La sobrietà


Nella camera da letto dei miei genitori, sul comò, per cui davanti allo specchio, un Gesù Bambino dormiente si beava della sua stessa immagine riflessa, quasi assiso.

La sua presenza, misurata sebbene altera, mai un gemito, né un abbozzo di sorriso, rimane per me un mistero.Ritengo fosse per compiacere la nonna, che viveva con noi.

I miei genitori non sono infatuati di fede, non hanno mai manifestato accenni d’estasi; mai m’hanno rimproverato colorando i concetti colle sfumature dello Spirito o spingendosi fino alle tonalità nerastre del peccato.

Son battezzato e cresimato, vivo la mia personale concezione dell’Altissimo e, quindi, non sono stato educato da mangiapreti, ma neppure da bigotti.

Il Gesù Bambino, tornando a Lui, era quasi a grandezza naturale e non so dire quanti anni avesse, benché la slavatura dei colori m’ispirava un secolo di penombra; la pelle, cerulea, era d’un perlaceo pallore. Le labbrucce, irrigidite nella posizione della poppata del lattante, erano si rosa, ma anch’esso appena accennato; pareva che la colorazione stesse lentamente raggiungendo la pelle, infiltrandosi da sotto.

Una cuffietta bianca, orlata di leggero pizzo, nascondeva la chioma, la quale, a giudicare dai due boccoli che solcavano la fronte liscia, uno tagliava l’esilissimo sopracciglio destro, l’altro il sinistro, doveva essere folta.

Anche questi due ricciolini, che temevo fossero di veri capelli, lasciavano fantasticare intorno ad un biondo in fase di formazione, oppure, nell’ipotesi macabra, ad un paglierino ormai passato.

Il Gesù era riposto in una culla ovoidale, sorretta da quattro gambe intarsiate, fini e con temi floreali. Fra le foglioline arricciate, che germogliavano dalle gambette, ristagnavano batuffoli di polvere appena accennati; impossibili da rimuovere, erano forse escrescenze della struttura, segni d’una qualche misterioso metabolismo secolare, più che frutto dell’incuria, data la cura (mai fanatica) con la quale mia madre spolverava il Salvatore.

Le lenzuola che avvolgevano il Cristo infante erano orlate d’un pizzo in miniatura e i bordi della culla, anch’essi, erano sormontati da un bianco e orlato tessuto.

L’Eterno bimbo, infilato in un candido abitino da battesimo, pareva una larva, non fosse per la presenza degli arti superiori, dei quali, ahimè, non ricordo la posizione. Non me ne voglia, ma i vestitini coi quali s’acconciavano un tempo i battezzandi non prevedevano pantaloncini; una sorta di sacco lungo, di modo che le gambine fossero libere di stendersi, conferiva al bimbo una forma tubolare.

Io, che lo guardavo di sottecchi, poiché m’impressionava, temevo d’essere irriguardoso, quando la sua immagine sfuggente rievocava in me quella di Pisellino, il figlio adottivo di Braccio Di Ferro, proprio per com’era abbigliato; ora, quando lo ricordo, noto che sia Braccio Di Ferro che Gesù Bambino esprimono diverse forme d’immortalità e, per entrambi, i rispettivi autori hanno escluso la paternità biologica.

Insomma, mi tocca ammetterlo, ma il Gesù Bambino dormiente m’impauriva, perché l’avevano fatto rassomigliare ad un morto, come la celeberrima mummia di Rosalia Lombardo, a Palermo, per la quale la sorella e la nipote lamentano la scarsa cura durante le riprese del National Geographic, e che tali supplizi l’abbiano rovinata, facendola rassomigliare ad una morta.

Da tempo il Gesù Bambino Dormiente prosegue il suo sonno eterno in uno scatolone, nella cantina dei miei genitori, ma tant’è… Ormai il danno è fatto.

Non reggo più la vista delle culle, che non siano sobrie, ed i bambini, poveri innocenti, li voglio vedere soltanto ben colorati e coloriti.

Share

Confini

(Foto di Matthew Cox )

Taluni sostengono di vedere l’aldilà, o, per circoscrivere questo “di là”, ammettono di vedere coloro i quali galleggiano nel vuoto privo di connotati fisici, situato fra il “qui” ed il “là”.
E’ una stazione del nostro cammino, pare, nella quale si indugia per un tempo variabile. Financo per l’eternità, in certi casi.
Il tempo al quale alludo è  terreno, non confondiamoci, dobbiamo tradurre in termini intelleggibili delle zone a-spaziali e a-temporali, come la nota stanza di Swedemborg, dalla quale – ritengo – si possa ancora agire sulle leggi fisiche: un classico è giocare con l’interruttore della luce.
Francamente, non vorrei apparire impertinente, ma non provo invidia verso questi veggenti; troppi sono i dubbi che mi instillano.
Premetto che, non vivendo tali incontri, non ho dimestichezza con questi spiriti galleggianti, per cui non ne conosco i tratti salienti.
Intendo dire: l’essere vivente ha delle caratteristiche, dei fattori componenti. Suddividendolo in “macro ingredienti”, azzarderei l’ardire di considerare il carattere come uno di questi, unitamente alle carni, alle forze naturali ed all’Anima.
Ciò non è da poco, seppur vago: una entità qualsiasi che s’approcci al nostro mondo, per capirci, dovrebbe tenere conto che i rapporti sarebbero influenzati e direzionati – inevitabilmente – dal fattore caratteriale. 
Ora, mi domando: queste realtà a me invisibili (ma non invise) mantengono i tratti caratteriali? Io temo di si.
Forse gli eccessi sono stemperati, rotto il legame alle cose terrene. Non c’è motivo per prendersela, insomma, tuttavia nascono sospetti osservando quelle terre bergmaniane, nelle quali la separazione fra il “qui” e dil “là” è sottilissima, ragion per cui i defunti passeggiano nel loro salotto terreno, addensandosi improvvisamente agli occhi dei vivi e, nelle situazioni più paradossali, una volta trapassati e pur rimenendo in quello stato, parlano coi parenti (senza che questi mostrino sbigottimento) per dare disposizioni, dirimere antiche questioni e addolcire storiche tensioni, per poi, senza fare un plissé, adagiarsi comodi e cheti nel feretro e finire riposti dove occhi non giungono e, nuovamente incoerenti, si palesano dopo agli occhi dei figli, fumando la pipa in biblioteca, spaparanzati sulla poltrona.
Il tema è il paradosso, ciò che la logica sensibile proibisce: il morto che appare, il defunto che parla.
In “Fanny e Alexander”, addirittura, spunta la mummia nell‘incredibile ripostiglio in cui vive Ismael, la quale, a contatto con la luce, si volge verso di essa e respira.  
In questa atmosfera stridente, invero, il senso degli avvenimenti è chiaro: il fil rouge è il passato. Che questi errabondi non riescano a liberarsene?
Ragion per cui, se il legame è (gioco-forza) il passato, nell’atto del manifestarsi ai vivi, il trapassato indossa temporaneamente i suoi vecchi abiti caratteriali?
Questo non posso saperlo, ahimè, ma ritengo che prestando un poco di attenzione alle dinamiche della dipartita degli uomini, ed agli istanti subito successivi, scorgeremmo talvolta un rapporto di simpatia fra gli elementi in gioco; segno che il defunto stazionerà nella zona di confine.
L’ammiraglio Nelson, per esempio, fulminato da un francese fortunato, che lo beccò da nave a nave, venne immerso in un barile di Brandy, per conservarlo fino al patrio suolo. Io scommetto che qualcuno, in seguito, lo vide e ci parlò. Magari, estraendolo dal barile, lui si lamentò della qualità del Brandy e, ironicamente, osservò che, morto per morto, almeno non finì conservato nel cognac (ancora non sapeva di finire in una cassa di legno francese, il che dimostra che questi signori non vedono il futuro).
Ecco: io tutta questa confusione fra vita e morte, un poco la temo. Incrina la più certa delle certezze. Ci vedremo a suo tempo, non ora.
    

Share

La mia domenica

Odora sempre la mia domenica
come un fradicio e antico
albero morto nel bosco.
A nord ostenta una florida barba di muschio 
e le braccia possiede,
di funghi con turgidi umboni;

a questi s’appressano
tutt’intorno lumache
ben lustrate per la festa,
per il giorno del riposo.
Odono forse campane,
che per me sono mute.


Share

L’uomo spento

Per molti anni non ho mai assistito di persona al fenomeno, ne ho solo sentito parlare.  
Rari racconti di conoscenti, qualche foto macabra sui quotidiani, notizie ai telegiornali con inquadrature rapide ed insipide, per sorvolare sul raccapriccio, soffermandosi sul dolore dei vivi. 
Tre anni fa, ricordo, dei turisti scomparvero nel lago di Como.
Quando i sommozzatori ritrovarono l’imbarcazione (i corpi imboccarono rotte misteriose nella crosta terrestre) l’aspetto della falla permise di affermare che a bordo fosse presente uno di quei soggetti, senza alcun dubbio.
Dato che l’eccitazione, lo spavento, in generale il trauma, possono innescare l’eruzione umana, è probabile che nei campi di battaglia e nei tetri luoghi devastati da attentati, qualcuno dimostri la propria rovente capacità, ma con quel che resta dopo simili accadimenti, è difficoltoso risalire alla traccia d’un rigurgito ferroso; inoltre, non desta interesse, in quei contesti.
Nessuno ha mai attribuito troppa importanza al pericolo d’incontrare una di queste chimere, così, forse, son da definire; sono rari ed è infrequente una loro eruzione. I danni provocati, seppur potenzialmente gravi, sono quindi limitati.
La fisiogeologia, scienza novella, ci insegna che la più parte degli esseri umani sono spenti; aggettivo che sopporta una grigia nomea, riferito all’uomo, ma in questo caso occorrerebbe tratteggiare una diversa accezione.
Fino a diversa dimostrazione, le differenze fra uomini e vulcani sono evidenti, a prescindere dal ricorso al vulcano nel confezionare ritrite figure retoriche.
L’uomo, rispetto al vulcano, è dotato di intelletto, ragion per cui lo stato di quiete (dell’uomo spento) può anche essere raggiunto scientemente, come ogni obiettivo terreno. 
Come noto, taluni vengono al mondo investiti d’un talento; anche la quiete lo è. Ad oggi non c’è prova provata di una qualche ereditarietà della quiete; molti uomini eruttivi ne sono privi, ma in alcuni di essi è infuso il dono dell’ostinazione, la più grande delle virtù geologiche, esclusa dalle virtù teologali, forse per sovrapposizione con la fede. 
Questi, allora, ricorrendo alle tecniche più disparate, come sempre tutte riducibili ad una manciata di filosofie (sempre le stesse), cambiate d’abito, riescono a sedare, a dimenticare per sempre questa propensione.
Pare che la psicoterapia funzioni, come lo yoga e così pure l’ipnosi ed il training autogeno. Si racconta che diversi seguaci di Hubbard non eruttino, grazie a ciò che vien definito dai detrattori un “lavaggio del cervello”.
Risultano utili le cure psichiatriche; nondimeno si considerino gli effetti collaterali e indesiderati. 
Vi sono casi, per confermare quanto esposto (l’eccezione), per cui la quiete è risultato di smottamenti interni, di repentine e irriducibili variazioni della cascata ormonale, per cui l’ipofisi innesca una reazione a catena, che non culmina più nell’eruzione; ciò accade di punto in bianco, e la causa non la si conosce ancora, a meno che non sia evidente una precisa conformazione della diffusa, e nota, calcificazione ghiandolare. 
I test medici confermano questo collegamento. 
Pare, inoltre, che delle disfunzioni pancreatiche apportino questo vantaggio, che allora viene inciso sul diritto della medaglia di pericolose patologie. 
Come si usa commentare: “Dio dà, Dio toglie!”…
Tornando a me: alla mia veneranda età, esattamente l’anno scorso, finalmente incontrai ben due uomini di tal fatta.
In un ristorante a Eilat, in Israele, finalmente vidi; ad un tavolo (fortunatamente lontano da me), dove sedevano quattro signori molto distinti, un lieve mormorio s’è andato gonfiando, s’è fatto turbolento, come un borborigmo o una valanga, e da un nulla è nato un alterco. L’argomento lo ignoro: si discuteva in ebraico. Sta di fatto che, fra i quattro commensali, ve ne fosse uno esplosivo. Nessuno aveva colto il pericolo; in viso era rubizzo ed un poco avvampato, ma per via del vino, penso. 
Ha picchiato i pugni sul tavolo, insieme, per due volte, ha fatto cadere un bicchiere pieno, una forchetta ha roteato a mezzaria per un secondo, poi il tizio è esploso. 
Se qualcuno ricordasse “Il senso della vita”,il film, potrebbe ben immaginare la scena. 
La magma (nessuno mi ha spiegato la ragione, ma il magma umano si declina al femminile, sospetto che sia un orpello sistematico) è schizzata a diversi metri, lasciando ben dieci feriti, di varia gravità, e sei morti. Uno schizzo ha lambito la mia scarpa; non ho perso l’alluce per un soffio.
Una scena orrenda: l’effetto della magma sull’uomo è paragonabile a quello di un ferro rovente nel burro. In un istante i corpi si consumano, s’aprono immonde piaghe, squarci insanabili, si assiste alla fuoriuscita di viscere, ad emorragie zampillanti e inarrestabili, e sorvolo sull’odore nauseabondo, degno delle pire di Varanasi. 
Mi duole chiosare, ma è curioso che abbia assistito a questo truce avvenimento proprio in quelle terre, già funestate dall’odio. 
Mi risulta che il ristorante abbia cessato l’attività definitivamente, a causa degli ingenti danni causati dall’esplosione dello sfortunato cliente.
Due mesi dopo, il destino volle istruirmi a dovere, per cui accadde ad un mio caro amico, del quale – come ben si può comprendere – non farò il nome. 
Da tempo annusavo la sua effusività, ma non ve n’era la certezza. Diverse volte gli consigliai di sottoporsi ad una radiografia, per verificare almeno la presenza della calcificazione ipofisaria, ma il tapino s’è fatto una concezione tutta sua (e limitata) della prevenzione, che – anzitutto – può riguardare solo sé stessi, e non va praticata per scongiurare danni al prossimo. Inoltre, e forse è ancor più grave, la prevenzione consiste unicamente nel praticare dello sport e nell’ingozzarsi di agrumi, anche fuori stagione, come suini raffinati e viziati.
Dunque: una sera l’amico e sua madre s’infilano (in mia presenza) in una discussione senza capo né coda, intorno a futili argomenti. Il tema riguardava l’importanza di ricoverare sempre l’auto nel box, una volta rientrati a casa. Il mio amico, che non sempre s’attiene alle regole della casa, sosteneva che, specialmente a notte fonda, tenendo conto che il cortile è protetto da un cancello e da muri di cinta, riteneva scocciante, nonché inutile e rumoroso, perdere del tempo nella complessa operazione. 
La madre, naturalmente, gli dava contro. Insomma: uno scambio di idee di assoluta sterilità, accompagnato da miei continui sbadigli, lubrificati dall’abbondante vino bevuto e dal tono dei due. Era sommesso; nessuno alzò la voce, ma entrambi sostenendo, senza indretreggiare, le proprie ragioni. 
Ad un tratto, trascorsa una buona mezzora ad argomentare intorno al nulla familiare, dopo che alla madre s’era formata una ruga verticale fra le sopracciglia (segno di irritazione), il mio amico ha esalato una sbuffata di fumo dalla bocca. L’aroma, accompagnato dal tipico sfrigolio, mi suggerì immediatamente si trattava precisamente di vapore.
A bocca spalancata, puntandosi al bordo del tavolo, egli prontamente si scostò all’indietro, rimanendo seduto. Si piegò in avanti e vomitò tre boccate di magma.
Grazie alla sua rapidità non si fece del male. 
L’orchestra della Natura è unica nella sua perfezione: questi indivudui sviluppano una proteina, recentemente identificata, che protegge le mucose interne, al contrario degli altri tessuti. Poteva quindi anche uccidersi, ma solo eruttandosi addosso. Per questo gli “esplosivi” sono più temibili.
E’ in atto una gara, a suon d’investimenti, per riuscire a sintetizzare la proteina: in futuro potremmo passeggiare noncuranti, in ambienti ora proibiti. Potremo tuffarci, forse, persino nel sole.
Questa vicenda si concluse bene; soltanto il pavimento della sala da pranzo (che, per ironia della sorte, è in cotto) venne danneggiato dalla magma.  
In genere l’epilogo di certi racconti è macabro. Tutti i resoconti di uomini effusivi, riportati dai mass media, terminano con l’elenco delle tremende mutilazioni subite e, non di rado, con la morte dell’uomo-vulcano.
Questo mio caro amico, ripresosi dal trauma, si sottopose ad una serie di esami; non risultò visibile la calcificazione dell’ipofisi che accompagna la quiete, nessun disturbo pancreatico; i medici dovettero solo annotare un altro caso misterioso, relativo a questa curiosa e orripilante proprietà degli esseri umani.
La pista genetica, però, di lì a poco riprese quota, per via della scoperta d’una famiglia composta da quattordici persone (i genitori, con dodici figli, di cui otto maschi), tutte effusive. Stavano in Anatolia.
Le riprese filmate hanno mostrato al mondo il padre che, con grande sagacia, rigurguta in diversi stampi il suo infuocato vomito, realizzando oggetti di vario genere, come i portaceneri colati al momento durante le eruzioni dell’Etna.
Ad oggi, mentre racconto, laboratori specializzati stanno analizzando incessantemente profili genetici, per scoprire l’arcano.
Uno storico tedesco, recentemente, ha pubblicato un saggio, a sostegno della sua tesi: i draghi, in realtà, erano uomini eruttivi.
  

Share