Tarkovskij

[fonte
A ristorarci nella Piazza
delle Sorgenti gustammo
vino rosso e pici,
e meglio avremmo fatto
credo ad emulare
non le penitenze
di Santa Caterina
ma il respiro suo,
l’assimilare il genio
delle Naiadi che spande
il fumo vaporoso e guaritore;
immobili e cotti,
nella piscina rispettosi
del voto al matto di Gorčakov.

Perdix


Perdix

Lo sconvenevole frullio

della pernice in volo

un flato richiama,

tanto ch’ella preferisce

un pudico e presto

sciolto zampettare,

a compatir di Perdix

la vertigine in caduta,

dall’Acropoli gettato.

*

La Dea benevolmente

in pernice il ragazzo

mutò prìma dello schianto;

fatta la ruota del vasaio,

il cesello, la sega, osservando

la lisca di pesce ed il compasso,

nello zio architetto

accese cieco l’astio.

*

L’orrore uguale

fu iscritto nel nume,

la nemesi Dedalo attese.

Ressero da Creta in volo,

uccelli artigiani,

alla giusta distanza

dall’astro e dal mare,

ma improvvido Icaro

levò verso il sole:

la cera s’ammolla,

si spiumano braccia,

frusciano sibili

gli scheletri d’ali,

fischiano invano

i gesti le stecche,

smaniano il suolo i piedi,

che l’aria tagliano ancora,

si tronca il respiro,

si spappola il cuore,

precipita il giovane,

si scioglie nel mito e nel sale.

Merli

 

[foto di Edmondo Rizzo]

 

Pugna mia madre
contro i merli l’inverno
e leggo che Aristotele
li vide al gelo strepitare,
modulare il fischio,
a spezzar pensieri
nel peripato intimo
e da noi, dice che raspano
dai vasi il terriccio e lordano
frugando nel freddo patìo,
intorno al faggio nano.
Sono tronfi nel giardino,
quando sbatte la tovaglia,
lo dispone la natura
per le bestie e guardingo,
dall’acero il pettirosso sospira
al suo cospetto primavera.

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Melme

Lo spirito apollineo
alita fino alle foglie morte,
alle muffe melmose,
che i soffici tappeti
delle foreste disciolgono,
le cui propaggini
i labirinti perlustrano
fiutato l’avena
e quando cadde il Sileno,
braccato da Mida,
anche alle melme
policefale ansante
annunciò che tutto
fu perduto nascendo.

Papillifera

 

Il ratto delle papillifera
perpetrammo ai muri antichi,
li bacava la cedracca
nei viottoli scoscesi,
ch’io correva superati
giovane saltando
profondi gli scalini,
risalendo la Via Annoni.
S’ambientarono cogl’anni
alla roccia del mio viale
e quando Alvaro poi s’appese,
in colonia organizzate
divorarono i bei fiori;
così poggiammo
il futuro sui veleni,
sul ricordo lagrimoso
della malìa di lumachine,
appartate nei bastioni.