Delirio d’impotenza

Giorni fa disquisivo con un’avvenente fanciulla, intorno a qualsiasi sistema ci capitasse a tiro.
Il sentiero del chiacchiericcio ci ha condotti ad una delle più alte asserzioni: le previsioni meteo sono pessime, ma non abbiamo modo di cambiare le cose.
Colgo l’occasione e c’infilo una chioserèlla: “Grazie a Dio non c’è soluzione” è una mia uscita giudicata molto felice (de gustibus…).
Nella solitudine, che sempre si stende su di noi assieme alle coperte, riflettevo sull’asserzione avventata.
In realtà ho notizia di tre tecniche o metodi, per variare le condizioni atmosferiche.
Della prima non parlerò, perché ritengo che certi argomenti debbano essere realmente esoterici; sono conscio del fatto che la rete renda tutto fruibile (ma spesso poco nutriente), ciò nonostante perduro nella mia ostinazione rispettosa.
Posso soltanto suggerire che si tratta di chiedere a “qualcuno”.
Qualora un lettore mi giudicasse, perciò, quaquaraquà, il fatto non mi disturberebbe troppo. Aggiungo che essere a conoscenza d’una realtà, non significa possederla.
La seconda soluzione riguarda l’utilizzo del celeberrimo macchinario di Wilhelm Reich, quel piccolo Leonardo.
Sarebbe complicato averlo in prestito, ancor più costruirlo di quelle dimensioni, penso ci sarebbe bisogno di un corso d’acqua vicino, o di una soluzione alternativa comunque non semplice.
Impresa spossante, ma teoricamente possibile.
Terza e ultima via: il macchinario di Ighina, che la nostra amata televisione cassonetto ci mostrò all’opera, in quel di Imola, casa dell’inventore.
Non ho sotto mano il progetto, ma se non erro prevede uno scavo che dovrei praticare nel mio giardino.
Io, uomo di rovine, intese come costruzioni diroccate, non ho giardino ed il cortile che mi si apre di fronte è certamente progettato da Pavese, contando solo su zizzania, gramigna, parietaria e qualche sparuto ciuffo di capelvenere che corrode il muro più a nord. Due anni fa vidi una carnosa bardana, ma i primitivi che mi circondano la strapparono senza pietà, ignari delle proprietà medicamentose e gastronomiche delle foglie e della radice; odoro anche un tocco d’insipienza, ma non posso escludere che non sia la mia.
Dovrei supplicare i miei genitori per poter scavare nel loro meraviglioso giardino; dovrei chiedere al faggio maestoso, di cui un giorno parlerò, oppure parlerò dei faggi in generale; questo non perché ne sappia molto di loro. Conosco i tronchi argentati che l’autunno rilucono davanti allo sfondo brunito del fogliame caduto e i ricercati porcini che crescono nelle vicinanze
Impresa epica, perigliosa, domandare ai miei amati genitori, difficile ascoltare la risposta del faggio, ma non per questo riterrei il tentativo impraticabile.
Non escludo che ci siano altre tecniche per variare le condizioni atmosferiche, per cui la lista potrebbe farsi più lunga.
Queste considerazioni notturne, accompagnate dal mobilio che stride sul pavimento del piano di sopra, non m’hanno aiutato a prender sonno, l’altra notte.
Io non vedo più un confine netto fra il possibile e l’impossibile, e questo mi tiene desto.
In rari momenti di razionalità, che in tali contesti ripassa il mio contorno con uno spesso tratto nero, riconosco l’impossibile in quanto altro rispetto alla mia materialità ed alle leggi che mi permettono d’apparire “sodo”, nel contempo la ragione mi spinge a valutare i fattori di questo prodotto e di uno qualsiasi, purché impossibile.
Ecco che allora produco un pesto di pensieri, frammento e mischio il tutto, lo zero e l’uno, aggiungo del due quanto basta. E’ indubitabile, per me, che il mio sguardo concorra alla tinta che colora il reale.
Io non posso sopportare più questo fardello, che da tempo cerco di alleggerire nell’unico modo: rendere possibile il più possibile, anche per poter dormicchiare un poco...