Tre poesie per mia madre – II

Alle cave roventi
(fossili d’ammoniti
scalpellavi e di felci)
a volte la montagna
cedeva i pezzi ameni;
l’uovo di pietra, ancora,
è schivo, come offeso,
è tumido all’ombra
del faggio, riposa.

Non mi comprasti
mai l’azzurre gemme
e nemmeno l’ippocampo,
eppure m’inzuccavo
ai carretti del porto:
lì vendono i turchesi
e l’odore dei cesti
– dei cavallucci secchi –
è l’arido mare.

Lo dici avvolto d’oblio,
ma quel dirigibile
– tremulo e grigio,
deduco impercetto –
vacuo sostava
intorno a Natale,
d’istanti pochi,
appeso al niente,
davanti al balcone, silente.  Continua a leggere Tre poesie per mia madre – II

Olimpi

[fonte]

Quando il giorno dilata
il chiarore, sbrigliato,
insozza il pisolare astruso,
l’enigma buio che divide
dunque il tempo umano,
ma torna la somma, sempre,
dell’ore sprofondate,
incoscienti, afflitti
dall’amaro che monta
– anche ai mari del Nord,
lì, straniti nell’attesa –
poiché la notte tarda.
Alfine tutto riguarda
le forze che i greci
in dodici contavano,
pensando gli Olimpi;
e pure nella tregua
dei loro bisticci,
nell’ambiguo dei poli,
la conta della vita
vissuta non varia.

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Ul demoni

Lur cantaven
i soeu Rosarii
e i Requiescanti,
arent i mort,
cunt un latino
tutt pastrugnà.
Inscì scampaven
anca cent agn,
perché ul Signur
cugnuss tusscoss,
ma el capiss no
quel gibilé
e ul soeu incuntrari,
che l’è ul demoni,
el golza no
de faa casott;
el sacramenta
cunt ul prevost,
che l’ha studià
e l’è bel ciciott.

Traduzione:

Cantavano
i loro Rosari
e i Resquiescant,
vicino ai morti,
con un latino
tutto pasticciato.
Così scampavano
anche cent’anni,
perché il Signore
conosce tutto,
ma non capisce
quella confusione
e il suo contrario,
che è il demonio,
non osa
fare casino;
bestemmia
con il parroco,
che ha studiato
ed è bello grasso.

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