Vuoto

[fonte

Publio Quinto Marcello
colla destra slacciò
il paludamento e vide
mozzato l’avambraccio
un giorno all’indietro
dal barbaro lesto.
Resse pur lo scudo,
la mano fantasma
ruppe mascelle e coppe
sollevò l’indomani,
poi scrisse mancino
che il vuoto contiene.


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Gabbiani


La nottata i gabbiani scendono
in strada e sgraziati zampettano,
calano i becchi come magli
su cicche sputate e mozziconi,
ingollano talora granaglie
cascate da pani integrali
o d’altri bisunti spuntini.
All’alba il sole serpeggia
dal mare fra i palazzi
e frammenta la notte,
tramenano i netturbini
e scalpicciano i primi tacchi,
decollano indolenti i gabbiani
offesi e volano a scortare

gl’assonnati pescherecci.

Savona

Un muro fra il mare
e chi vien dal Piemonte,
accoglie con sabbie relitte;
al porto c’è vino francese
con vongole e i gamberi 
purtroppo son cotti.
Ebbene Savona l’ho vista,
malgrado la chiami “visione”,
ricordo assai bene un due giugno,
un mio amato canto del cigno.


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Farfalle

Le tue vispe nocciole,
nel viso incastonate,
alle volte scintillano
un tenero alfabeto
e le parole non chiedono
che d’essere vestite.
Io bene me ne guardo,
ma le vorrei catturare
per guardare da vicino,
come farfalle nel vetro
quand’ero bambino.

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La larva

A rigor di stagione,
sereno il frutto matura
e con esso s’ingrassa la larva,
che pasciuta caria la mela.

L’uomo all’alba raccoglie,
industrioso si spacca la schiena,
ma ch’è guasta purtroppo
s’accorge soltanto la sera.

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La provinciale

Allagamento del Plesso Scolastico di via Jenne ad Anzio

 

Rotola un riccio sulla provinciale,
balugina sfatta la foglia
macerata nel guazzo
e quest’anno i castagni
li si mormora sterili.
L’umido s’agglutina
dolcemente alle ossa,
il fiato tuo defluisce
in un rivolo fino alla falda
e berremo noi l’inverno,
tutto a primavera.

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A Bettina

Il Maestro, Bettina,
perì di mozzarella,
non di piada o tortellino,
troppo dura s’incagliò 
nel gozzo e lui sfiatò 
nella babilonia della Roma 
d’ogni tempo e nei lugubri scuri
mari romagnoli e di Venezia.
Hai gettato l’ancora, Bettina, 
sopra uno scoglio 
sicuro di casera.

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Glabri

Questo è tutto
degli anaspidei
e d’altri glabri,
traspirano nei fondachi 
dei mari e dentro 
le anfore di acquari,
si torcon melodiosi
e si strizzano lungo
solenoidi immaginari. 

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Le bricole


Venezia immota,
ad onta dei canali,
par che scruti le sue calle
e non comprenda il brulicare;
scioperato agli Schiavoni,
mentre ferve la laguna,
La sbircio di sottecchi
e Lei si fa occhieggiare;
va verso San Giorgio,
stantuffa un vapore,
sporgono dall’acqua
le bricole, Sue dita:
“Che c’è da guardare?”…

   
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