La provinciale

Allagamento del Plesso Scolastico di via Jenne ad Anzio

 

Rotola un riccio sulla provinciale,
balugina sfatta la foglia
macerata nel guazzo
e quest’anno i castagni
li si mormora sterili.
L’umido s’agglutina
dolcemente alle ossa,
il fiato tuo defluisce
in un rivolo fino alla falda
e berremo noi l’inverno,
tutto a primavera.

Share

A Bettina

Il Maestro, Bettina,
perì di mozzarella,
non di piada o tortellino,
troppo dura s’incagliò 
nel gozzo e lui sfiatò 
nella babilonia della Roma 
d’ogni tempo e nei lugubri scuri
mari romagnoli e di Venezia.
Hai gettato l’ancora, Bettina, 
sopra uno scoglio 
sicuro di casera.

Share

Glabri

Questo è tutto
degli anaspidei
e d’altri glabri,
traspirano nei fondachi 
dei mari e dentro 
le anfore di acquari,
si torcon melodiosi
e si strizzano lungo
solenoidi immaginari. 

Share

Le bricole


Venezia immota,
ad onta dei canali,
par che scruti le sue calle
e non comprenda il brulicare;
scioperato agli Schiavoni,
mentre ferve la laguna,
La sbircio di sottecchi
e Lei si fa occhieggiare;
va verso San Giorgio,
stantuffa un vapore,
sporgono dall’acqua
le bricole, Sue dita:
“Che c’è da guardare?”…

   
Share

La mia domenica

Odora sempre la mia domenica
come un fradicio e antico
albero morto nel bosco.
A nord ostenta una florida barba di muschio 
e le braccia possiede,
di funghi con turgidi umboni;

a questi s’appressano
tutt’intorno lumache
ben lustrate per la festa,
per il giorno del riposo.
Odono forse campane,
che per me sono mute.


Share

Lanterne


Bruciammo lanterne cinesi
ma una scampò ed i venti curiosi,
che tagliano e irridono tavolieri e gole,
verticali s’annodano intubati
e sbocciano dall’occhio corolle
immani e imbronciati solinghi
un raggio infilano ognuno
sazi mirando il proprio cantone,
per tanto daffare s’addormono
e lei galleggiò fino ai mari incoscienti,
ché la videro spiriti forse satolli.  

   
Share

Rozzi interrogativi intorno al tempo

A marzo dello scorso anno ho passato tre settimane estenuanti: mio padre è stato operato (tutto si è concluso bene), mentre, nel frattempo, l’imbianchino stava lavorando a casa mia (quindi, nell’andirivieni da e per l’ospedale ho anche svuotato l’appartamento e poi l’ho riempito nuovamente), poi, per ignote cagioni, forse acrivibili a doglianze degli astri (cioè lo stress, per gli umani) e a bambini infetti e infettivi, mi sono svegliato tempestato di papule: la temuta varicella dell’adulto.
Ho riflettuto perciò sul tempo,o meglio sul viaggiare nel tempo, vagheggiando la possibilità, essendone a conoscenza, di saltare pié pari quelle tre settimane di tormenti.
Premesso che, a mio modesto avviso, non è possibile andare a ritroso nel tempo; ciò che è teroicamente fattibile è avanzare. 
Ordunque: se Carlo con la varicella di proiettasse in avanti di due settimane, diverrebbe Carlo guarito (o peggiorato), oppure Carlo sarebbe più vecchio di tre settimane con la varicella al medesimo stadio, oppure (e infine), sarebbe l’esatta fotografia del Carlo all’istante del salto temporale? 
Tutti questi interrogativi non mi lasciano in pace, sono come le “informazioni di Vincent”, che mi orbitano intorno, ma non mi danno alcuna spiegazione.
Questo mio rodere mi ha permesso di ripescare una poesiuola dialettale che scrissi anni fa, che ripropongo:

Ol temp

 

Ol temp

Soo no se l’è;
ma el vedi scapà via.

Disen i studios
Che l’è propi
L’orelogg del mond;
i bastian contrari
disen che ‘l ghè no;
che l’è tuta fantasia.

Mi legi i lor matatt,
e me se tiri matt
ma mi el soo no se l’è,
el vedi scapà via.

***

 

Il tempo

Il tempo

non so cos’è,
ma lo vedo scappar via.

Dicono gli studiosi
che sia proprio
l’orologio del mondo;
i bastian contrari
dicono che non c’è,
che è tutta fantasia.

Io leggo le loro mattate
e mi tiro matto;
ma io non so cos’è,
lo vedo scappar via.

Revisione ortografica a cura di Marco Bertoli
 

Share