Dei colori

Vivevo ancora in quel di Milano, ragion per cui la mia età era inferiore ai sette anni; forse andavo per i cinque.

Un sabato sera i miei genitori mi portarono con loro a casa di conoscenti, mostrando una presbite visione dell’immediato futuro; amici di famiglia che vantavano un certo lignaggio: il direttore generale dell’azienda in cui mio padre lavorava, figlio di pari grado e nipote d’amministratori delegati, nel rispetto d’una ferrea legge castica, ornato dall’immancabile consorte e, seppi decenni dopo, senza l’intuibile amante, che poi conobbi in seguito, scoprendo (con mia grande mestizia) che non tutte le segretarie sfoggiano la “o slabbrata”.
Ebbene, questa coppia (senza figli) possedeva una rarissima, per l’epoca,  televisione a colori, oggetto sconosciuto al sottoscritto.
Mentre gli adulti discorrevano intorno agli ostacoli sparsi nell’esistere (ora potrei intrattenerli a lungo, malgrado mi senta alieno rispetto a molte delle tematiche diffuse), per tenermi buono buono, venni collocato dinnanzi al maligno schermo, per la puntata rituale di Scacciapensieri (che, peraltro, scopro essere ancora in palinsesto).
Arrivò il momento dei saluti; gli adulti si profusero negli inchini e nei salamelecchi imposti dal protocollo, mentre io – avulso dal mondo più che mai – giacevo inebetito per cagione dello schermaccio.
Rammento bene il visino di mia madre (gran bella donna) che, salendo in macchina, mi gelava: “E’ inutile che vieni a cercare conforto da me, il papà ha ragione!”.
Il punto è che i miei usavano dei sani metodi educativi (e non faccio dell’ironia): quando m’avvinghiai urlando al divano, volendo rimanere davanti al TV color, loro si limitarono a prendermi di forza, ma quando, poi, strillando e singhiozzando mi dibattevo, cercando di svincolarmi dalla morsa d’acciaio di mio padre, beh, allora lui m’appioppò due sonori ceffoni. E punto. 
Qualche giorno dopo, in casa con la mia cara nonna, guardavo il nostro TV, in rigoroso e proletario bianco e nero. E’ difficile ora spiegare, ma rammento precisamente che mi convinsi del fatto che anche la nostra TV fosse a colori. Nel sostenere la mia tesi, m’appoggiai alle infinite sfumature di grigio ed il desiderio ardente di vedere una televisione a colori oliò gli ingranaggi della mia mente.
Orbene, ero un bambino, certo. Risulta comunque affascinante il meccanismo psicologico per il quale un bimbo, circondato dai colori dell’appartamento e degli enti ivi contenuti, da quelli del mondo che palpitava all’esterno, un bambino che i genitori crescevano fra musei, laghi, montagne e mare, un bambino che spesso correva nei prati delle campagne, dai nonni, tuttavia potesse sdoppiare la percezione in un istante ed utilizzare due binari paralleli, in contemporanea.
Nella televisione i colori erano triste sfumature di grigio, tutt’intorno i colori erano quelli che i nostri occhi, abitualmente, decrittano ed interpretano.
Rammento la sensazione. Un albero trasmesso dallo schermo in bianco e nero non m’appariva verde nel fogliame, ma percepivo una debolissima sfumatura di quel colore; remota, lontanissima; l’immaginazione si sovrapponeva alla vista. Ciò non stupisce: è un atto abituale, ma un corretto sviluppo ci permette di distinguere alla sorgente l’immaginario dalla realtà. Mentre sto scrivendo, oggi, mi posso figurare un risotto coi moscardini e zucchine stufate all’alloro, me lo posso figurare, nel senso che “vedo” il piatto fumante, mentre guardo lo schermo e non v’è dubbio su quale dei due sia l’oggetto materiale. Allora, tutto questo non accadde.
Sia chiaro, mia nonna cercò di convincermi dell’amenità del fenomeno; la sera, poi, mio padre, con calma, mi aiutò a comprendere che no, non avevamo un TV color e non potevamo neppure permettercelo.
Trentacinque anni dopo, una notte, intento a scolarmi una bottiglia di Amaro 18 con un amico, nella piccola radura che si apre di fronte alla mia casa valtellinese, si verificò un fenomeno dello stesso tipo.
Siamo nel bosco, non ci sono luci. Il buio è pesto, da paura atavica: la morte, l’oblio, l’archetipo del nulla e tutte quelle balle suggestive e appiccicose. 
La via lattea è l’unica fonte luminosa. 
L’amico domanda: “Ma secondo te, che colore è quello lì?”, indicando l’ectoplasma di un noce, che si staglia a tre metri da noi. 
L’albero esiste tuttora, è li da prima del nostro avvento. Intendo dire che il mio amico indicò nella giusta direzione. Io stesso rivolsi correttamente lo sguardo a quell’accenno di albero.
La bottiglia di Amaro 18 era quasi terminata, preceduta, a cena, da una ragionevole quantità di onestissima Barbera. Non che voglia attribuire alterazioni percettive unicamente agli alcolici e Oscar Wilde ben sintetizzò il concetto; lungi da me, ma so con certezza che il “18” dell’Amaro indica ermeticamente le 18 vie percettive che si possono aprire, abusandone. Furono sapientemente studiate a tavolino, vi è un progetto preciso a monte.
In un breve periodo negli anni ’80, l’etichetta sul retro della bottiglia mostrava Giacinto Facchetti che, con piglio d’istitutore, puntava la bacchetta verso una lavagnetta di tradizionale ardesia, sulla quale col gesso aveva tracciato uno schema di gioco. Una chiarissima allegoria. 
Quindi: si ripresentò il fenomeno. Entrambi vedevamo una timidissima velatura d’un verde morente, un palpito agonizzante di colore, il tutto benché istruiti da diverse teorie intorno al mistero dei colori.
Non posso pronunciarmi per l’amico, ma per quanto mi concerne, so che – la notte – in assenza di luce, i colori sono esattamente nello stesso punto in cui li si vede di giorno; sono addormentati, tutto qui. Non godono dell’ausilio di quel ponte che, col sole, li fa incontrare con la nostra vista.
Disquisemmo inevitabilmente a lungo, sull’aspetto di quel verde noce. Io vidi persino delle macchie brunite su di alcune foglie; riaffiorò il ricordo della TV a colori.
Poi, che accadde? Nulla più. Saltammo piè pari in un’altra delle 18 vie percettive, senza una ragione, sospinti dalle baruffe dei venti alcolici; il mistero rimase irrisolto.
Ecco, perciò la differenza. Mio padre, un’era fa, m’aiutò a comprendere che mi stavo autosuggestionando e non penso fu per lui difficoltoso. 
Allora non bevevo.
 

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