Vienna

Quando Giulio Cesare
interrogò la sorte,
non l’erme dall’iride cavato,
o il mutilo e fisso simulacro,
né i mosaici lerciati
dall’orina dei cani,
che ancora ne svelle
una tessera ad una,
o i miti defluiti
con uno scroscio
nei racconti scordati
(non si contan gl’immortali
affogati nella pioggia),
non si distrasse alcuno
dalle memorie sue,
a fermare l’Armata
Rossa su Vienna.

Necessità


L’ammiccare dei simili
è un accidente logico,
perciò  in queste vane
province piovose
s’incocciano sguardi,
s’accoppiano elementi
e smottano versanti
interi di terrazzi acclivi,
delle conche fradicie.
Sono franamenti pregni,
soltanto schiocchiano
le radici strappate,
impassibili si spalmano
per necessità i pendii
sulle piane a riposo.


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Intenti


I cascinali diruti,
sono stagliati
fossili denti,
che allignano
piantati nei colli.
All’interno si perlustra
sotto i tetti sfondati,
si scavalcano le travi
acquose cadute coi coppi,
antri di salamandre ora,
dal giallo e l’arancione
che bruciano per vero,
agognano nell’acqua
la dissoluzione
degli intenti, anzi
che della pietra.
E pure spaccasassi,
felci e parietarie,
che arredano incerte,
prosperano nell’ombre
vacue d’ingegno
per vegetare quiete,
ma in ciò si compiono
lungo vie codificate.

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