Dell’Albe

I.
Dona l’alba il ristoro,
il percepirsi freschi,
i vigori svegliati,
soltanto se inverte
prima gli scambi noti
gassosi e ribalta
il segno delle acque nostre, rosse.
Così, in deste mattine,
ma lente, ovattate,
a guisa si risorge
delle statue rinate
dal caos dell’argille.

II.
Arruffano uccelli, quel minuto,
piume, l’arricciano colti
da gelida lena, cresce
nel nugolo fitto sopra
la ceiba, gonfia, il trillo.
È l’alba assai diversa, ti schiaffeggia,
ai tropici è colla,
io mormoro, poco,
cupo mi specchio. 

III.
Al nord non t’appartiene;
è filo giallo, pallido, si curva
se posi l’occhio sgombro
d’isolotti e croste
– strani picchi paiono
franati appena a mare –
ma restano remote
albe, omaggi d’altri
dei mondi tramontati.

VII

Da “qualcosa” che sta prendendo forma, forse.

VII.

La sapevo foriera di morte,
la sola presenza del corvo;
Jung indicava lo stormo,
tetro latore, roco sgranchire
l’ali, in cerchio gracchiando,
ma tu lo vedesti  affamato,
planare sull’erba, rapace,
rapire il pulcino al germano,
l’ultimo, in coda, nel prato.

A R.N.

Dicono, madri, i figli
vostri sbrigliati nel tempo,
nei colori vanno all’abbuiare.
Tutto gli è dato,
salvo il rimedio
estorto da Mida,
braccato Sileno;
nulla è proibito ed ignare
donate all’ultimo il nero.

Matisse

È proprio del cupo, è della notte,
fra le traviste palme,
di yucca le ampolle,
I verdi sempre della
costa, che m’abbaglio
mi ignori Lachesi
e fine non computi
al germe, solo dischiuso, dell’Alfa.
Tu persino, amico, mi presenti
dell’unicamente nato al pari,
ma pure lo furono i sepolti
ch’ora s’accalcano sopra
i muri che ombreggiano Matisse.