Lanterne


Bruciammo lanterne cinesi
ma una scampò ed i venti curiosi,
che tagliano e irridono tavolieri e gole,
verticali s’annodano intubati
e sbocciano dall’occhio corolle
immani e imbronciati solinghi
un raggio infilano ognuno
sazi mirando il proprio cantone,
per tanto daffare s’addormono
e lei galleggiò fino ai mari incoscienti,
ché la videro spiriti forse satolli.  

   
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Rozzi interrogativi intorno al tempo

A marzo dello scorso anno ho passato tre settimane estenuanti: mio padre è stato operato (tutto si è concluso bene), mentre, nel frattempo, l’imbianchino stava lavorando a casa mia (quindi, nell’andirivieni da e per l’ospedale ho anche svuotato l’appartamento e poi l’ho riempito nuovamente), poi, per ignote cagioni, forse acrivibili a doglianze degli astri (cioè lo stress, per gli umani) e a bambini infetti e infettivi, mi sono svegliato tempestato di papule: la temuta varicella dell’adulto.
Ho riflettuto perciò sul tempo,o meglio sul viaggiare nel tempo, vagheggiando la possibilità, essendone a conoscenza, di saltare pié pari quelle tre settimane di tormenti.
Premesso che, a mio modesto avviso, non è possibile andare a ritroso nel tempo; ciò che è teroicamente fattibile è avanzare. 
Ordunque: se Carlo con la varicella di proiettasse in avanti di due settimane, diverrebbe Carlo guarito (o peggiorato), oppure Carlo sarebbe più vecchio di tre settimane con la varicella al medesimo stadio, oppure (e infine), sarebbe l’esatta fotografia del Carlo all’istante del salto temporale? 
Tutti questi interrogativi non mi lasciano in pace, sono come le “informazioni di Vincent”, che mi orbitano intorno, ma non mi danno alcuna spiegazione.
Questo mio rodere mi ha permesso di ripescare una poesiuola dialettale che scrissi anni fa, che ripropongo:

Ol temp

 

Ol temp

Soo no se l’è;
ma el vedi scapà via.

Disen i studios
Che l’è propi
L’orelogg del mond;
i bastian contrari
disen che ‘l ghè no;
che l’è tuta fantasia.

Mi legi i lor matatt,
e me se tiri matt
ma mi el soo no se l’è,
el vedi scapà via.

***

 

Il tempo

Il tempo

non so cos’è,
ma lo vedo scappar via.

Dicono gli studiosi
che sia proprio
l’orologio del mondo;
i bastian contrari
dicono che non c’è,
che è tutta fantasia.

Io leggo le loro mattate
e mi tiro matto;
ma io non so cos’è,
lo vedo scappar via.

Revisione ortografica a cura di Marco Bertoli
 

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Leggo spesso i commenti di Aldo Grasso, sul sito del Corriere, perché lo ritengo un acuto osservatore della fenomenologia televisiva, e non solo, anche se – non me ne voglia… Ma tanto non mi leggerà – l’immondezzaio infinito della televisione, spesso fa si che le sue mani s’insozzino e che, è questo l’effetto, paia occuparsi di questioni assolutamente futili.
Purtroppo, questa è parte della sua materia. 
Non capisco bene, però, questo suo articolo.
La considerazione sulla scopiazzatura di battute circolanti su twitter, da parte di Crozza, non m’appassiona. Mi pungola, invece, la riflessione breve sull’acquisto di libri di poesia, dopo che Saviano ne tratta in televisione.
Non che voglia difendere Saviano, non ne ha bisogno, ma non comprendo la critica.
Siamo pecore? Si, senza dubbio, non c’è bisogno di Grasso e di Saviano per aprire gli occhi.
L’argomento è anche molto complesso, le regole sottese alle dinamiche delle masse sono spesso ignorate, banalizzate, ma lavorano nell’ombra costantemente.
Essendo pacifico il nostro incedere ovino, perché non gioire (si, gioire) se una trasmissione, in modo pur criticabile, induca all’acquisto di un libro di poesia (fra l’altro, di una grande poetessa)?
Il timore, poi, che si imiti, in ultimo, noi stessi, è più che fondato… Ma dove sta il male?
Intendo dire che, facendo un onesto bilancio, quindi elencando costi e ricavi, meglio un libro acquistato grazie a Saviano, che una lite in famiglia per la nomina di un coglione qualsiasi, “abbandonato” alle telecamere su di un’isola o chiuso in una casa a cinecittà.
Non ci si può lamentare della mancanza di cultura, per poi vivisezionare a scopo demolitorio i tentativi di diffusione della stessa.
Quando un organismo annaspa, quando si ha fame d’aria, una boccata permette di trascinarsi almeno di un passo, per poi sperare sempre in una rinascita futura.

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Sindrome di Tomas-Tranströmer

Grave sindrome ansioso depressiva, i cui sintomi iniziali – ingannatori – rimandano però ad una psicosi già avanzata. Caratteristica del primo stadio è, infatti, l’immagine di sé che appare (ai propri occhi) leggermente diafana e, talvolta, con tinte seppiate. Compare, in seguito, importante sensazione di nullità, si avverte il totale disinteresse del mondo nei confronti della propria esistenza.  Segue gravissima inedia e deriva psicofisica che, nei casi trascurati, può portare all’idea del suicidio. Necessita pertanto d’immediata terapia farmacologica, con supporto psicologico.
Prende il nome dal grande letterato svedese Tomas Tranströmer, che vinse il premio Nobel contemporaneamente alla morte di Steve Jobs.

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Generatore di poesie Bondiane

E’ toccante come il Ministro Bondi debba (DEBBA) ricordarci di essere la “guida” culturale dell’italiche genti.
Toccante. Forse pensando a Bondi non salta in testa la cultura? Io ringrazio il Dio competente del caso, perché ci ha donato Bondi. Voi non capite. No.
Ordunque, il Ministro ci rammenta il suo umile ruolo minacciando di cacciare il naso nella giuria del festival del cinema di Venezia.
Se qualcuno, per caso, avesse dubbi sulla preparazione artistica del Ministro, consiglio di cliccare qui e generare qualche poesiuola nel suo invidiabile stile.
Si, perché la poetica del Ministro può essere imitata solo da un potente microprocessore. Nessun umano può tanto.
Ringrazio sempre il relativo Dio competente (in questo caso intendo quello della creatività informatica); come potremmo vivere dignitosamente senza queste entità tutelari? Bah…

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Ardore

E’ relativo contare i gradini
della Moschea del Re Vivente;
lo sono anche il gusto piccante,
l’appartenenza ed il prezzo
di un vecchio montone.
Relativo è l’aspetto
gordiano di un nodo,
come lo è l’odore del sale,
oppure il mio ardore
ed il buio rispetto al suo luogo.

10/11/2009, Auguri Alessandra!

Fra le cose che il mare getta
si cerchino le più disseccate,
zampe violette di gamberi,
testine di pesci morti,
soavi sillabe di legno,
piccoli paesi di perla,
si cerchi ciò che il mare ha sfatto
con inutile insistenza,
ciò che ha rotto e squassato
e abbandonato per noi.
 
Pablo Neruda
 
Tanti auguri Alessandra!
Chi sarà mai quell’Homer Simpson?
Un bacio e un omaggio!

Un saluto

 

Quando Alda Merini incontrò per la strada l’insondabile Cuccia, nella Milano del dopoguerra, gli disse: “Senta Dottore, ho fame!”.
Lui rispose laconico: “Buon segno”.
Circa 15-20 anni fa conobbi la Merini grazie ai mitici “100 pagine a mille lire”; questi libricini striminziti, per quanto criticati dai puristi della letteratura, ebbero il pregio di far conoscere grandi autori ad un prezzo stracciato. Erano semi, semi e nulla più. In quanto tali soggetti alla rigida legge della parabola del seminatore.
Quindi: allora Alda era già riconosciuta come una grande del ‘900, eppure alcuni personaggi del mio quotidiano, con una cultura letteraria più ampia della mia, ridevano della mia eccitazione per le sue poesie: “E’ il vostro solito autore alternativo?”. Erano così preoccupati di preservare l’ordine comune delle cose, da essere accecati. Eh! Si! Accecati, perché eravamo alle porte di Milano! A pochi chilometri dalla poetessa. Eravamo mi-la-ne-si!

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