La faraona

La Faraona, Numida meleagris, deliziosa da cotta, un po’ meno da cruda.

In un tempo ormai disciolto, per chissà quali arcane ragioni, ogni venerdì sera mi ritrovavo con circa altri venti dispersi, per una partitella di calcio; talvolta si era in sovrannumero e, immancabilmente, qualcuno si ergeva (senza l’investitura d’un suffragio) a capopopolo, indicando chi – di troppo – avrebbe dovuto seguire la disfida a bordo campo e, nelle sere di maggior ispirazione di questi leader popolari, imponendo tattiche e sostituzioni. Io non eccepivo nulla, il mio carattere permette al massimo d’implodere.
Il campo dell’oratorio di quella sub-frazione di paesucolo era di terra brulla; col tempo la carenza di vegetazione era stata colmata da camionate di ghiaia. S’adopera quel che c’è, in provincia.  
Per siffata e calcarea composizione, d’inverno il terreno di gioco si rapprendeva, s’induriva pericolosamente; le cadute avevano gravissime conseguenze sui giocatori e, non di rado, il gioco si interrompeva per correre tutti all’ospedale, nella speranza di poter assistere alla sutura di tremendi squarci o alla riduzione d’una frattura.
Gli avvenimenti della provincia, non lo si trascuri, possiedono un sapore perduto; talvolta il passato – senza preavvisi – allunga le mani sul presente e, nelle terre dei porci e dei trucioli, s’inscenano copioni gustosissimi.
Ricordo, ad esempio, che il mio amico M., una sera, arrivò di gran carriera, in lieve ritardo per l’inizio della partita, ma sventolando dal finestrino dell’auto un misterioso sacchetto bianco.
All’interno, grigio e venato, giaceva un cervello di maiale, che gustai fritto il giorno seguente.
In questo contesto storico, malgrado gl’infortuni e le frattaglie, la mia resistenza alla fatica andava migliorando di giorno in giorno, benché ne fossi ignaro, ricoprendo in campo un ruolo che – dai racconti di mio padre – pareva ispirato ad un certo Mario Corso, che sostava indolente nelle zone d’ombra del campo, per poi stupire l’Italia della domenica con guizzi inaspettati.
Fu così che, in una delle circa trentacinque pasquette vissute, quale fosse non ricordo, partecipai ad una corsa campestre, accompagnando la mia fidanzata e le sue nipoti, scoprendo d’avere quel che si chiama “fiato” e correndo ininterrottamente per qualche chilometro.
Non rammento neppure il sentimento preciso che m’investì, ma dubito fosse orgoglio, od un moto salutista; forse fu pura meraviglia, che di norma si prova di fronte al bello o all’impossibile.
Tornato a casa, dopo una rinfrescante doccia, mi coricai, in attesa dell’arrivo degli ospiti (fra cui la mia fidanzata), per il pranzo. 
Fu rialzandomi dal letto, di scatto, forse tradito dalla mia novella condizione da agreste olimpionico, che mi spaccai il cranio contro l’antina superiore destra del mobile, lasciata irresponsabilmente spalancata.
Mentre il sangue colava copiosamente sul viso, mi resi conto di non poter correre all’ospedale (malgrado la lesione), poiché mia madre, per pranzo, aveva previsto una delizioza faraona arrosto con la panna.
Sia stabilito, finalmente, che la cottura arrosto e con panna finale, dosando sapientemente aglio e rosmarino, e senza esagerare con pepe e sale, ricordando delle bacche di ginepro, ecco, tutto ciò non è – come si ama commentare – “la morte sua”.
No. E’ una seconda vita, sublime e sublimata dall’arte indiscussa di mia madre e dal suo tocco, che impone d’aggiungere spezie e condimenti dopo la rosolatura, rosolatura senza aggiunta di grassi alcuni, ma ottenuta col solo ausilio dei pennuti umori.
Ebbene, rimasi a pranzo, resistendo alle pressioni grette e anacronistiche dei presenti, i quali, di fronte al dolore, come spesso accade, avevano smarrito il lume, per via dell’anatomica visione d’un paio di centimetri della mia scatola cranica.
Terminato il godimento, satollo di faraona e di buon vino, lei mi convinse e, non divaghiamo, non c’è bisogno di spiegare chi fosse.
In effetti, ora lo riconosco, un lembo di cuoio capelluto si era risvoltato come un polsino e, presunzione della moderna medicina, in quei giorni lontani la sutura si raccontava d’obbligo.
Andammo quindi in quel mesto luogo, ben popolato anche di pasquetta, il cui puzzo asettico intossicava il dolce retrogusto del ginepro.
Io cercavo di discorrere con un tizio (che accompagnava il nipotino con sospetta distorsione della caviglia), unicamente allo scopo di malcelare il mio stato d’ebbrezza.
L’anziano interlocutore era della genìa degli eroi. Dichiarava e decantava le imprese sportive più svariate: dalla corsa alla nautica. 
Elencava con soffocante dovizia di particolari le ferite di cui si poteva fregiare, come fosse sopravvissuto alla grande guerra ed avesse una pallottola vagante per i condotti sanguigni.
Io saltai piè pari ampie parti della sua gloriosa giovinezza, troppo noiosa malgrado l’eco d’annunziana; mentre le sue imprese si fondevano in una nenia soffusa immaginavo che, una volta giunto il mio turno, i medici strabuzzassero gli occhi alla vista delle mignatte che s’affollavano intorno alla mia ferita; s’attorcigliavano una intorno all’altra, si torcevano umide e carnose per ingozzarsi di sublime nettare aromatico.
Il più anziano dei medici, dopo una decina di minuti d’evidente irrequietezza, per spiegarsi tale reazione delle sanguisughe, avrebbe intriso una garzina sterile, ripiegata, nell’apertura della mia testa.
L’avrebbe portata alle narici, si sarebbe soffermato per alcuni secondi.
Mentre l’acquosa lotta fra le mignatte s’occupava  di colmare il silenzio dell’ambulatorio, avrebbe leccato il campione, rigirandosi la lingua in bocca, passandola sul palato.
Avrebbe riposto la pinzetta e la garzina in un vassoio metallico e, guardando i presenti, avrebbe commentato: 
“Purtroppo ho fumato una sigaretta quindici minuti fa…”…
Avrebbe sospirato, come se tutto fosse ormai perduto,  per poi aggiungere:
“…ma potrei azzardare una faraona arrosto con panna e ginepro…”.