Transumanza

Scendendo le alture
s’incrociò le vacche
transumanti e ligie,
che nei climi amalgamati
nobili ancora nutrono

ideali di stagione,

intuiscono la dritta,
battono le trame,
annusano tutti
i ramicelli evolutivi,

che fondano il piglio
anche del mandriano

immite e questi sferza
pure l’ultimo, il piccolo
che si volge al padrone,
il vitello, che non sia d’oro.

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Epiloghi

 

L’epilogo di “Une Vie”
ci disvelò lampante
l’ovvio equilibrio
dei bilanci, dei calcoli
comodi i chiari sensi
medianti e lo leggemmo,
primo, all’abitudine
d’anticipare le fosse
adusi e impenitenti.
“Anche lo stagno
puro è limaccioso!”
osservi e ciò pacifica
il romanzo d’ogni risma,
l’appendice di Gil Blas,
il paradosso per cui
“è finita la morte”,
si disse Ivan Il’ič,
la parabola del quale
imboccammo a tutto
malgrado dal trapasso.

In memoria di C. F.

Con flemma e ovunque,
fumavi dentro i bagni
dell’Istituto e scappati
dalla scuola, o al treno
diretti in città e laggiù,
dove scarna si allestiva
la tragedia dell’Alfieri,
contraemmo il diavolo
sopra il marciapiedi;
al formicolare pensoso
del corso milanese
giocammo a scansare
i passanti a cui sbattevi
in faccia il ghigno e lo spinello,
nel mentre Filippo roso
dall’odio accusava il figlio
d’apprezzare i fiamminghi.
Poi, fratello adorato
e dissolto s’abbatté
il maglio spaventoso
della tua non esistenza;
cogl’anni sopportammo
il vederti discreto e trasparente
abitare il tempo dei luoghi
familiari, che balzella
fosforescente al ritmo
allegro della memoria.
Traslucido rivieni,
fuggevole nel lampo
ti stagli dinnanzi al tuo
perpetuo stato e decadi,
mentre noi diveniamo
ancora e ancora, sempre
tu d’allora permani.

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