Sentieri

S’incidono i sentieri
a seguitar le peste,
le mulattiere lacerano
le selve e scalpicciano
cavalli e somière,
lungo i basalti
saldati a brecciolino.
Nella neve svaporano
i passi o nel deserto,
per le creste mobili,
nudibranchi aridi,
avanzano stolidi,
tendono a più punti
nei giorni senza un fine;
lì serve riandare,
come gli scarabei,
a lume di stelle
ritrovano il covo.


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Formica di fuoco

Vedi le formiche di fuoco,
paventando le piogge
guadagnano l’altura
della quercia
o del cedro rosso.
Onde superare
l’alluvione intrecciate
in fibra s’aggrovigliano
e la zattera intessono
a custodia di regine,
di larve, fattesi olio
si narra di vitelli
cui la gola straripa
d’un esercito colato
nel muso a spolpare,
e peggio queste forse,
o parenti loro chiusero
il libro dei Buendia. 


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Pianure

Sogliono certuni
detestare la pianura
e la retta sua statica
tensione abbonacciata,
eppure il bifolco, solo,
come il lupo di mare
ne avvista lontano
l’incresparsi delle spighe.
Tu pure assimilavi
pianura a semi-pianura e collina,
così affermavi ad onta
del saper di geologia,
a significar d’aborrire
anzi il declivio, l’erta
inconcepibile, che scema
e fonde nelle tavole
d’erba medica e poi grano,
nel soverchio paglierino
che vivifica la luce
cobalto dei nubifragi. 

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Paris

Nel girandolare au Marché,
non s’è mai scioperati;
con dovizia rovistammo
fra le foto della Francia
liberata e ritoccate
con le tinte innaturali:
auto scevre d’ogni sfumature,
a sancire lo schierarsi
persino degli ombrelli
dentro i luoghi balneari.
Nel mercato che fu
degl’orfani rossi,
e San Paolo testimonio
il rosso lo pose
remotissimo a confine
di cristiana carità,
olezzavano i creoli
boudin e le crocchette
di patate giapponesi.
Poi che cerchi?
Dove frughi passate
le gravi meraviglie
dei musei ed incontri
orde di ratti sulle sponde,
gli epigoni franchi
dei topi impagliati
nelle trappole d’Aurouze?

A R.N.


Ti figuro quando
esplose la banca
e contavo sei mesi:
nel tinello sgomenta,
il cane a guaire attenzione,
dove nonna appestava
d’aria cotta e zucchine,
perlustrava la tamia
fino in forno e sentivi
del pane i sacchetti frusciare,
rammento il tavolaccio
su cui mi coricavo
per seguire i caroselli;
avevi i gomiti tremanti
lì poggiati a vomitare
sulla fòrmica il cuore.


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