Cani e Gatti

Il 14 agosto, dopo un pantagruelico pranzo in un agriturismo  d’altura, si stava chiacchierando col mio amico Vanni ed i rispettivi genitori, quando si fermarono quattro passanti, per ottemperare al codice montano, che prevede inutili convenevoli.
Uno di loro, piuttosto âgée, manifestò immediatamente (a sproposito) la sua passione per il Duce e la sua fede fascista, senza lesinare continui saluti romani, dispensandoci racconti di fucilazioni di giovinetti intemperanti e illustrando la più lisa delle teorie di fantastoria; come sarebbe il mondo se il baffino avesse vinto la guerra, che, al vecchio pungeva, pare venne vinta dal baffone.
Tralasciando le visioni cupe dell’ultra-ottuagenario, la discussione s’incagliò intorno al rapporto fascisti-partigiani: mio padre sosteneva che – nella stalla di suo nonno, quando fuori infuriava la bufera di neve – si scaldavano e si rifocillavano insieme i tedeschi, i partigiani ed i fascisti.
Il vecchio ripeteva a macchinetta che, no, fascisti e partigiani non avrebbero mai potuto sedere allo stesso tavolo, neppure per fame. Sembrava accettare, invece, la comunella di soldati tedeschi e partigiani.
A me, onestamente, la verità propugnata dal vecchio pareva una colossale idiozia. La storia è piena di episodi che lo provano: per una donna scoppiano guerre infinite e per la fame le tregue sono quotidiane. Ammetto: la scuola dell’esistenza ha un indubbio peso, nel bagaglio delle esperienze. Ciò che si può ragionevolmente dubitare, è che una persona abbia gli strumenti critici per interpretare gli eventi e per raccontarli con onestà. In altre parole: per un gatto, l’amicizia con un cane può essere d’imbarazzo presso la comunità felina. Meglio sorvolare se non si possiede solida arte retorica, per dimostrare che la storia è sollecitata e deviata da fronti comuni, da masse che formano solide e immense unità, all’interno delle quali, gli uomini, le cellule, non possono essere identici negli intenti, come è nella natura delle cose: la somma non è solo un elenco di unità. 
Io cercai d’intervenire, ricordando al vecchio che Rigoni Stern, durante la ritirata di Russia (ci perì anche il padre di mio padre), accolto nelle isbe, per scaldarsi e per nutrirsi, spesso si trovò seduto ad un tavolo assieme ai soldati russi, per poi ripartire, tutti, ognuno verso il proprio disumano destino. 
Io, povero ingenuo, pensavo che lo sterminio testimoniato da Rigoni Stern non avesse un colore: fu il resoconto di un suicidio di massa, una carneficina il cui messaggio non ha nulla a che vedere con le divisioni politiche. Mi sbagliavo. Il vecchio non era incline alla lettura ed al ragionamento.
Comunque sia: ecco la vicenda che visse mio padre, a cinque anni, per cui della sicumera del vecchio ben poco m’importa.
Per sfuggire ai bombardamenti, si rifugiò dal nonno, sui monti del bresciano: a Ono San Pietro.
Sostiene mio padre, appunto, che la temperatura della stalla attirava esponenti di tutte le fazioni in guerra: deponevano le armi, entravano, si scaldavano e si rifocillavano, per poi andarsene a gruppi e ricominciare a massacrarsi. 
Devo aggiungere un particolare: la zia di mio padre ebbe un figlio con un fascista, che, a guerra finita venne arrestato, in quanto esponente della Banda Koch. La tensione, quindi, nella stalla del nonno Formentelli, colmava l’aria, già ammorbata dai polmoni di bestie, di umani e di umani bestiali. Si temeva continuamente un’uscita sbagliata, una parola di troppo che avrebbe scatenato una sparatoria. 
Una sera, la palla di mio padre finì nel grande camino della stalla; per recuperarla si aggrappò al calderone, nel quale sobbolliva perennemente il pastone per i maiali.
Il calderone gli si rovesciò addosso, procurandogli gravissime ustioni. Ancora oggi, passati sessantotto anni, il braccio destro per intero, il petto e mezzo braccio sinistro portano i segni di questa tragedia.
Venne immediatamente cosparso di olio, senza essere spogliato (assieme agli indumenti si sarebbe staccata anche la pelle) ed avvolto in pesanti coperte.
Partirono in quattro (mio padre racconta di fascisti e partigiani) che, dandosi il cambio nella neve alta, portarono a piedi mio padre fino a Capo di Ponte.
Lì si rivolsero al medico (del quale non rammento il nome), il quale caricò il gassogeno dell’automobile con legna secca, portando mio padre all’ospedale di Brescia.
La pelle, fusa nella posizione assunta al momento dell’ustione, venne tagliata immediatamente.
Fino all’età di diciassette anni, periodicamente, gli venne disteso il braccio destro (che rimaneva piegato) e ripiegato il sinistro, che giaceva perennemente disteso, per indurre la pelle a crescere correttamente e permettere il movimento degli arti.
All’ospedale di Brescia, nel quale soggiornò a lungo, una suorina gli s’avvicinava: “Mi dispiace piccolo, ma dobbiamo spaccare…”. Riponeva una bacinella sotto il gomito e, con un colpo secco, gli distendeva il braccio destro, aprendo uno squarcio nell’interno dell’articolazione del gomito. Poi ripeteva l’operazione al braccio sinistro, piegandolo.
Racconta mio padre di ricordarsi nitidamente due feriti gravissimi, giunti all’ospedale agonizzanti e morti poco dopo: uno con un buco in pancia. Non era una fucilata, si poteva vedere dall’altra parte, mancavano delle viscere. L’altro aveva perso parte del cranio.
Quand’ero bambino, mio padre mi spiegava di essersi procurato quel disastro combattendo nei Lanceri del Bengala. Pare che, alle ragazze, raccontasse di chissà quali battaglie, chissà dove combattute, riuscendo a dare ulteriore colore alla tragedia, di per sé già pulsante di rosso sangue, su sfondo verde acqua.
Mio padre ha vissuto tutto questo, ha giocato per anni con un tenente tedesco il quale (rischiando la fucilazione) lo faceva divertire mettendo la polvere da sparo sui binari, al passaggio del treno. Lo vide poi morire esangue dopo una coltellata.
Mio padre ha visto, ed ha capito che una cosa è l’uomo e altra è la storia, benché l’uno incida sull’altra e viceversa. Benché l’uomo crei la storia e questa, animata e ottusa come un Golem , possa tritare il suo creatore.

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Le bricole


Venezia immota,
ad onta dei canali,
par che scruti le sue calle
e non comprenda il brulicare;
scioperato agli Schiavoni,
mentre ferve la laguna,
La sbircio di sottecchi
e Lei si fa occhieggiare;
va verso San Giorgio,
stantuffa un vapore,
sporgono dall’acqua
le bricole, Sue dita:
“Che c’è da guardare?”…

   
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L’intossicato da Dio


L’intossicazione esiste, quale effetto tossico d’un agente qualsiasi, basterebbe sfocare all’estremo il proprio sguardo per immaginare nella primigenia fanghiglia da cui tutto prese forma (non me ne vogliano i creazionisti) una molecola neonata disfarsi all’incontro con altra combinazione di elementi, sua antagonista, e ancor prima (non in senso temporale) pensare ad un “quantum” alterato dall’azione di un suo pari.
Il tossico, per farla breve, è la nostra fine, non soltanto nel caso d’avvelenamento. Scampiamo alla fina da tossico soltanto nel caso di morte per traumi spaventosi e repentini; quelli che fulminano all’istante, quelli che, per citare Petrolini, ci fanno morire guariti (o sani).
L’avvelenamento è out. Di moderni ricordo il caso Litvinenko, che annaspò nel suo sudario, avvelenato da polonio 210; agente tossico, radioattivo e incontrastabile.
S’è citato il suggestivo defunto, per sospetti intorno alla dipartita di Berezovsky; tutti nel mondo, odoravo ciò, fremevano all’idea d’una morte per veleno, ma le notizie, poi, hanno indicato quale causa un suicidio per impiccagione; invero è ben più nobile di quello per premeditazione (“che stronca per eccesso di”), ma rimane lontano, per stile, dall’effetto del tossico, autoinferto o meno.
Null’altro s’è saputo in merito ad Arafat, per il quale la moglie insinuò analogo tossico tranello, ma segnalo che all’epoca della partenza del caro Yasser un quotidiano gratuito riportò i bisbiglii intorno alla morte per irradiazione satellitare. Fine importante, avveniristica, neppure Verne mi risulta che ci pensò: il contrario allora del nobile veleno. Per i compatrioti segnalo Sindona, il cui rocambolesco avvelenamento profumò di mandorla e d’impresa di altri tempi. Tutto ciò, lo sottolineo, a dispetto della tragedia. Evito di gironzolare nella storia e nella letteratura; bastano Socrate e la madama Bovary, per celebrare l’arte sublime del tossico.
Il ricorso al tossico è ormai desueto, per gli umani, ma non per me: io vedo chiaramente gli effetti della più subdola delle intossicazioni esistenti in Natura; essa è eterna: l’intossicazione “da Dio”.
Alcuni m’accusano di blasfemia, altri di vilipendio della religione, e io fatico a dare un ordine d’importanza alle due infamanti accuse, in quanto svuotate per me di senso.
Come tutte le intossicazioni, infatti, l’agente intossicante – di per sé – non ha colpa alcuna, per cui non comprendo come si possa perseguire il sottoscritto.
Il cianuro, dall’affabulatore aroma dolce, in sé non possiede cattiveria.
Il cadmio, l’elemento primo, in natura se ne sta impastato con lo zinco; è mattone, inoltre, della dorifora e dei veleni mortali di certe serpi, ma nessun proprio intento omicida lo spinge a nuocere all’essere vivente.
L’amanita phalloides, povera cara, sviluppa il suo ammirevole carpoforo nelle boscaglie; svolge quindi con zelo incondizionato il proprio ruolo di parassita e, in quanto parassita, null’altro ha da fare se non parassitare.
Orbene: quando la famigliola felice vien sterminata dall’amanita citata, per intossicazione che scioglie fegato e reni in poche ore, non vi è colpa nel fungo (a meno che qualcuno scorga immanente nell’esistenza una colpa).
Alla stessa stregua non mi si deve lapidare per aver concepito di descrivere l’intossicazione da Dio.
Per andare al nocciolo, e forse aver salva la vita, ribadisco che chi patisce l’intossicazione, e soltanto lui, ne paga doppiamente il fio.
La prima colpa è l’essersi intossicato, l’atto intossicante, l’incauto errore di raccogliere il fungo mortifero, di passeggiare sul Monte Amiata in prossimità dei fumi assassini, infatuato dai racconti popolari sulle pesanti nebbie tossiche. Esiste anche l’errore (esiste in quanto ente a sé)  di caricare ben bene la stufa, ma senza pulire la canna fumaria e così via…
La seconda colpa (di tipo squisitamente morale) è l’abbassare la guardia rispetto alla possibilità di lasciarsi intossicare.
La seconda colpa, in aggiunta, ha conseguenze gravissime, creando una valanga educativa e generazionale; ci si lamenta di alcune correnti politico-sociali, per esempio, che senza alcun dubbio hanno condizionato e ingrossato la sotto cultura già diffusa, ma pochi mea culpa risuonano, per non aver educato i propri figli a leggere fra le righe degli eventi (dei quali, sia detto una volta per tutte, gli scritti in bianco sono ben più importanti di quelli vergati con inchiostro nero).
L’intossicato da Dio, per spiegarmi prima d’essere raggiunto dalla polizia religiosa, è colui il quale fiuta lo Spirito a chilometri di distanza, come un pluripremiato segugio, e, a differenza dell’osannato cane, che fiuta per cercare, per mangiare, per possedere, per avere un premio rinforzante dal padrone, l’intossicato da Dio fiuta per collocare gli eventi, i concetti, le idee, nell’ascientifica categoria della Spiritualità e affini.
Per essere limpido, l’intossicato da Dio, non fosse per l’esistenza della televisione e del telefono cellulare, potrebbe negare l’esistenza dell’energia, in quanto contrassegnato – come lo Spirito – dall’attributo dell’invisibilità, ed è questo il caso dell’intossicato stolto, che ignora l’esistenza dell’universo matematico.
L’intossicato da Dio, ma istruito, lo si affermi chiaramente, non può considerare come possibile un evento che non sia riconducibile ad un modello matematico ben collaudato, anche se – fra questi intossicati – taluni ammettono che l’esistenza di un fenomeno,  o la non esistenza dello stesso, abbiano il medesimo valore di fronte al vuoto sperimentale (che, pare, sia una condizione meramente transitoria).
Questa casistica d’intossicazione, al pari delle altre, non ha un bersaglio principe; capita che le intossicazioni trovino un terreno favorevole, ma non per questo, delle stesse, si possono esaltare l’arguzia e la pretattica. Non si esalta, al pari, il granello di senape che cade nella terra umida e grassa, germogliando. Certo non alludo a volontà superne, poiché tali riferimenti, trattando della divina intossicazione, renderebbero insensato l’intero mio discorso.
Un seme cade in un luogo, oppure in altro, unicamente per combinazione d’infiniti calcoli fisici, e punto.
Rimanendo al seme, ed alla ragione prima della traiettoria del suo volo, s’incontra l’intossicato che risponde sciattamente: “Io non ci credo a quelle robe lì….”, ma pure colui il quale può sciorinare un saggio di epistemologia a supporto dell’apparente scetticismo (apparente, poiché termine da adoperare con estrema cautela).
Insomma, per concludere: l’intossicato da Dio è quel soggetto il quale, quando annusa puzzo d’impalpabilità, ripone l’ipotetico evento nello scatolone delle bufale,spesso nell’attesa che altri stabiliscano la verità.

Upload, novembre 2013: s’è diffusa la voce che l’analisi dei resti di Yasser faccia pensare ad un avvelenamento da Polonio.

 
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