Poesie marine – III

E’ una serie di poesie scritte ispirandomi alle foto di Giovanni Cecchinato (le trovate qui: Costa Adriatica Nord – Liquido confine).

III.

S’ergono i bastioni
e nemmeno possiamo,
nel senso letterale,
paventare il nemico.
La duna artificiale,
ricoperta dai teli,
difende le spiagge
dal padre, e costui,
che inghiotte come Crono
i figli minacciosi,
dalle creme solari difende
il potere stabilito.

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Poesie marine – II

E’ una serie di poesie scritte ispirandomi alle foto di Giovanni Cecchinato (le trovate qui: Costa Adriatica Nord – Liquido confine).

II.

Le procelle invernali
(orfane del gioco estivo
di travolgere e succhiare  
al largo gl’uomini e le navi)
a svellere s’appagano
le strutture dei lidi.

Vano il patteggiare

dell’uomo col mare;
ogni cosa sulla costa
traballa, tentenna,
s’aggiusta e dunque,
rinforzata, trema.

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I galli combattenti

 

I galli combattenti
sono fiamme convulse:
balzano increstati,
scomposti si cavano
i bulbi, nelle terre
tue (laggiù, d’eccessi)
si scannano, incitati.

***

Il bollore sanguigno
vivente lo domano
le piogge di mesi:
stremano gli angeli,
alvei nuovi scavano
piste come ferite
da taglio sui costoni.

***

Al tuo defilare
– è di palpito caldo
sintesi e d’algore – 
si fiuta frullo d’ali, 
di gabbie clangore,
riscatto e nemesi,
degli aperti eremi
l’impensabili vette e burroni.

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Poesie marine

E’ una serie di poesie scritte ispirandomi alle foto di Giovanni Cecchinato (le trovate qui: Costa Adriatica Nord – Liquido confine).

I.

Quando caccia il mare

la peluria di bruma,
e carezza le sabbie
svogliato di mattina, 
c’intenerisce e dondola,
con sciacquii di respiro
assonnato, cullato,
e s’inclinano appena 
i gusci di telline, i radi 
ciottoli che piano,
nell’impasto della spiaggia,
producono la sabbia. 

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Europa

 

Sui monoteisti tutti,
vegliano Dèi rigorosi
(li si dice indifferenti):  
nemmai ch’essi vìolino
i murati confini
del libero arbitrio.
 
Giansenio intuì
la presenza d’arcano
e muto algoritmo
– concede la grazia e fortune –
ma l’inconosciuto
conto s’annida
laddove obbediente
l’uccise la peste.
 
C’è chi tenta l’Europa
e pinge la prua
con l’occhio apotropaico,
stringe forte la Mano di Alo,
supplica i cinque
libri o pilastri,
scolpisce i quattro
cerchi concentrici greci,
e ignora che il male
respinto non è
l’intento dell’uomo.
 

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Autunno lecchese

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA
La mia casa è umida;
poco è chiaro perché

l’acqua non leghi alle stagioni,
onora nessun rito
rugiade e galaverne,
nei borghi che siamo,
paeselli coricati, brevi,
luoghi, lungo il fiume,
minori manzoniani.

I batraci che cantano
alla pozza d’estate,
si credevano impasto
di forma e di fanghi
e d’altri sedimenti
dei frequentissimi avi,
morire per cui, soltanto
risponde all’affondare,
il quiescere nel freddo
si distingue dal risveglio.

Il salce gigantesco,
– all’occhio tuo digiuno,
agguaglia l’eucalipto –
oltre lo stagno è nudo
e troppo dista il fiume;
ripiegò assetato il seme
piuttosto ai fontanili.
Febbrifugo, le polveri
bevo io, ch’entrambi siamo 
ai mali dell’umido inclini.

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Leibniz

 

Tu l’affermi, o l’hai sognato,
persuaso che la rada
di Lisbona fu creata,
per annegarvi il cuore
d’anabattista buono,
colui che trasse d’impacci
Candido e che il giorno
e l’ora stabilita nel migliore
dei mondi scivolò
nel mare sbattuto
da scritta ecatombe,
che lui non cerca
come un medico il male,

ma l’incontra necessario.

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Aratri

 

Al morire dell’estate,
n
el campo sonnolento
– fa d’oppio la maggese –
che s’apre dietro casa,
spaesata e buffa posa,
dei duttili gabbiani,
un’avanguardia nuova.

Ignuno fiutò mari,
ma lezzi di concimi
dell’agro e lordure;
saggiano temperie
nei luoghi e piantano
forse gli avamposti,
sogni di crassi prati,
precorsi dall’autunno
e infranti dagl’aratri.