorevole B. Il “vedente”, un ininfluente protozoo che nuota nel Limbo Terreno, non si capacita di tutto ciò. E’ una sedia, una fottuta sedia di legno, con seduta di paglia. Non è vero, quindi,che si raccontino sane balle, no. Si variano le sfumature, si altera un poco la realtà descrivendola, in modo che le nuove arbitrarie sfumature soppiantino quelle reali. La realtà vera, perciò, non è più importante della sua funzione di fulcro, grazie al quale agisce la leva della pellicola-pensiero.

  
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Di uomini e di uova

Questa mattina, complice il tremendo shock del lunedì, mi sono domandato: è nato prima l’uomo, o la gallina?
Sicuramente (data la banalità della questione) è una battuta logora, tuttavia io non l’ho mai udita. Inoltre, vien da sé, potrei azzardare che sia meglio un uomo oggi che una gallina domani
Appena un accenno all’uomo di Colombo, il quale (Colombo), trovò i buchi bell’e fatti.
Il punto, però, non sono le battute ormai lise, ma il fondo di verità che emerge; la prima è una domanda lecita, la seconda un’affermazione che, a precise condizioni, potrebbe essere corretta, ma non mi spingo oltre; in una società omofoba non conviene. La terza è storia. 
Segnalo, unicamente per gonfiarmi il petto, che intorno all’assonanza uomo-uovo, potremmo disquisire a lungo riferendoci all’uovo filosofico ed alla Grande Opera e che, ai nostri giorni, questo è un cambio di consonante, materiale da Settimana Enigmistica. Il collegamento enigmistica-alchimia è reale, poiché l’enigma linguistico “moderno” fu per secoli uno dei trucchi per celare il senso degli scritti filosofici.
Tornando a faccende molto più importanti per i nostri tempi, aggiungo che il mio caro amico Vanni, che qui mi accompagnò alla scoperta dei “quarti di prete”, avendo un glorioso passato da cameriere in un ristorante molto chic, mi raccontò d’una sua visione, che espongo:
Vanni, il cameriere per l’appunto, porta ad un tavolo il piatto ordinato. Una brodaglia, apparentemente. Lui non mi ha descritto l’aspetto, ma, per come si svolgono i fatti raccontati, io l’immagino come un brodo di cappone. Ben grasso, quindi, d’un giallo paglierino carico, con le classiche bolle oleose ben distribuite nel liquido, bolle che si fondono l’una nell’altra e si riproducono per scissione al minimo movimento, durante il trasporto.
M’immagino anche, immersi in questo brodo, dei pezzi di una materia indefinita, un “che so io” il quale suscita curiosità mista a preoccupazione nell’aristocratico affamato.
Il nobile cliente, allora, domanda al cameriere: “Mi scusi, ma cos’è questa roba?”.
Il cameriere, senza nascondere lo stupore per la domanda: “Ma… E’ uomo sodo!”.

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Oggetti

Una mattina il gatto s’è contorto e s’è appiattito, 
fra la spalla ed il retro dei cassetti s’è infilato
in quel luogo atemporale, nell’armadio prigioniero.
Fra suoi strusci e miagolii, quando poi l’ho liberato, 
a sera perlustrando quella cella senza luce né giaciglio, 
senza crepe o infiltrazioni, senza insetti né salnitro, 
senza muschi né punti cardinali, quella cella 
s’è mostrata buia e sorda come uno sbadiglio 
e nemmeno vidi ragnatele sfitte o rimasugli 
di passati ecosistemi o civiltà; 
stupisce sempre non trovare vasellame o fecoliti.

Quindi mi son contorto e anche poi appiattito, 
curioso nella  sua stessa prigione mi sono accovacciato, 
attento non ho chiuso alle spalle 
maldestro l’uscita e lo spiraglio di luce 
m’ha mostrato, frastagliate all’orizzonte,
creste di magliette, ben piegate, e separate 
a destra le mutande, seguite da una zona 
di netti pedalini profumati.

Sospeso fra il nulla ed i calzini, nella zona 
ravvivata la mattina dall’attrito dei binari, 
dove il gatto ha sostato recluso, 
m’ha ricolto un insabbiato panico bambino:
il terrore che attanaglia al concepire
un istante vuoto e privo d’universo,
perché, come Pincherle descrisse,
gli oggetti nel buio sono morti,
ad un passo dalla luce inanimati. 

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Vidal

Francesco Impellizzeri – Non c’è Myra senza Vidal, 2012 

Oggi, improvisamente, senza alcuna causa apparente, mi è arrivato alle nari l’aroma del Vidal.
Parlo del celeberrimo bagno schiuma, quello del cavallo bianco, o comunque chiaro (ricordo lo spot in bianco e nero), quello accompagnato dalla musica di Clapton (penso sia di Clapton; non mi piace, non lo conosco approfonditamente).
Così, a causa del Vidal e dello spot in bianco e nero, m’è tornata alla mente la casa della mia nonna paterna. 
C’era un apparecchio televisivo Voxon a valvole, poggiato su di un tavolivo apposito, tavolino retto da un unico fusto con treppiedi. Il fusto era telescopico, diviso in due segmenti. Il superiore s’infilava nell’inferiore e veniva fissato da un morsetto.
Mi feci molto male, un giorno, allentando il morsetto quando la TV era in riparazione: il piano d’appoggio schizzò verso l’alto e quasi mi spaccai la mandibola
C’era il bagno col pavimento in graniglia, bianco e nero, delle quali forme (generate dalla graniglia bianca) ricordo ancora un viso da gnomo (o simil babbo Natale), una pseudo giraffa vista da una curiosa prospettiva, una roncola senza manico.
Ricordo la luca fioca sopra la cucina a gas, era una lampadina che sbucava dal muro.
Ricordo le ginocchia di mia madre che si piegavano, percorse da una scarica elettrica. Forse l’impianto aveva un problema; mia madre si beccava la scossa, talvolta, toccando la cucina a gas, vicina alla maledetta lampadina.
Ricordo mia nonna commossa, perché Angelo mangiava il pane assieme alla pasta.
Poi, fatta una carrellata dei ricordi (non li ho elencati tutti, ovviamente) compare l’aroma del Vidal.
Curiosamente, mi vien da pensare “Per l’uomo che non deve chiedere… mai!”, ma mi sovviene che quell’uomo, così laconico, era quello che usava il Denim, il profumo.
Forse il Vidal era per il cavallo che non deve chiedere mai e, forse, la musica di Clapton si sprigionava dallo spot del Denim, ma – forse ancora – tutto questo non è mai stato. Non è che non sia esistito, più semplicemente non è mai stato così. L’uomo chiedeva, eccome, sempre, il cavallo bianco profumava di muschio bianco ed il pino silvestre fu una tipica fragranza di derivazione equina; del resto l’ambra (grigia) viene estratta dall’intestino del capodoglio. 
Poi, venne la memoria. La memoria non è un semplice raccattare dai cassetti del “fu”, ma è un ricombinare gli elementi estratti, in modo logico e inoppugnabile.
Per cui, ecco: il cavallo bianco corre sul bagnasciuga, la musica di Clapton accompagna il suo incedere selvaggio, il cavallo suda, serve una doccia, ecco il Vidal al pino silvestre. L’uomo che non deve chiedere, mai, in cuor suo, lo voleva anche fare, ma non doveva. Non è che non potesse, ma, penso, ragioni etiche occultate nelle pieghe del tempo glielo impedivano. Ci pensava il Denim ad ottenere per lui l’unico fattore veramente pro-biotico. Il Vidal ed il Denim erano due soluzioni ad esigenze imbarazzanti e pudicamente non dichiarate. Oggi gli spot potrebbero mostrare un cavallo che puzza insopportabilmente (la tecnologia permetterebbe lo spot olfattivo) ed un uomo con un’inaudita erezione.
La mia memoria ricombina gli elementi considerando variabili etiche individuali e di massa. Sono stupefatto.
  

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