Una qualsiasi mattina

Una qualsiasi mattina, il nobile Ratteo Menzi, come di buona sua norma, si svegliò all’albeggiare. 
Galli cantavano di là della siepe, schiamazzavano nel borgo, cantavano di femmine e di combattimenti.
Ratteo fece tintinnar la campanella ed alla porta s’affacciò, celere ma soave, il domestico Draziano.
“Draziano, non è già in vigore la riforma Baudelaire?”, domandò Ratteo.
Draziano fissò la solita piastrella sbeccata, sulla quale poggiava un piede del letto, quello prossimo alla porta.
Il povero Draziano sbatté le palpebre, imprimendo un lieve movimento alla chioma appena scarmigliata.
“Dé! Gran Dio!”, lo sollecitò l’incontenibile Ratteo, padrone suo. 
“No-non rammento, Ratteo…”, rispose Draziano balbettando ed accennando ad un inchino fuori luogo.
“La riforma Baudelaire”, lo incalzò Ratteo, già vispo come una donnola e facendogli il gesto di tirarsi su, “dispone che i galli crudi razzolino solo nelle campagne!”.
“Ah, si! Entra in vigore lunedì prossimo!”, ricordò Draziano rilassandosi finalmente in un inchino, per poi uscire, sgambettando verso le cucine, per dare ordine d’approntar la colazione.
Ratteo s’alzò e, immantinente, una fitta rodende si diramò dall’ombelico verso sinistra, scendendo lungo gl’intestini.
Lesto puntò la stanza da bagno, a passi brevi e fitti fitti, contraendo le natiche, ma lo sforzo nulla poté: anche quella mattina si riformò addosso.

  
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La leva del freno

 [fonte]
Fu una lauta cena: deliziosa faraona al porto, seguita o intervallata (ci fu tale libertà) da rollé di coniglio lardellato e uva bianca.
Di contorno gustose patate arrosto tagliate a dischetti: una cottura perfetta. 
Il formaggio (da me portato) fu un divino pecorino con tartufo.
Apparve infine la torta di compleanno, immancabile, non dopo aver spento tutte le luci di casa.
Una perfetta, nella sua semplicità, tiepida torta di mele, accompagnata da un eccellente gelato al fior di latte.
Dal centro geometrico della torta s’ergeva, in luogo di decine di candeline, un piccolo e variopinto candelotto alto una spanna (ricordava il bastone internazionale dei barbieri); un fuoco pirotecnico la cui fiamma, d’un biancore immacolato, sprizzava eccitata, liberando un fruscìo elettrico.
Il festeggiato fece mostra della sua condizione da ex fumatore e soffiò sul candelotto, per zittirlo.
La figlia scattò alcune foto, per immortalare il momento, ed il risultato fu curioso.
Questa fiamma artificiale, incrociando il getto d’aria espirato, rivelava la sua progettazione innaturale, cambiando direzione ad angolo retto, oppure interrompendosi e procedendo ad impulsi, generando segnali di luce di gusto marinàro. 
Ero l’unico invitato; il festeggiato, alla domanda della moglie, su cosa desiderasse avere in regalo, rispose “Carlo”.
Quella veste da regalo era inconsueta, ma la provai ed oggi posso dirla privilegiata; non comprende abusi di nessun tipo, né sessuali, né vagamente ludici, nessun impegno se non l’abbuffarsi in un ambiente intimo, con squisite cibarie ed un vino francese superbo. Per converso, l’incarnare un regalo, unicamente c’investe dell’onore d’essere considerati motivo di gioia e oggetto di ricordo (“Ricordo quel compleanno, quando mi regalarono te!” mi disse sospirando anni dopo; i suoi occhi scintillavano, puntando verso un apparente nulla).
Ciò nonostante, mentre il mio caro amico commosso abbracciava i due figli, distribuendo baci schioccanti, e la figura della moglie si stagliava nella penombra dietro di loro cingendoli tutti con braccia da madre (saggiava il gioioso quadretto con un sorriso grato e lasciava trapelare il suo plauso all’Altissimo, poiché “Si! E’ perfetto, tutto perfetto!”), il momento di felicità suscitò in me un pensiero tragico; un cupo finalismo intorpidì le mie acque.
Madre Natura, fredda ed assassina, spietata m’alitò sul collo; in un momento inopportuno mi rammentò il suo ingrato adoperarsi.
“Povero amico caro…”, pensai.
Ritornai alle nostre meste serate durante il servizio militare; lui guidava tenendo fra le gambe una bottiglia di Caldaro, ormai vuota; s’andava tristi e bolsi per la via che s’incunea tutt’oggi fra due caserme.
Ad entrambi i lati, alte mura e garitte che ingabbiavano stanchi e infreddoliti militari, mentre perdevano i loro giorni; le nubi dei loro respiri erano calde di vita e di grappe.
Fin d’allora e prima ancora (ché già le idee si deteriorano, anche per chi ne rifiuta l’esistenza) ci stavamo consumando, ma non di buon Caldaro e neppure di tisi o fulminante difterite, ma per silenzioso ed omicida intento della Natura, e punto!
Quel costante fermentare e ribollire, sotto la nostra pelle, che produce?
La sera in cui incarnai il regalo, venticinque anni dopo, ancora si percorreva la medesima discesa, chi più rapido e chi meno. Tutti i presenti tentennavano sempre più nello svolgersi dei giorni ed anche l’incedere spensierato dei giovani seguiva la medesima via: un vicolo cieco.
Perciò mi rattristai, nel vederlo aggrappato, caduco, alle gioie lecite e volatili, intanto che neppure il dubbio primo lo sfiorava, quello cioè dell’esistenza di una leva del freno, da cercare ovunque in lui e persino fuori di lui. 
Se la determinazione della fede non ti si addice, almeno hai urlato disperato il tuo dissenso? Hai tentato, tu, il tentatore?
Hai frugato dietro gli armadi? Nel retro della casa? In quella zona nascosta dei giardini, che in genere accoglie cianfrusaglie, come vecchi copertoni e teli di serre, oppure in solaio? Sebben banale, questo è luogo elettivo per ciò che si ricerca, nonché luogo metafisico per antonomasia… Di ciò non stiamo trattando?
In cantina, hai guardato bene? Hai spostato lo scaffale zeppo di bottiglie, fra cui ben tre Château Yquem Grand Cru del 1983? Dimmi, l’hai fatto? Ovviamente –  in questo caso – spero tu abbia agito con con particolare attenzione… 
Ed è mai possibile, amico mio, pensavo, che chi ti ami non possieda questa leva? 
L’hai squartata, lei, scostando gl’intestini? Le hai strappato la colonna vertebrale impugnandola dall’atlante, tirandola con forza verso di te? Hai sentito l’assordante stridore delle ruote del treno bloccate, quando si straziano d’attrito?
Hai guardato nelle prelibatezze culinarie che lei cucina? In mezzo ai maccheroni,  nei monconi di pajata o nelle quaglie, nei loro ventri? Hai sondato con delicatezza nello stracotto, in fondo alla pignatta, nella scaturigine del gusto, prima d’ingurgitare distratto la sacra chiave del tabernacolo, lì celata dal destino? 
Hai chiesto singhiozzando ai figli tuoi, immensamente giovani, d’indicarti la via? 
Dimmi, amico mio: hai fatto tutto ciò?