A Luciana (sonetto felino)

[foto di Luciana Coniglio]
Un divertissement, dedicato ad un’amica, Luciana Coniglio

Quando stirasi lungo alla stele,
ché scioperata, oh esausta Diana,
fresco il geco dorme nella tana,
non v’è umano giudizio che teme.
Forte di parenti lontani poltroni,
all’acacia carnefici inerti,
tuttavia del pasto  son certi,
ché la femmina nutre i leoni.
Così s’alza al rumore di latta,
scatolette che gli suda Luciana,
cucinate gazzelle in tal fatta.
Poscia torna svogliato a poltrire,
che delle ore ne dorme diciotto,
per diciassette potrebbe morire.

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Fortezza Bastiani

M’ossessiona l’ossimoro
dei mondi agnelli sudici;
in un bivacco di cartone
in sala da pranzo belano.
Smaniano le lorde madri,
le ciniche sotto i ronchi,
lontane, lutulente brucano
e quale amenità che portino
pomposi nomi biblici,
Mosè, Isacco e Aronne,
lambiccati pecorai,
ma elementari e zotici.
***
Il filare di lauro ceraso
i pecorai sorvegliano,
perché non ombreggi
le fragole la siepe
e mortale non s’affacci
ad abbuiare il prato.
Tenace passa la ramata,
sboccia germogli, aizza
lucide foglie prospere,
grasse,  gli zuccheri
oltre il confine slanciano
le piante tarchiatèlle,
s’infuriano i pastori,
arrossano i rebbi, affilano
le falciòle e le ranze
di sambuco leggero vibrano.
***
Ombrati dai ronchi
a nord faticano
ad arginare i frassini,
radicando chiamano pionieri
castani e carpini, serpeggiano
nei prati le propaggini
della brughiera e mangiano
il fieno acerbo, evacuano
muschi e torbe succose.
A est vi è da rintuzzare
l’assalto del buio e del ceraso,
il faggio pendulo gigante,
l’acacia che ingravida e germoglia
gl’avamposti di là dei confini;
è fosco dei pastori il domani,
dalla loro Fortezza Bastiani.

Scollinare

Lo scollinare senza
soluzione affina
il fiuto al sempiterno
e nel gesto reiterato,
lo stordimento rotante
del derviscio, il mantra
nel chiedere del corpo
la sua grazia e nelle
rogazioni pei raccolti,
il battere del capo al muro, 
lo strattonare devoto
per la sottana la Vergine,
lì si spande l’olore
del Divino, ma chi siede
a mirare il valico
del mare che cola
per la curvatura,
incoccia lo sguardo
nell’angolo acuto del reale,
e vi s’infila se tace.

Nina

 

Per Nina il gatto
si votò psicopompo.
Raccolto a sfinge
la vegliò il siamese,
dimentico dei ratti
da straziare, dei lacerti,
dei merli pasciuti,
delle piccole serpi,
e il fiume di Plutone
a solcare la seguì:
dall’Oceano s’infratta
giù tristo nelle faglie,
s’oscura, borboglia sordi
brusii oleosi e le sponde cela,
procede la prora ornata
dalla polena sorniona,
beccheggia, taglia
il corso nero la vela.
 
***
 
Fu di maggio il ventisei,
credo a Spirito sbarcato,
Nina compagnammo
al colombario traversando
marmi longevi e conosciuti
di figli dei figli e dei drogati;
giunti ai quieti alveari,
le spoglie dimore
delle fredde pupe,
si fermò lo strascicare
delle scarpe sulle ghiaie,
i cipressi alle nenie
piangevano galbule.
A casa, frattanto,
il gatto era tornato:
code guizzanti e piccole
esplosioni piumate
sbocciavano nel prato.
 

Padre


S’andava d’estate,
col favore del rezzo,
allo scuro verso le rive
che avvistarono i Lidi;
s’impuntava mio padre,
a Erodoto conforme:
dalla terra d’Aracna,
lì scampati radicarono 
a figliare gli Etruschi,
che aggiogarono gl’Umbri.
***

Crebbi e disertai
quei viaggi notturni,
quand’ebbe mio padre
l’episodio d’emottisi.
Crollò la teoria
della migrazione,
le analisi d’ossa
sostennero Dionigi;
in essi non scorse
diafani ricordi d’epopee,
né stinte tradizioni
e li scrisse nativi.

Tele


 [fonte]
Gli ecosistemi deserti,
che serbano equilibrio,
morti,  loro condona
un sobrio divenire
la pena ch’è dei giusti,
scomparire, finché freme
il gioco degli opposti.
Nei luoghi grevi,
necessari e antropici,
trovi appresso armadi
tipici rigonfiamenti d’intrichi,
lidi in tele polverose,
trucchi impermanenti,
intime nebulose,
spenti lamenti e limbelli
di mosche dai giorni erose.