I cavalli di battaglia

(fonte: Reuters)
Quando il mio fanciullino regnava sulle mie carni, mostrava la sua quintessenza attraverso alcune immagini, metaforiche e non, alcune delle quali erano degli autentici cavalli di battaglia (come per tutti gli umani, penso…).
Ricordo, per elencarne alcuni, l’incontro di boxe Gassman Vs Tyson (quando entrambi spopolavano), la bonza secondo la quale la temibile sindrome di Osgood-Schlatter venisse propagata dal bisbetico tacchino, il fatto che il cosmo fosse un “fottuto trucco” (con tanto di vignetta autografa che raffigurava lo stupore degli atronauti di fronte a stelle e pianeti appesi a dei fili), il fantastico animale “sabo”, che si riproduceva per scissione ingenerata da un taglio al labbro inferiore, la cui maggior causa di mortalità era la sincope e tanti altri dettagli che descrivevano con zoologica precisione l’essere immaginario.
Questi, lo ribadisco, erano cavalli di battaglia, soluzioni estratte dal cilindro di fronte a sconosciuti, idee che si diffondevano grazie all’idiozia dei miei compagni di cordata, che, per quanto idioti al punto di apprezzarle, non mi sottrassero mai la paternità di questi svolazzi giovanili. 
Uno di questi miei caposaldi riguardava i gamberetti. Durante qualsiasi discussione, ad onta dell’argomento trattato, trovavo il pertugio in cui infilare il tema del numero incommensurabile dei gamberetti. In un momento “x”, il numero di quelli vivi  e di quelli morti (freschi, surgelati, in salamoia) non era misurabile, ma certamente enorme. Qualcuno obbiettava che il numero di formiche o batteri era di gran lungo superiore… Ma ora non ricordo come smontavo questo banale tentativo di avvilirmi, forse mi aggrappavo alle nostre abitudini alimentari… Rammento un cocktail di frammenti d’apologie assortite, intorno ai matrimoni alchemici di gamberi e salsa rosa e degli amici crostacei con la pasta alle zucchine. 
Immaginate la gioia, quando nel 1997 la centrale nucleare coreana di Ulchin venne bloccata per ben tre volte dai gamberetti, che ostruirono i canali di raffreddamento. Incidente ripresentatosi nel 2011, se non erro.
Fu la mia rivincita e, soprattutto, quella dei gamberetti, quella d’una maggioranza pelagica silenziona. “Krill Kill”, oserei dire, ed ogni accostamento al film di Tarantino (film che non ho mai apprezzato) non troppo m’offende…
Il disastro della foto, fatto recentissimo avvenuto in Cile, mi ha fatto ripensare ai miei cari gamberetti, ai miei cavalli di battaglia.
A proposito di cavalli, da alcuni anni uno dei puledri di battaglia è il commento “mi sembra equino”, commento che non allude al somaro, non è disprezzo indirizzato all’oggetto del commento, ma mira ad evidenziare un’equità intermedia fra l’equo e l’iniquo.
Ora, taglio questa insignificante riflessione, perché potrebbe non avere fine, volendo ripescare nella torbiera della memoria sopita le mummie dei cavalli di battaglia spirati nel corso degli anni, ma la domanda che mi orbita intorno negli ultimi giorni è: che fine faranno, dopo la mia discreta scomparsa, i miei cavalli di battaglia?

Nuvole senzienti

Berndnaut Smildeasper – Nuvole indoor

 

All’incirca due mesi prima di quella che si preannunciava come una delle più vacue tornate elettorali, mi ritrovai instradato, senza volerlo, lungo il sentiero  dell’ignoto; tanto ignoto, che risulta difficile raccontare.
Si narra che esistano nell’universo esseri privi di corpo fisico, abbandonato da qualche milione di anni durante il cammino evolutivo, in quanto inutile fardello; oltre ad essere corruttibile, pone degli insuperati e insuperabili limiti.
Gli essoteristi descriverebbero queste creature come fatte di “puro corpo mentale”, mentre gli esoteristi se ne starebbero ben abbottonati, come conviene. 
Uno di questi esseri, che definisco “metaessere”, durante il suo siderale girovagare, per cause che l’uomo ascrive al caso non potendo visualizzare (al contrario del metaessere) quelle trame sottili, intrecciate e stratificate, che chiamiamo “destino”, un metaessere, dunque, forse nell’espletamento del suo fine ultimo, dopo un lungo periodo di osservazione del genere umano, prese contatto con me. So bene che tutto questo è incredibile, ma andò così…
Ora, superata la premessa, che è la parte più indigesta dei fatti, ciò che mi preme spiegare è che vissi un’esperienza “mishimiana”: dal mio “di dentro”, dalla mia profondità, iniziai a “sapere” che mi sarei dovuto recare ad un appuntamento per incontrare il metaessere. 
Era un sussurro che risaliva dall’anima come l’umidità lungo i vecchi muri, un bisbiglio rispettoso ma ostinato, un bisbiglio che mi trasmetteva anche le coordinate: il luogo, il giorno, l’ora dell’incontro. Io “sapevo” che il metaessere voleva “parlare” con me, me l’aveva gorgogliato nella coscienza
L’intento era quello di spalancarci gli occhi, di condurci in un baleno ad una nuova condizione di sapere e di consapevolezza. Io sarei stato il suo factotum in terra, a guisa di profeta moderno. Avrei potuto proseguire ad accoppiarmi e ad utilizzare apparecchi tecnologici. Così mi fece sapere. Per farla breve: una di quelle balle relative alla nuova era. Forse anche peggio delle sole che circolano abitualmente sul pianeta. 
Sorvolando, per brevità, sulle ragioni della mia investitura (vi rammento che lui “vedevale trame del destino), seppur con un certo tedio, non potei fare a meno di recarmi all’appuntamento. Anzitutto per buona educazione, per cortesia, in secondo luogo poiché in me era sorta la speranza d’una rivelazione; l’appuntamento cadeva qualche giorno prima delle elezioni politiche. Vagheggiavo che il metaessere potesse farmi superare almeno l’empasse del voto, chiarendomi ogni dubbio intorno all’ideale da perseguire.
Mi recai, quindi, nel più classico dei luoghi per un appuntamento lontano da occhi curiosi. L’inflazionata zona collinare fuori città, frequentata dopo il tramonto estivo dalle coppiette; sempre deserta di giorno e d’inverno. Il luogo, scelto dal metaessere, mi deluse. Una gran banalità. Meglio un bar, a questo punto, considerata la sua acorporalità.
L’esperienza, in quanto mishimiana, mi imporrebbe di scrivere che una brezza leggera scompigliava le chiome delle criptometrie, ma, in quel luogo, non ce n‘erano.
Giunto al piano, sulla collina, sopraggiunse una folata di vento decisa; davanti a me s’alzò un mulinello sudicio: un paio di confezioni di snack, filtri di sigarette…
Attesi. Come mia consuetudine, fissai il termine dell‘attesa in mezzora, termine rinnovato alla scadenza. A metà della seconda mezzora sentii uno strano disagio.
Il metaessere, con uno sforzo di volontà e, questa volta, anche di rappresentazione, si palesò sotto forma di nuvola violetta. Sospesa ad un metro da terra, di forma non ben definita (un metro cubo di roba) lasciava trasparire non so come che fosse in atto un certo dispendio d’energia, necessaria per rimanere in quello stato a me sensibile. Apprezzai lo sforzo. Ero sereno. 
Il metaessere (sempre per risalita d’umidità) mi spiegò un sacco di frottole per motivare la mia presenza li; poi attaccò a pontificare con la pace universale, la fratellanza e tutte ‘ste boiate. Io mi persi quasi subito, il mio pensiero andò ricordando che G. Lakhosvsky scrisse di aver visto sfilare dal corpo l’anima di un morto, precedentemente curato coi suoi circuiti oscillanti, sotto forma di nuvoletta viola.
Quando la comunicazione del metaessere cessò, io presi parola.
Gli spiegai che, con tutto il rispetto, i freack della west coast avevano già raccontato queste cose, ma, tristemente, le faccende sono sempre un poco più complesse. Non mi dilungo, ma cercai di fargli capire che gli equilibri politici ed economici richiedono altre modalità d’azione. 
Il metaessere mi ascoltò (pur non avendo organi di senso) e risalì in me la certezza che ogni tanto annuisse.
Quando finii la mia esposizione, seguirono dei minuti dilatati di inattività del metaessere. Io approfittai della pausa per domandarmi, per l’ennesima volta, perché Lakhosvsky, quel giorno, non ebbe la prontezza di catturare l‘anima del morto, chiudendola nel primo contenitore a portata di mano, per esempio in un barattolo per conserve. Avrebbe chiarito molti dei nostri dubbi. Forse la storia avrebbe preso ben altra direzione. Avremmo studiato e penetrato questo mistero inconoscibile, avremmo sciolto nodi apparentemente gordiani; avremmo creato cure straordinarie per i moderni mali. Tutto sarebbe stato possibile e, forse, avrei anche risolto il paticciaccio brutto de via Merulana.  
Di li a poco, il metaessere ebbe un sussulto lieve, parve scosso da un borborigmo.
Sentii ancora la sensazione di risalita delle comunicazioni. 
Mentre attendevo di comprendere la risposta dell’alieno, improvvisa, si abbatté sullo spiazzo una folata di vento.
I rami sottili delle betulle vennero sbatacchiati, ricomparve il mulinello di cartaccia, il vento sibilò.
Il metaessere ebbe un istante che pareva di “irrigidimento”, come se avesse difficoltà a mantenere i legami fra le particelle della sua misteriosa sostanza.
Così, in un secondo, si dissolse in una silente esplosione di arabeschi viola. Immediatamente la sensazione di risalita delle informazioni cessò.
Attesi qualche minuto. Maturai la certezza che il metaessere fosse morto; gabbato dal vento. Lui, la sua condizione acorporea, la sua baldanza da tutta coscienza, i suoi poteri, tutto disintegrato da un soffio di vento, senza neppure esaurire gli argomenti, peraltro non banali. Insomma: il signor “tuttomente” non aveva calcolato le conseguenze del vento terrestre. Curioso.
Io pensai che con un barattolo per conserve avrei potuto salvare il metaessere. 
Con una gran delusione nel cuore, me ne tornai a casa malmesso, peggio di prima. Anche il metaessere, tutta mente, solo volontà, non mi aveva insegnato nulla dell’esistenza. 
Durante il tragitto, tragicamente, riaffiorarono gli atroci dubbi elettorali.

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Il baro


Barare agli scacchi è un gesto blasfemo, un tentativo deicida, nessuna radiazione può mondare l’anima del criminale e, riflettendo, non esiste pena terrena commisurata.

Le fiamme eterne, un mirato e ben soppesato contrappasso, questa dura sorte affrancata dal tempo ne è la pena.

Vorrei chiarire: il mio non è un atteggiamento persecutorio; sto soltanto descrivendo meccaniche naturali, non soggette al nostro umano arbitrio, sempreché non si sia così orbi da considerare la Natura come “ciò che ricade nel dominio dei sensi”.

Insomma, così accadrà, mi rincresce per il baro, non ho potere per addolcire il suo tormento.

L’aspetto che m’indigna, però, è l’onta subita dall’arte, ergo da tutti noi, della quale ne beviamo, anche inconsapevolmente, un bicchierotto tutti i giorni…

Il settimo sigillo di Bergman, Von Sydow che sfida la morte.

Gli scacchi (n° 2) di Borges (Nel loro angolo austero, i giocatori dirigono i lenti pezzi. La scacchiera li incatena fino all’alba alla sua severa dimensione in cui battagliano due colori.).

Gli esperti in materie umanistiche non avrebbero a disposizione tanta esistenza, sì da completare un trattato sugli scacchi.

Bianco e nero, vita e morte, strategia, attesa, intelligenza e bla bla bla bla bla…

Non è concepibile dalla mente umana la gravità del peccato commesso; è inaudito. Per quanto si possa pesare la colpa, un quid sfuggirà sempre alle nostre grossolane pese. E’ come poggiare sul piatto della bilancia dei pesi inesatti, ai quali il Fato ha sottratto un millesimo di grammo. I conti non tornerebbero mai…

Io, al momento, resisto agli scacchi. Ogni tanto ci gioco, sfido il computer il quale, per un dilettante come me, è fin troppo abile, ma resisto. Non mi ci tuffo. Tutte le volte che mi giunge voce d’un corso di scacchi vado in tachicardia, è un richiamo muto, un invito alla madre di tutte le sfide, il bianco contro il nero, ma resisto.

Ho battuto un paio di volte Windows; ero annichilito dalla faticata. Resisto, perché fra il mondo (immondo, ma pur sempre vivo e quindi appetitoso) e la mia ascesi, vi è solo il fossato degli scacchi da attraversare.

Dolente per la tua maledizione, ex sindaco di Buccinasco.

 
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Il Limbo Terreno

Uno dei miei tentativi (goffi e malriusciti) di scrivere un romanzo ebbe (ed ha tuttora) il titolo de “Il Limbo Terreno”.
Questo scritto fu inviato ad una nota casa editrice, per partecipare ad un concorso letterario, ma giustamente non fu considerato.
L’unica conseguenza di questa mia fatica fu un periodo di particolare attrito con mio padre: il tempo a disposizione per inviare il tutto al concorso era risicato.Spiegai a mio padre che per un mese sarei stato irreperibile. Lui annuì, si dimostrò comprensivo a tal punto che, dopo due giorni di sobbollore, mi additò quale ricettacolo dei peggiori difetti umani, il tutto perché non volevo aiutarlo nel giardinaggio.
Padre a parte, l’idea alla base del romanzo era banalissima e utopica: descrivere quel processo chimico-fisico che ingenera la solidificazione dei pensieri. Immaginiamo la nebbia, ghermita dal freddo invernale, che si appesantisce, si posa su tutto ciò che tocca, si adagia sulla realtà aggregandosi in una sottile, impalpabile ed invisibile patina.
Ecco, con la medesima logica, a mio avviso, i pensieri ricoprono la realtà materiale d’una pellicola intangibile; questa non influisce minimamente sulle meccaniche chimico-fisiche dell’oggetto colpito, ma ha come risultato di variare le sfumature dell’oggetto, dal punto di vista dell’osservatore.
Il Limbo Terreno, nel romanzo, non era quindi una zona dell’esistente. O meglio, lo era del tutto: era l’esistente. Era la condizione percettiva del “vedente”, di colui che sfuggiva alla trappola dei sensi fallaci. Era la quotidianità del Neo di turno.
Mi duole ammetterlo, ma scrissi tutto ciò prima dell’avvento di Matrix, scopiazzando grossolanamente dall’abc della filosofia greca. Tutto ciò si è ripetuto (ho amici che possono testimoniare) con l’avverbio “comunquemente”, che usai a lungo prima di Cetto-Albanese. In altre parole sono un coglione.
A prescindere dalla mia stolidaggine, il Limbo Terreno e le proprietà della venefica pellicola (il cui nome ora non rammento) mi sono tornati in mente per via della situazione politica italiota.
Prendiamo due antagonisti politici, mettiamo al centro un oggetto, che so… Una sedia.
L’onorevole A persuaderà metà degli italiani, che vedranno una chaise longue, mentre l’altra metà vedrà uno sgabello, persuasi dall’onorevole B. Il “vedente”, un ininfluente protozoo che nuota nel Limbo Terreno, non si capacita di tutto ciò. E’ una sedia, una fottuta sedia di legno, con seduta di paglia. Non è vero, quindi,che si raccontino sane balle, no. Si variano le sfumature, si altera un poco la realtà descrivendola, in modo che le nuove arbitrarie sfumature soppiantino quelle reali. La realtà vera, perciò, non è più importante della sua funzione di fulcro, grazie al quale agisce la leva della pellicola-pensiero.

  
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Oggetti

Una mattina il gatto s’è contorto e s’è appiattito, 
fra la spalla ed il retro dei cassetti s’è infilato
in quel luogo atemporale, nell’armadio prigioniero.
Fra suoi strusci e miagolii, quando poi l’ho liberato, 
a sera perlustrando quella cella senza luce né giaciglio, 
senza crepe o infiltrazioni, senza insetti né salnitro, 
senza muschi né punti cardinali, quella cella 
s’è mostrata buia e sorda come uno sbadiglio 
e nemmeno vidi ragnatele sfitte o rimasugli 
di passati ecosistemi o civiltà; 
stupisce sempre non trovare vasellame o fecoliti.

Quindi mi son contorto e anche poi appiattito, 
curioso nella  sua stessa prigione mi sono accovacciato, 
attento non ho chiuso alle spalle 
maldestro l’uscita e lo spiraglio di luce 
m’ha mostrato, frastagliate all’orizzonte,
creste di magliette, ben piegate, e separate 
a destra le mutande, seguite da una zona 
di netti pedalini profumati.

Sospeso fra il nulla ed i calzini, nella zona 
ravvivata la mattina dall’attrito dei binari, 
dove il gatto ha sostato recluso, 
m’ha ricolto un insabbiato panico bambino:
il terrore che attanaglia al concepire
un istante vuoto e privo d’universo,
perché, come Pincherle descrisse,
gli oggetti nel buio sono morti,
ad un passo dalla luce inanimati. 

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…Come il Martini con le Olive


Il trapasso delle illustri personalità religiose apre sempre le cateratte delle emozioni del popolino.
Mai un’osservazione acuta, oppure una almeno ponderata, nessuna ironica, nessuna dissacrante.
Alla notizia della morte di Martini, io mi sono soltanto preoccupato dello stato d’animo delle olive; il che, indirettamente, onora anche l’uomo.
E’ pacifico che le olive soffrano questo distacco, non c’è bisogno di sconfinata cultura; per preservarsi, nel mezzo della buriana di commenti maldestri sull’eutanasia, del “fine vita” mal interpretato da chi non ha idee (e, nel caso ne avesse, non sarebbero chiare), sarebbe bastata una superficiale cultura musicale.
Intendo dire che non è necessario capire tutti i testi di Vecchioni, si sprecano citazioni letterarie e – si sa – qui casca l’asino; serve però memoria. Servirebbe ricordare CanzonenoznaC: “…e ricordava cose antiche
proibite ma pur sempre vive come il Martini con le olive.”

 

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La necessità d’una divinità specializzata

Uno dei miei crucci è l’impossibilità di potersi rivolgere a Dei specializzati (uso definirli “competenti”).
La limitazione del Dio unico è senza dubbio la dispersione di forze, una sorta di accidente aristotelico della totipotenza; perdonate la blasfemia…
Non a caso, in una delle celeberrime canzoni che ho scritto, cantavo: “Oh Signore guarda giù, subito però! Il mio tempo stringe, il tuo no!”.
Se avessimo una folta schiera di Dei e Deucoli, indolentemente assisi su troni e tronetti, sopra le nostre teste, allora avremmo sì degli Dei (pochi) di straordinaria potenza e importanza, ma anche altri, destinati a ruoli secondari.
Avrebbero più tempo. Sarebbero annoiati, ma anche più rapidi. Ci sarebbe il Dio delle porte dei treni e quello dei trinciapolli, la Dea delle matite per occhi, ma anche quella delle ossidoriduzioni, e così via…
Ammetto che nel mio caso (avrei bisogno di un sole cocente o di una tempesta, per domani) potrei rivolgermi agli Spiriti della Natura (chi ha orecchie, bla bla bla…), ma la riflessione è d’obbligo.
Allora:  industriosi calabroni hanno costruito la loro piccola città nella canna fumaria del mio camino.
Ho atteso a lungo, per cercare una soluzione ragionevole e pacifica, ma non posso più attendere: ricorro all’arrogante arma della disinfestazione.
L’impresa (specializzata, per l’appunto) sarà domani pomeriggio da me, per liberami dagli intrusi.
Disinfestazione: 150€ (più IVA)
Piattaforma per raggiungere il comignolo: 130€ (più IVA)
Il mio desiderio è quello di poter invocare il Dio competente che scateni, in un baleno, mentre gli addetti della disinfestazione stanno operando, a scelta del Dio, o un caldo assassino (minimo 50 gradi centigradi all’ombra), o una pioggia torrenziale, amazzonica; alla Marquez, per capirci. Gli addetti, ermeticamente protetti da tute impenetrabili, morirebbero disciolti dal gran caldo, collasso cardiocircolatorio, oppure scivolerebbero, si spiaccicherebbero in cortile, in un giorno di gran pioggia d’agosto… Cadrebbero come fichi maturi. Questo avrebbe una doppia valenza simbolica: la fine dell’avido, tout-court, ed il bagno di sangue, il ringraziamento, il pagamento del Dio specializzato intervenuto.
Insomma: Per 280€ (più IVA), che almeno facciano una fatica boia… maledetti cani infedeli…
 

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Intermediazione anatomica

Anni fa ebbi la grandiosa pensata di stampare dei biglietti da visita per una mia ipotetica attività: “produzione e vendita apparati digerenti”.
Lo feci all’infernale macchinetta all’entrata della metropolitana. Stazione Cadorna, Linea Rossa, Milano.
Infilai la mia bella banconota da 10.000 lire, compilai il testo e impaginai (imbigliettai?), attesi qualche minuto, ascoltando il macinare cigolante del macchinario, e… zap! Ecco i miei superbi biglietti da visita.
Purtroppo il progetto non fu più cullato e morì.
Questa mattina ci ho ripensato; prima di tutto è geniale l’idea di definire i contorni di un‘attività (stampando biglietti da visita) e poi, su quella base, cercare di creare tutto il resto, costi quel che costi. Ecco, questo sarebbe l’impresa dell’eroe moderno, l’unico, vero, eroe moderno.
Sarebbe anche molto istruttivo e formante. Non per nulla Jodorowsky racconta in un suo libro il gioco praticato con un amico, da bambini: decidere una direzione e seguirla, superando ogni ostacolo, per esempio entrando dalla finestra in un appartamento ed uscendo dalla porta, che si apre sulla parete opposta. Caro Jodo…
Comunque… Questa mattina ho ripensato alla mia impresa (non nel ramo apparati digerenti, ma estesa a parti anatomiche in generale), perché ho letto che il 40% dei polmoni trapiantati arrivano da fumatori o ex fumatori. Quindi le mirabolanti statistiche trilussiane rivelano una bassa sopravvivenza al trapianto, in seguito all’utilizzo di polmoni “usurati”.
Inoltre, questo fatto ha ingenerato questioni legali non da poco, perché “l’ente trapiantatore” non ha certificato lo stato di buona salute del donatore, impedendo così il possibile rifiuto del ricevente, ad accogliere dei polmoni da fumatore.
Qui entra in ballo la mia impresa di intermediazione anatomica: una fitta rete di “acquirenti porta a porta” cercherà possibili donatori, facendo sottoscrivere un contratto-capestro, per il quale – qualora il donatore, dopo la sottoscrizione, iniziasse a fumare, oppure a concedersi altre immorali e insane abitudini  – per supremo responso d’un banale esame clinico, bloccherebbe  il pagamento pattuito agli eredi.
Altra opzione, molto democratica ed elegante, che sposa rigore ad utilitarismo: donare subito. Donare tutto, donare sé stessi e immolarsi per questo civile e nobile modello di società, in cui, se un giovane dovesse avere una buona idea imprenditoriale, nessuno (e dico nessuno) dovrebbe impedirgli il densificarsi d’un sogno.

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L’hanno castrato male

Ricordo bene che guardai il mio amico con un certo sussiego, quando giustificò il comportamento del suo gatto con l’affermazione: “L’hanno castrato male…”.
Già, perché quel gatto, malgrado sfornito da tempo di zebedei, con la calda stagione, insisteva pervicacemente a miagolar sofferenza, se rinchiuso in casa, ad ogni lancinante mugolio di qualche gatta.
A nulla valse il mio tentativo di spiegare che i caratteri sessuali secondari bla bla bla bla… E che, qualora fossero intervenuti tardi a potar la pianticella, Farinelli non avrebbe incontrato grande fortuna.
E’ meraviglioso, questo luogo comune, il “l’hanno castrato male…”; in che senso? Come? Lasciando inavvertitamente qualche cellula dei testicoli? Oppure facendolo distrattamente, fumando una sigaretta? Una canna? Sciorinando logore battute a sfondo sessuale? Con una mano in tasca? Io proprio non capisco quel “male”, anche perché una castrazione eseguita male mi rimanda unicamente alla morte dell’innocente micio.
Tempo dopo, una donna corpulenta e annoiata catturò e fece castrare il mio gatto, quando l’ignaro felino contava già sette anni… Come castrare Farinelli intorno ai cinquanta… grossomodo!
Lo fecero “male”, appunto, perché tornò sanguinante dallo scroto, ma sopravvisse.
Lo fecero “male”, forse aveva ragione il mio amico, perché ieri – al primo accenno di calore delle gatte – il miciastro è sparito dopo cena, trascorrendo la notte fuori, come ai tempi gloriosi della fertilità.
Lo fecero “male”, è vero. “Male”, come tutte le cose realizzate fuori tempo.

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Scientificamente parlando…

Sotto la superficie di quella che, comunemente, viene definita “scienza”, scorrono ed operano diverse forze.
C’è un surriscaldamento causato dal lavorio di “tutti i neuroni del mondo”, quindi esistono correnti magmatiche e fluide. Questo “furore bruciante”, di fatto, viene prodotto anche da una sorta di fiamma che non brucia, uno stomaco con vaga eco alchemica e spagyrica.
E’, ovviamente, lo stomaco della scienza, che smonta gli eventi e li rende assimilabili e digeribili, li trasforma. Cè poi la peristalsi, che  segue la digestione di cui sopra.  I miei sono solo esempi rozzi, metafore banali, dettate anche dalla fretta… 
E’ però tutto bello, questo, è meraviglioso insomma, da “OhWow!” all’americana.
Ci sono però dinamiche e forze che nulla hanno a che vedere con questa meraviglia; sono forze di tipo “sociale”.
Di queste, quella perniciosa è identificabile nella forza del “rispetto reciproco”. Questa forza non sottende (come si potrebbe pensare) due punti della superficie che siano in fase di sviluppo, oggetto di dibattito, ma due punti già consolidati, accettati.
La forza sociale del “rispetto reciproco” fa sì che, per una realtà dimostrata scientificamente (con tanto di pubblicazioni e bla bla bla) un esponente di questo mondo non prenda audaci decisioni dettate dalla propria esperienza,intuito, intelligenza, osservazione, in quanto in contrasto con l’ordine costituito, col triplo effetto del rispetto delle idee altrui e del proprio deretano (non si rischia), a discapito del prossimo e della verità (terzo effetto).
Siccome, purtroppamente, non sono troppo ignorante (un poco, ma non troppo) e neppure troppo insipiente (un poco, ma non troppo), ergo, questi signori, per quanto mi riguarda, se ne potrebbero anche andare a*******o.
Cioè, comprendo le conseguenze delle forse sociali, ma comunque se ne potrebbero anche andare a*******o. Non mi avrete mai… Ecco…

P.S.: l’immagine non c’entra nulla, ma è bella.

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