Un saluto

 

Quando Alda Merini incontrò per la strada l’insondabile Cuccia, nella Milano del dopoguerra, gli disse: “Senta Dottore, ho fame!”.
Lui rispose laconico: “Buon segno”.
Circa 15-20 anni fa conobbi la Merini grazie ai mitici “100 pagine a mille lire”; questi libricini striminziti, per quanto criticati dai puristi della letteratura, ebbero il pregio di far conoscere grandi autori ad un prezzo stracciato. Erano semi, semi e nulla più. In quanto tali soggetti alla rigida legge della parabola del seminatore.
Quindi: allora Alda era già riconosciuta come una grande del ‘900, eppure alcuni personaggi del mio quotidiano, con una cultura letteraria più ampia della mia, ridevano della mia eccitazione per le sue poesie: “E’ il vostro solito autore alternativo?”. Erano così preoccupati di preservare l’ordine comune delle cose, da essere accecati. Eh! Si! Accecati, perché eravamo alle porte di Milano! A pochi chilometri dalla poetessa. Eravamo mi-la-ne-si!

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