Europa

 

Sui monoteisti tutti,
vegliano Dèi rigorosi
(li si dice indifferenti):  
nemmai ch’essi vìolino
i murati confini
del libero arbitrio.
 
Giansenio intuì
la presenza d’arcano
e muto algoritmo
– concede la grazia e fortune –
ma l’inconosciuto
conto s’annida
laddove obbediente
l’uccise la peste.
 
C’è chi tenta l’Europa
e pinge la prua
con l’occhio apotropaico,
stringe forte la Mano di Alo,
supplica i cinque
libri o pilastri,
scolpisce i quattro
cerchi concentrici greci,
e ignora che il male
respinto non è
l’intento dell’uomo.
 

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Autunno lecchese

 

FOTOGRAFIA © DANIELE RIVA
La mia casa è umida;
poco è chiaro perché

l’acqua non leghi alle stagioni,
onora nessun rito
rugiade e galaverne,
nei borghi che siamo,
paeselli coricati, brevi,
luoghi, lungo il fiume,
minori manzoniani.

I batraci che cantano
alla pozza d’estate,
si credevano impasto
di forma e di fanghi
e d’altri sedimenti
dei frequentissimi avi,
morire per cui, soltanto
risponde all’affondare,
il quiescere nel freddo
si distingue dal risveglio.

Il salce gigantesco,
– all’occhio tuo digiuno,
agguaglia l’eucalipto –
oltre lo stagno è nudo
e troppo dista il fiume;
ripiegò assetato il seme
piuttosto ai fontanili.
Febbrifugo, le polveri
bevo io, ch’entrambi siamo 
ai mali dell’umido inclini.

12/2018: la poesia è fra le sei finaliste del Premio Zeno.
Le motivazioni della giuria, che ringrazio di cuore:

Il paesaggio autunnale è dipinto con un’acutezza e un gusto del dettaglio che fanno pensare a un quadro fiammingo del Quattro o Cinquecento. La lingua si pone in controtendenza con qualunque forma di novecentismo: colta e ricercata fino a rischiare l’involuto, puntuta, antimoderna, richiama certi grandi e isolati virtuosi della nostra letteratura ottocentesca, come Carlo Dossi o Igino Ugo Tarchetti. (Sergio Pasquandrea)

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