Stramonium

Qui ci s’attarda
all’abaco, al computo,
ad ogni tramonto che
assomma tutto a sé.
Vedi, come s’involge
la canna di gomma,
è verde al buiare,
si levano sciami dalle
prose verdeggianti,
cacciano a sera,
che vivono questi
da qualche ora prima
– l’indomani è per loro? –
poi tende le campanule
lo stramonio, l’acquoso
ed il mortale sonno
degli avi profuma.

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Due poesie sull’ebbrezza

I.
Alla crapula inclini
degli straviza disse
i russi Marco Polo;
le dame rubizze
dal calore e dall’ebbrezza,
segno non davano,
rotonde di cervogia,
d’alzarsi per pisciare
e per pagar la sbornia
lasciavano ceduti
allora i propri figli
in pegno graziando
i sozzi mariti. (1)
II.
Passò anche la provincia
d’Oscurità chiamata,
oggi è la Siberia
e non ci scrisse Polo,  
che a guisa delle renne
del fungo l’orina
propria si beveva,
o dei compari per godere
dell’agarico muscario 
lo scarto e rinvenire
al volgo l’ebbrezza
e allo sciamano. (2)
(1)   Marco Polo, Il Milione, cap. CCXX
(2)   The fly-agaric among the Chukchi (W. G. Bogoraz)

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Folaghe

Anche pativano le folaghe
d’essere canoniche
nei giorni di magro
(le racconta l’Artusi,
a migliaia in un giorno
nei pressi di Pisa,
dibattersi vinte nel lago,
con carni modeste
ma beffarda abbondanza)
e tramontati gli scempi
le scovo alla banchina,
dove muore la corrente
anelando il riposo e la mollìca,
a rallegrare i posteri
di nemico lignaggio.

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Trittico di Madeira



I.

L’Atlantico schiuma
indomo e travedo
l’irrito scuotersi
del ciclope accecato,
ma grano a grano
lo conosco capace,
di sfaldare nell’era
Madeira e gli scogli puntuti,
che squarciano l’onde
e tritano scafi.
II.
Rena farà, sedimentario
mondo neonato
attecchito, miscela
di rocche marine
e dei balenieri
l’osservatorio,
con le polveri loro,
gl’ignifughi sali,
di lapas i gusci,
e l’intera Avenida Do Mar.
III.
Di Perseo non v’è gesta
ora e donatemi numi
della Gorgone il capo
mozzo che fece i massici
ed anche il corallo,
nuovi monti impietrisce
e sutura la terra percorsa
dai creoli cotti,  
nel far caldarroste
sul mare a Funchal.


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Piombo

Ho serrato gli scuri,
alfine t’immergi
nel sonno a casa mia
e neppure il vociare
ostinato e lontano,
che miseri godiamo
delle piccole cose,
odo più come il ricordo
delle lunghe e distratte
notti d’ambage,
ma sibilano ancora
fuori di piombo
i dardi di Cupido
e domattina,
o in sogno neppure,
tu non t’affacciare.

Mostro con piacere questa poesia, non perché la ritenga un capolavoro, ma in quanto sono riuscito a terminarla e la prima stesura risale a 13 anni fa.

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