Aprile 2013

Tutte le formiche del mondo

“E allora vide il bambino. Era una carcassa gonfia e inaridita, che tutte le formiche del mondo stavano trascinando laboriosamente verso le loro tane lungo il sentiero di pietre del giardino.”
Tratto da “Cent’anni di solitudine” di G. G. Marquez.
Ieri mi sono soffermato sull’attenzione riposta dal grande Marquez nel regno animale; un‘attenzione che non si cura della gerarchia filogenetica delle specie.
Si tratti di porci o pennuti, oppure ancora termiti e formiche, è costante la presenza simbiotica della Natura nel mondo magico-realista dello scrittore.
Significativo, a tale proposito, il fatto che sia la formica e non il giaguaro a portare via la carcassa dell’ultimo dei Buendia, il quale, maledetto, reca il segno dell’incesto: non una voglia o un‘occidentale deformità, ma una semplice coda di porco.
Certo, l’altissimo Marquez è colombiano, impregnato per cui d’una Natura che la fa da padrona e che l’uomo – tuttora – invade. La formica, allora, non è l’intruso, concetto anch’esso squisitamente “nostro”, avendo confinato la Natura fuori dagli spazi della nostra esistenza. Proprio ieri un‘anziana Signora, incontrata in un negozio, mi ha confessato (peraltro con pervicacia) di avere il balcone inagibile, causa  una fila ordinata di formiche, aggiungendo di temerle quanto una pestilenza, concludendo con uno sconsolante: “Capitano tutte a me…”.
Io stesso, pochi giorni fa, mi sono attardato ad osservare delle api che entravano in un piccolo foro del muro di mattoni pieni, che delimita il patio della casa dei miei genitori. Il mancato rispetto dei confini, da parte degli ammirevoli apidi non m’ha turbato. Le rimiravo trasognante, come se non potesse essere reale, tale finezza. Anche in me, perciò, scevro da sentimenti di ribrezzo, s’è destata la meraviglia per un semplice spaccato di Natura, cioè una reazione da essere avulso dall’ambiente naturale, un animale cementificato nell’animo. 
E’ indubitabile che lo sguardo compenetrante di Marquez abbia, a monte, la regia d’una cultura “altra” rispetto alla nostra, per cui la formica trascina via l’ultimo della stirpe (lo riconduce alla terra come il fiume della Wolf), le termiti rodono le abitazioni, ineluttabilmente, ed il gallo, indomito pennuto che nei nostri luoghi gira crudo in campagna (come osservò Baudelaire) laggiù si cimenta in combattimenti all’ultimo sangue per diletto e azzardo degli uomini...
Qui, no. Qui è affatto diverso: il topo, la lucertola, la mosca, la formica… Esse sono bestie sozze, apportatrici di malanni, dalle abitudini malsane e disdicevoli, onde per cui la presenza d’un solo esemplare fra le mura domestiche è motivo d’allarme.
Li si eliminano, inoltre, senza nessuna lealtà: dell’ottimo veleno e via.
Fin da piccoli, ed è tremendo, veniamo allevati senza compassione verso certe bestiole. Da bambino possedevo un rudimentale fucile di legno, che permetteva di scagliare elastici contro le mosche, spiaccicandole contro i vetri delle finestre.
Questo ricordo illumina un particolare prima rimasto nell’ombra: non provavo pietà e neppure m’impressionava la salma dilaniata dell’insetto.
Sarei portato a concludere, senza soffermarmi troppo, che la mosca, non permettendo d’aprire un rapporto dialettico, dimostri la sua appartenenza ad una zona filogenetica “minore”. In altre parole: la mosca non mi fa “le feste”, quando rientro la sera e non s’accovaccia sulle mie gambe, mentre mi rincoglionisco dinnanzi alla televisione. A riprova della sua moschina inferiorità, i suoi atteggiamenti non cambiano, neppure a seguito di miei slanci affettuosi. Persino dei banali esperimenti pavloviani non mi riescono, con la mosca; può darsi che sbagli tecnica. Preciso che l‘esistenza d’una mosca, in condizioni agevoli, toccherebbe i dieci giorni; il tempo per manifestare una passione, seppur sgraziatamente, ci sarebbe, ma… nulla.
Eppure, a mio modesto avviso, non è lo scodinzolare, od il ruggire, che conferisce al bestio la nobiltà.
E’ il sangue, sono le viscere, sono i guaiti e gli sguardi atterriti. E’ l’uomo stesso, in breve, proiettato sulla bestia, che fa destare la pietà nell’assassino.
A questa conclusione giungo per via degli animalisti, corrente di pensiero che non mi feconda, i quali non si guardano dal massacro compiuto quotidianamente camminando.
Qualcuno potrebbe farmi notare, essendo la levitazione interdetta al volgo, che non ci sia una soluzione possibile, apparentemente, ma ciò non mi convincerebbe.
Sono certo che, se le formiche lanciassero urla di dolore, udibili, se gli esoscheletri degli insetti si fratturassero con fragore, se ogni nostro passo sull’asfalto lasciasse visibili chiazzoline di sangue, se lo sguardo della mosca apparisse liquido e dolce quanto quello del San Bernardo e se mamma vespa imitasse Anna Magnani, nel tentativo di difendere i vespetti dal veleno… beh, allora sarebbe tutt’affatto diverso.
Nel bel mezzo della savana incontrai scarabei grossi come saponette.
Questi, se ribaltati a zampe all’aria, emettevano (ignoro come) una sorta di lamento acuto; con chissà quale archetto sollecitavano corde invisibili. 
Ebbene: questi esseri, che nella penombra, negli stessi luoghi, all’europeo suscitavano soltanto disgusto una volta schiacciati inavvertitamente, di giorno facevano inumidire gli occhi ai più, e, lanciando il loro stridore doloroso, venivano rispettati.

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Un grande onore

Segnalo la mia scorribanda nel bellissimo blog Jazz nel pomeriggio, del caro Marco Bertoli.
Lo ringrazio per l’onore concessomi e per la presentazione che ha scritto; sembro quasi un ometto ben strutturato, dentro e fuori.

Grazie Marco.

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La primavera italiana

Anni fa, in gita nelle terre di Tunisia, vidi infinite volte la foto di cui sopra. Appiccicata sui muri,  incombente si ergeva su grandi cartelloni, o nei locali pubblici; talvolta, sogguardando nelle finestre, la notai anche nelle abitazioni.
Ebbene, per chi non lo sapesse, si tratta del deposto Ben Ali, ex “presidente” della Tunisia.
Ho già avuto modo di esprimere la mia ritrosia, nell’affrontare temi reali; non è inconsapevolezza o agnosticismo. Semplicemente fatico a svolgere i miei pensieri senza l’uso dell’ironia e delle iperboli.
Oggi, però, ci provo, poiché vorrei spendere due parole intorno ai nostri poveri precari. 
Ben Ali, lo vidi quasi sempre intento in quel gesto, con le mani. Posto che lo comprendo: quando si è i soggetti unici d’un ritratto, le mani, (che non possono stringerne altre, oppure abbracciare) non si sa mai dove collocarle e, teniamone conto, in tasca o dietro la schiena, non s’ha da fare; non è educato.
Ciò detto, il gesto di Ben Ali può essere letto inforcando le lenti più disparate: unione, fratellanza, forza, forse anche rivoluzione, termine che – nella puerile retorica dei despoti – fa a gara con Dio, per il primo posto fra i nobili valori ispiratori.
La realtà era tutt’altra: si stava fregando le mani. Si, era così evidente il suo gesto; era incline alla sincerità Ben Ali, si sfregava i palmi, proseguendo sul dorso della mano opposta, per poi tornare reciprocamente ai palmi, nel gesto circolare dell’infreddolito (fatto bizzarro in Tunisia), o nel moto di apprezzamento e pre-gustazione d’un lauto e perpetuo pasto luculliano. 
Sottolineo che, in natura, solo la mosca esegue un gesto simile, circolare, quando pare pulirsi il “viso”. Ora che la scienza ha attentato alla poesia di Luciano Di Samosata, farei notare prosaicamente che la mosca, prima del tiranno, vive in perenne banchettare.
Ebbene, appurato che Ben Ali stava assaporando il suo banchetto sine die (se qualcuno volesse obiettare, faccia pure), vorrei far notare che la primavera araba se l’è portato via; probabilmente il suo sconfinato amore per il popolo non venne apprezzato. Prestando un poco d’attenzione si noterà che a tutti i politici del mondo, talvolta sfugge incautamente questo gesto; persino ai nostri. Per svuotare di senso le mie osservazioni, si dovrebbe prima demolire la filosofia platonica, dimostrando che “ingaggiando” la forza di un’idea, non se ne trascini – con essa – l’influsso di altre collegate e che i poteri non dialoghino sempre fra pari. Liberi di tentare l’impresa immane; a me parrebbe impossibile. 
Ora, i nostri precari. Due appunti per un’italiota e futura primavera: dove finiscono i contributi versati dai precari, assodato che non tornano a loro? Due: il precario che non ha un contratto, perde gli eventuali rimborsi derivanti dalla dichiarazione dei redditi. Niente assegno circolare, niente contanti… nulla. Denari fagocitati dalla macchina statale; forse, nell’ipotesi più sopportabile, si sommano all’entropia universale.
Ebbene, cadendo nella dialettica più bassa, cari nostri governanti, forse è giunto il giorno di mostrare bene le mani. Sempre. 
Che paese c’immaginiamo, derubando i giovani?
Certo, si potrebbe rispondere che “le commissioni insediatesi, nell’approntare il regolamento per cui l’istituzione di apposito fondo gestito dalla Cassa e che bla bla bla bla bla bla…”,  per poi culminare nell’apocalittica e contorta descrizione d’una morte prematura di governo e commissione, oppure chiarire che la risicata maggioranza ha pagato il vile tradimento d’una frangia cattolica e/o che “servirebbero allora X milioni di euro, forse reperibili con un aumento dell’uno per cento del”…
La verità, raramente, è sensibile. Come questa descritta. La nostra società deruba e affama i giovani. 
Fate qualcosa e fatelo subito. E’ compito di chi viene eletto.

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Due ore









Due sono le ore 
(tutt’altro che infinite),
che s’inseguono in avanti
e come passi a ritroso 
scontrose anche procedono, 
ma inciampano distratte 
in reconditi e lontani
fossili accidenti.  

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Non voltarti mai

Al grido “All’assalto!” Giulio Orsini fu impercettibilmente più lento di molti altri ed ebbe il tempo di vedere i soldati (fra di essi dei lesti patrioti) maciullati dalle mitraglie e morenti, sanguinanti e  aggrovigliati nel filo spinato a difesa della trincea opposta.
Pochi istanti prima, allocando la baionetta, incrociò lo sguardo del compagno di sventura al suo fianco e questi vide riflessa nello specchio dell’iride di Giulio la lieve foschia che prelude alla fine.
Per farsi coraggio gli disse: “Vai, vai e non voltarti mai!”. Lo disse in italiano, con marcato accento veneto, ed il ronzio nelle orecchie del compagno, effetto delle esplosioni d’artiglieria, fece rassomigliare l’incoraggiamento ad un miagolio.
Giulio Orsini si voltò comunque, impazzito dalla paura, ma non ebbe il tempo di compiere un passo verso la propria trincea che notò distintamente la fiammata prodotta dalla pistola, il cui proiettile gli trapassò il cuore, ma non poté confortare l’ufficiale assassino, il quale si rammaricò del gesto  istintivo, poiché un’esecuzione davanti alle truppe – a dimostrazione che nemici e disertori sono della stessa pasta – avrebbe avuto maggior effetto.
Nella frazione di tempo fra la fiammata e la morte, Guido Orsini visse un’esperienza che, in genere, accompagna anche l’estasi; il tempo perde i connotati o forse evapora, lasciando respirare gli eventi.
Ricordò infatti con dovizia di particolari il brutto tiro giocatogli tre volte dalla bella Irene, prima di partire per il fronte.
Per tre sere consecutive, seminando genitori e guardoni, si erano appartati in collina fra le robinie, per fare l’amore.
Osservavano in piedi la piana e lei, dietro di lui, lo abbracciava. Non appena il sole scompariva sotto l’orizzonte, Irene gli copriva gli occhi con le mani. Dopo un paio di minuti toglieva le mani e gli sussurrava “Non voltarti mai…”, lo diceva in italiano, ma con un marcato accento veneto.
Indietreggiava poi d’un passo, per non aver contatto fisico, sussurrando ancora: “Non voltarti mai…”…
La prima sera Giulio s’imbronciò dalla delusione. Il giorno seguente esclamò: “Seeee… così scapi ancora!”;  lo disse tentando un improbabile italiano, necessario per rimarcare concetti importanti.
La terza sera gridò nella boscaglia: “Vaca putanaaaa!”.
Sicché  per tre volte la bella Irene si volatilizzò,  invisibile e silenziosa come un barbagianni e Giulio partì per la prima linea, con l’insopportabile peso di dover morire quasi da uomo.
La ragazza, dal canto suo,  non era crudele ma – come capita – più esperta  in questioni di cuore ed era ben conscia del fatto che facendo l’amore ci s’innamori del tutto.
Ancor più grave, se una di quelle sere avesse fatto l’amore, forse si sarebbe ritrovata con un figlio a carico e senza marito; un giorno il bimbo le avrebbe domandato chi mai fosse stato il padre. Lei, probabilmente, avrebbe risposto “ma cosa te ne importa, non voltarti mai…”, lo avrebbe detto in dialetto, perché era un concetto da tener leggero, perché non si erano sposati e non era bene, confidando nel potere ammaliante della pearà che sobbolliva in cucina.
Il bimbo, poi, voltandosi comunque, avrebbe scoperto l’identità del padre e si sarebbe voltato alla visita di leva ritrovandosi come l’unico della sua generazione e così infinite volte, tante sono le occasioni che riserva la vita per farlo, come infinite volte lo fece Giulio Orsini nella sua breve esistenza.
Anche la bella Irene, del resto, si voltò infinite volte nella vita, sfilando davanti al monumento ai caduti, tirando dritto verso il cimitero, voltandosi leggendo e rileggendo il nome di Giulio Orsini; lo rilesse sempre con accento veneto, per carezzare il ricordo, sempre, allungando verso il cimitero, si sarebbe poi voltata sussurrando “…mona!”.  
In gioventù ebbe la lungimiranza ed il coraggio di ascoltarsi: le guerre per i poveri non terminano con la firma di un armistizio.
Un vecchio raccontino: lo dedico a mia nonna Giacomina Formentelli ed a sua sorella Maria, che non furono come Irene (io non sarei qui, probabilmente), ma ne pagarono le conseguenze.
Dedicato a mio padre, cresciuto senza papà, morto nella mattanza della ritirata dal fronte russo.
Dedicato a suo padre, tritato dagli ingranaggi degli eventi storici.
Dedicato a tutti, giovani, vecchi e scomparsi, che concepiscono la “Liberazione Permanente”.

La Samarcanda di un gitano

Nawaf e Ibrahim si introdussero nella villa prescelta in pieno giorno. Il proprietario era uscito all’alba, non sarebbe tornato che dopo il tramonto; i cani, tre fiere da circo con la folta coda arricciata (visti di profilo ricordavano un bassorilievo) erano stati rifocillati la mattina, ma, per non finire nelle loro fauci, se ne accattivarono riconoscenza e fedeltà eterna, con brandelli di carne succosa.

Da ladruncoli diplomati, una volta all’interno, cercarono subito la camera da letto, al piano di sopra, certi che i cassettoni dell’immancabile comò celassero dei contanti e gioielli.
La preminenza della banalità, nell’uomo, li premiò: in camera da letto dormiva un enorme comò in finta radica, con pacchiane zampe leonine intarsiate. 
Spalancarono avidamente il cassettone più alto e, nell’angolo in fondo a destra, trovarono una scatolina cubica, pregiata, ricoperta di velluto porpora, con serratura dorata. Ibrahim sospirò di piacere, carezzandola, ma Nawaf lo scostò grugnendo il disappunto. Aprì la scatola; il coperchio, incardinato, si alzò lentamente, ma senza scatti.
Ad entrambi si fermò cuore, quando videro il contenuto. Fecero un balzo indietro, socchiudendo gli occhi, come accecati si ripararono con le braccia: sul piccolo sacello di seta imbottita riposava un bulboso occhio di vetro, che li fissava, con fredda attenzione.
L’iride appariva d’un indaco raro; il colore che talvolta è disciolto nel mare aperto.
Erano raggelati. Nawaf si riprese per primo, scosse il fratello e se la diede a gambe. Senza scambiarsi parola, presero a correre a rotta di collo giù dalle scale. Uscirono dalla porta scassinata, di corsa traversarono il giardino, coi cani alle costole, che, com’è noto, giocherelloni, rincorrono sempre chi li nutre. 
Nawaf era uno spilungone, dinoccolato, con una folta capigliatura raccolta in una coda, il cui colore suggeriva d’essere biondo, ma permanendo nella gamma degl’indefiniti, a causa delle continue tinte artigianali.
Questa paglia stopposa prosperava, adombrando un viso abbrustolito naturalmente. Al momento del parto, una volta fuoriuscita la testa, sua madre spinse ancora per due ore; lui pareva non finire più. Le mammane presenti argomentarono a lungo, per concludere che il piccolo fosse arrotolato nella placenta; una sosteneva la teoria desueta dell’organetto. Comunque fosse andata, il piccolo, in utero, giaceva certamente compresso, per poi gonfiarsi ed espandersi in un respiro vitale, vedendo la luce.
Altre teorie per un siffatto gigante, non ce n’era e non ce n’è, riferendoci a verità scientifiche. Le donne presenti, indottrinate alle verità empiriche, si voltarono tutte verso il marito, il quale, all’apparenza, avrebbe dovuto trasmettere alla genìa caratteri affatto diversi.
Vincendo l’imbarazzo generale, il padre lo sollevò trionfante, chiamandolo Nawaf, l’alto.
Ibrahim, di due anni più giovane, era l’opposto. Di bassa statura (la metà del fratellone), con capelli ricci, corti e corvini, venne al mondo in un minuto.
Ricordava, appena nato, il padre defunto due mesi addietro. Anche il colorito era quello, da forte anemico, e di lui prese il nome; in memoria, quindi, e per propiziare la carriera riproduttiva d’un roditore, il cui padre interruppe per arbitraria premorienza.
Le donne, in mancanza di argomenti piccanti, si limitarono a constatare la nascita del piccolo.
Quando Ibrahim iniziò a trotterellare, un passo di Nawaf, lungagnone, ne valeva cinque dei suoi; per stare al pari, sviluppò nella crescita un’animale rapidità. I suoi occhietti, anch’essi erano animali. Piccoli e neri, ricordavano palle d’archibugio.
Gli occhi di Nawaf, come tutto di lui, erano lunghi, quasi mostruosi, ravvicinati al punto che, guardandolo distrattamente, appariva come un ciclope, con un solo occhio, bislungo, poggiato sulla radice del naso, sormontato dall’unico ed arruffato sopracciglio, che pareva una siepe.
La mattina seguente al tentato furto, Ibrahim era disidratato. La madre dovette strizzare il cuscino; aveva perso tutti i liquidi salivando.
Nawaf si svegliò con una forte infiammazione all’occhio destro. Una ragnatela di capillari percorreva il globo oculare, uno scolo purulento era raggrumato sul bordo delle palpebre.  Lo scolo odorava di cipolla.
Ibrahim se la cavò bevendo due litri d’una tisana ripugnante, ma per Nawaf la madre si mise a trafficare al camino. In mezzora preparò un decotto solforoso, da applicare come cataplasma.
Zeina, farcendo la tasca di panno con la fumigante pappetta, imprecò per non aver più polvere di mummia e fece il gesto di carezzare il ritratto del suocero, appeso al muro peloso, uomo d’altri tempi e d’altra mescola, gitano purosangue, che s’introdusse addirittura in un museo, si narrava, per trafugarne una intera, in barba ai decadenti aristocratici che si baloccarono prima di lui, frugando nelle tombe. Nell’eccitazione dinnanzi a tante mummie, scappando con quella di un presunto nobile,  strappò via la testa da una di gatto, tentando di prenderla intera. Da allora la testa rinsecchita, mantenendo la naturale espressione sorniona, svettava in cima al credenzone, non avendo proprietà curative per l’uomo e, dietro imposizione della Natura, che mai ammette repliche, per vigilare sull’esercito di topi famelici in agguato.
L’ultima oncia della preziosa polvere venne inutilmente usata per cercar di salvare il marito morente, facendogliela bere in una pinta d’acqua benedetta, alla moda degl’inglesi.
Il giorno seguente l’infiammazione s’era incagnita e i due fratelli, mentre Zeina riceveva malati di jattura, sgattaiolarono fino in centro città, per avere l’aiuto rassicurante del medico.
Nawaf entrò nell’ambulatorio, freddo e semivuoto. Una voce proveniente dal nulla lo invitò a sedersi.
“Guardi a destra!”, aggiunse perentoria la voce.
“Non deve ruotare il capo, volga solo lo sguardo!”, continuò stizzita, per poi sussurrare: “…Imbecilli…”.
Il dottore spuntò da dietro il separé, posto a sinistra della scrivania, e si sedette di fronte a Nawaf, il quale seguitava a fissare verso destra.
Dopo qualche secondo d’osservazione, il medico aprì il cassetto più basso della scrivania e ne trasse una confezione bluastra di pomata .
“Tenga!” disse a Nawaf, porgendogli il rimedio. “Due volte al giorno sull’occhio, mattina e sera!”.
Nawaf si voltò, allungando la mano; i due si guardarono, entrambi palesando stupore. Vi era una inaspettata somiglianza fra i due; i lineamenti erano gli stessi. Carnagione scura e viso lungo, mascella pronunciata, stesso taglio degli occhi, sebbene quelli del medico fossero più proporzionati e di un raro indaco intenso.
Nawaf, spaventato, si alzò e, senza salutare, strappò di mano la medicina, correndo via.
Il medico non fece troppo caso alla scortesia del paziente, non lo inseguì per l’onorario e nemmeno valutò di chiamare le guardie. Conosceva gli zotici della suburra, inoltre lo stupore di vederlo nel suo studio coprì l’irritazione; aprì il secondo cassetto della scrivania, scostò un po’ di oggetti, fra cui una scatola rosso porpora con serratura dorata, e prese il suo pince nez.
Il terzo giorno dopo il furto, l’occhio di Nawaf era tale e quale. Zeina mise alle strette il figlio, che confessò l’incontro con l’occhio scrutatore. La madre, senza esitazione alcuna, preparò sul tavolo un piattino pieno d’olio e una candela. Accese incenso a grani e, mentre in una mano teneva il piattino, nell’altra sgranava un rosario di legno, recitando preci incomprensibili.
Girò intorno al figlio, seduto e inebetito, settantasette volte, senza mai interrompere la nenia. Posò il piattino sul tavolo, fece sgocciolare nell’olio sette gocce di cera della candela e si sedette, osservando.
La cera si era agglomerata, assumendo una forma sensata.
A Zeina parve di riconoscere la sagoma della Notre-Dame de la Garde di Marsiglia.
Senza pronunciarsi uscì di casa, lasciando Nawaf nell’assopimento indotto dalla cantilena liturgica.
Dopo circa un’ora Zeina rientrò. La candela si era consumata del tutto e Nawaf era nella stessa posizione nella quale lo sveva lasciato. I palmi delle mani poggiati sulle gambe, la testa leggermente reclinata all’indietro, la bocca spalancata e gli occhi socchiusi; la piatta litania del rito materno ristagnava nell’aria e Ibrahim russava senza vergogna, nella camera da letto.
“Figlio mio” attaccò Zeina “è un malocchio potente, io non posso aiutarti”.
Ricurva sul figlio seduto, seguitò a sussurrare: “la cera ha mostrato Marsiglia, tutte le madri sono concordi, devi andare da Intissar. Lei saprà liberarti. Domani partirete”.
In quei giorni Marsiglia pareva un formicaio sventrato. I due vi arrivarono nel tardo pomeriggio e le strade pullulavano di genti d’ogni foggia e provenienza. Urla e risate, schiamazzi, ubriachi ad ogni angolo. Capannelli di gitani, come coaguli, rallentavano il traffico della città. L’ebbrezza si respirava.
Era imminente la Festa di Santa Sarah, in una vicina località, e Marsiglia straripava di gente di passaggio; i due fratelli, malgrado le origini gitane, ignoravano l’importante avvenimento. Erano dei semplici; così usano fregiarsi fra loro gli ignoranti, da sempre, quando fra di essi corre buon sangue.
La semplicità, come la Natura, non ammette repliche; la baldoria va onorata.
Quando il sole calò, la stessa sera, l’occhio di Nawaf mostrava segni di miglioramento, la pomata del medico produceva lentamente effetti, ma la fermezza del vino non gli permetteva di veder meglio. 
Ciondolando per la città, già dimentichi della maga Intissar, catturati dalla fiumana sfociarono in una piazzetta stracolma di debosciati, dove un’orchestrina di fiati sconquassava i timpani e una decina di donne, al centro, erano rapite da un ballo indiavolato, ruotando forsennatamente, malgrado la calca permettesse a malapena, agli altri presenti, di dilatare il torace per respirare.
Cercando d’imboccare la via d’uscita, infilandosi fra le persone spingendo con forza, Nawaf si trovò petto contro petto con un uomo già incontrato.
Una benda nera gli copriva i capelli e l’occhio destro.
Nawaf riconobbe subito il medico. Il terrore sovrastò la confusione e lo stordimento, sciacquando via il rosso rubino del vino, che gl’impediva di ragionare.
Il medico sorrise, s’avvicinò all’orecchio del povero Nawaf e gli urlò, per farsi sentire nel fracasso generale: “Oggi non sono stupito di vederti; lo ero, giorni fa, nel mio studio. Il tuo appuntamento è per oggi, qui a Marsiglia.”
Anche il semplice Nawaf comprese d’essere al traguardo finale.
“Tu sei la morte, perché mi hai visitato?” domandò.
Il medico, pur compresso nella calca, riuscì a fare spallucce.
“E’ il mio mestiere, qualcosa devo pur fare, per mischiarmi con voi…”, gli rispose beffardo.
Ibrahim era poco distante, cercava di avvicinarsi, la corrente della ressa lo aveva sospinto in un’altra direzione.
Quando, allungandosi, raggiunse la mano di Nawaf, questi era contratto dal dolore: il coltello del medico, guidato da mano sapiente, aveva tagliato di netto l’intestino e, risalendo, s’era infilato nella milza. Nawaf si lasciò andare, ma non cadde subito. Il medico si era allontanato, ma altre persone, come tasselli inseriti a pressione, avevano colmato il vuoto, sostenendo il morente.
Nawaf se ne andò in pochi minuti, il chiasso della piazza si fece soffuso e poi sparì, risucchiato da un punto sospeso nel vuoto. Lontana, la risacca lo cullava verso il mare. Il padre lo attendeva, in un ambiente privo di spazio, rischiarato da una luce neutra e senza fonte.
“Vieni Nawaf…”, gli sussurrò tendendogli le mani.
“Qui nessun padre uccide il proprio figlio…”.
Nawaf lo seguì, accompagnato dalla risacca e dalla sensazione, che via via si stemperava nell’incolore mondo tutt’intorno, di non aver compreso le parole del padre.   
Il giorno seguente, il medico trovò fuori casa, ad attenderlo, Zeina.
Il medico si guardò intorno; nessuno li vedeva.
La fece entrare, ma la bloccò dopo due passi: “Hai portato i soldi?”.
Zeina s’infilò la mano in mezzo ai prosperosi seni, estrasse un rotolo di banconote e gliele diede.
Lui contò le banconote, poi, sprezzante, le disse: “Quei cani mi hanno rubato l’occhio di vetro! Dovrei alzare il prezzo pattuito, per ricompramelo, ma ora vattene, sparisci!”.
Uscì prima il medico, per verificare che la strada fosse sgombra, poi Zeina se ne andò, accompagnata dal latrare dei cani; il padrone li teneva a bada con un bastone.
Ibrahim la attendeva a casa. Gli occhi umidi e gonfi, infiammati dalla salinità del fiume di lacrime versate; dinnanzi a lui, sul tavolo, l’occhio di vetro indaco.
Il medico, nell’ambulatorio, aprì il cassetto e la scatola rossa, che conteneva un secondo occhio di vetro, dall’iride indaco.  Gli doleva usarlo, era il più recente dei due. 
“Costano più dell’oro…” commentò ad alta voce.
Zeina prese l’occhio e la testa di gatto, staccò la mandibola, facendo attenzione a non sbriciolare la mummia, mise l’occhio nella bocca del gatto e ricompose la testa legando la mandibola strappata, per tenere unito il macabro oggetto, con del nastro nero.
Dispose candele nere tutt’intorno, accese incensi e attaccò un piatto bisbigliare, intercalando momenti d’esaltazione e grida.
Dopo una settimana di quotidiano rituale, la salute del medico iniziò a vacillare. Dovette rinunciare all’occhio di vetro e medicare la cavità oculare tutti i giorni, più volte, per scongiurare un’infezione incipiente.
Dopo un mese spirò. L’infezione si era fatta strada, la setticemia aveva compiuto il proprio dovere.
Mentre il medico riceveva degna sepoltura, Ibrahim si introdusse nuovamente in villa e rubò alcuni oggetti preziosi; vendendoli si sarebbero rifatti del compenso dato al medico, per uccidere il fratello, suo figlio illegittimo.
Lo spirito del padre di Ibrahim, suo omonimo, secondo Zeina, abbandonò finalmente la loro dimora.

I nostri astri

La prova indubitabile che l’uomo si lasci corrodere l’anima dalla malinconia, è il costume di appropriarsi degli astri e di cantare languendo la bellezza dei propri.
La stessa pessima consuetudine investe gli Dei, che difatti, nell’antichità, coincidevano con gli astri.
Tuttavia, la personalizzazione moderna di Dio mi risulta più digeribile; Dio non è visibile e non urla ai quattro venti il proprio sentire, per cui le rappresentazioni della divinità variano di cultura in cultura, dandoci almeno l’illusione d’avere riservato un nume.
Gli astri son quelli, purtroppo.
Siano essi masse ignee turbinanti o costituiti di fredda roccia, sono i medesimi che illuminano e picchiettano i cieli, benché gli emisferi presentino delle differenze.
Ciò nonostante secondo certuni, il sole migliore è quello dei propri luoghi; dello stesso campanilismo gode la luna.
In certi casi, la superiorità è innegabile; per esempio, quando per un gustoso effetto ottico, il sole appare molto più grande di quanto non sia, all’orizzonte, oppure quando precipita nel mare rapidissimo, gettando le terre equatoriali nel buio, con impressionante rapidità, come se cedesse il giunto che – dalla Genesi –  tiene l’astro agganciato al meccanismo del sistema solare, null’altro che una gigantesca sfera armillare progettata e realizzata dal Demiurgo, che seguì un ovvio principio di Necessità.
Sublime, il più sublime, è quel sole che genera il mitico raggio verde, visto da pochi europei; Rohmer forse lo vide, ma non ce lo mostrò.
Tali giudizi sono viscerali, pertanto comprensibili, non ugualmente condivisibili, basti pensare al sole di Napoli, che splenderà anche successivamente alla fine del sistema solare.
Il sole del quale ci si fa vanto, non brucia. I pescatori dai volti arati e cotti, i contadini arricciati su sé stessi come foglie secche, assumono tali fogge per le fatiche del loro duro lavoro. Lo star ricurvi, il sale che circonda e penetra; queste sono le cause dell’invecchiamento, il proprio sole è foriero di Vita, e lo è persino l’astro dei luoghi più tristi.
Il sole dei caselli autostradali, diafano e disgustato alle porte delle città, che strizza gli occhi per gettare uno sguardo attraverso la coltre urticante di smog, è ricordato con nostalgia dai vecchi casellanti.
Penso che un vecchio indù possa languire al pensiero del sole di Calcutta, laddove – in realtà – l’astro dovrebbe sostare poco, fosse avveduto, evitando di scaldare l’atmosfera già velenosa, racchiusa sotto la cappa grigia che cinge la città.
La luna gode delle stesse attenzioni.
E’ rossa, rosa, gialla, perlacea, abbacinante, non per sua proprietà contingente, ma in quanto “nostra” e quindi caratteristica.
Per il caro Caetano Veloso, la luna de Sao Jorge è azzurra verdeggiante, è coda di pavone, ma il verde manca nello slavato arcobaleno lunare.
La luna di Istanbul è stanziale, come la metafisica, non si prende mai riposo. Cala dietro l’orizzonte, ma il suo giaciglio è sempre allo stesso indirizzo.
La propria luna, come il sole, non può nuocere. Le maree solide, che premono il cervello contro la scatola cranica, quando la fase è piena, non sono mai state misurate, se non per i continenti.
Io ed una mia storica compagna, anni fa, osservando la luna a centinaia di chilometri di distanza, col mare a separarci, spietato e consustanziale allo spazio, sentimmo entrambi un brivido correrci lungo la colonna vertebrale, dall’atlante alla punta del coccige, come se la forza Kundalini tornasse a dormire, senza averne mai avvertito il risveglio, peraltro.
Sembrò che i nostri sguardi rimbalzassero sul pianeta, raggiungendo l’altro, lontano.
Sospettammo, allora, che la luna fosse la stessa.

 
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Delirio d’impotenza

Giorni fa disquisivo con un’avvenente fanciulla, intorno a qualsiasi sistema ci capitasse a tiro.
Il sentiero del chiacchiericcio ci ha condotti ad una delle più alte asserzioni: le previsioni meteo sono pessime, ma non abbiamo modo di cambiare le cose.
Colgo l’occasione e c’infilo una chioserèlla: “Grazie a Dio non c’è soluzione” è una mia uscita giudicata molto felice (de gustibus…).
Nella solitudine, che sempre si stende su di noi assieme alle coperte, riflettevo sull’asserzione avventata.
In realtà ho notizia di tre tecniche o metodi, per variare le condizioni atmosferiche.
Della prima non parlerò, perché ritengo che certi argomenti debbano essere realmente esoterici; sono conscio del fatto che la rete renda tutto fruibile (ma spesso poco nutriente), ciò nonostante perduro nella mia ostinazione rispettosa.
Posso soltanto suggerire che si tratta di chiedere a “qualcuno”.
Qualora un lettore mi giudicasse, perciò, quaquaraquà, il fatto non mi disturberebbe troppo. Aggiungo che essere a conoscenza d’una realtà, non significa possederla.
La seconda soluzione riguarda l’utilizzo del celeberrimo macchinario di Wilhelm Reich, quel piccolo Leonardo.
Sarebbe complicato averlo in prestito, ancor più costruirlo di quelle dimensioni, penso ci sarebbe bisogno di un corso d’acqua vicino, o di una soluzione alternativa comunque non semplice.
Impresa spossante, ma teoricamente possibile.
Terza e ultima via: il macchinario di Ighina, che la nostra amata televisione cassonetto ci mostrò all’opera, in quel di Imola, casa dell’inventore.
Non ho sotto mano il progetto, ma se non erro prevede uno scavo che dovrei praticare nel mio giardino.
Io, uomo di rovine, intese come costruzioni diroccate, non ho giardino ed il cortile che mi si apre di fronte è certamente progettato da Pavese, contando solo su zizzania, gramigna, parietaria e qualche sparuto ciuffo di capelvenere che corrode il muro più a nord. Due anni fa vidi una carnosa bardana, ma i primitivi che mi circondano la strapparono senza pietà, ignari delle proprietà medicamentose e gastronomiche delle foglie e della radice; odoro anche un tocco d’insipienza, ma non posso escludere che non sia la mia.
Dovrei supplicare i miei genitori per poter scavare nel loro meraviglioso giardino; dovrei chiedere al faggio maestoso, di cui un giorno parlerò, oppure parlerò dei faggi in generale; questo non perché ne sappia molto di loro. Conosco i tronchi argentati che l’autunno rilucono davanti allo sfondo brunito del fogliame caduto e i ricercati porcini che crescono nelle vicinanze
Impresa epica, perigliosa, domandare ai miei amati genitori, difficile ascoltare la risposta del faggio, ma non per questo riterrei il tentativo impraticabile.
Non escludo che ci siano altre tecniche per variare le condizioni atmosferiche, per cui la lista potrebbe farsi più lunga.
Queste considerazioni notturne, accompagnate dal mobilio che stride sul pavimento del piano di sopra, non m’hanno aiutato a prender sonno, l’altra notte.
Io non vedo più un confine netto fra il possibile e l’impossibile, e questo mi tiene desto.
In rari momenti di razionalità, che in tali contesti ripassa il mio contorno con uno spesso tratto nero, riconosco l’impossibile in quanto altro rispetto alla mia materialità ed alle leggi che mi permettono d’apparire “sodo”, nel contempo la ragione mi spinge a valutare i fattori di questo prodotto e di uno qualsiasi, purché impossibile.
Ecco che allora produco un pesto di pensieri, frammento e mischio il tutto, lo zero e l’uno, aggiungo del due quanto basta. E’ indubitabile, per me, che il mio sguardo concorra alla tinta che colora il reale.
Io non posso sopportare più questo fardello, che da tempo cerco di alleggerire nell’unico modo: rendere possibile il più possibile, anche per poter dormicchiare un poco...

Lanterne


Bruciammo lanterne cinesi
ma una scampò ed i venti curiosi,
che tagliano e irridono tavolieri e gole,
verticali s’annodano intubati
e sbocciano dall’occhio corolle
immani e imbronciati solinghi
un raggio infilano ognuno
sazi mirando il proprio cantone,
per tanto daffare s’addormono
e lei galleggiò fino ai mari incoscienti,
ché la videro spiriti forse satolli.  

   
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Delle ideologie e di altre amenità


Ammetto che il vizio di qualificarmi per esclusione è ormai radicato in me, allo stesso modo ammetto che potrei appellarmi all’onestà intellettuale, per giustificarmi; qualunque sia la spiegazione di questo mio “annacquarmi”, chiarisco di non essere un politico, uno storico o un filosofo.

Libaratomi da questo peso, vado al dunque: oggi giorno, complice – a mio avviso – la diffusione scientifica di una diruta sottocultura umanistica,  tutto è analizzabile e riducibile a due stracci di considerazioni, di superficie, scontatissime, elementari...
Rimarcando ciò che non sono, al mio rozzo sguardo appaiono dei precisi colpevoli (feudatari, cavalieri e altre figure che la sottocultura porta a considerare estinti,  tuttavia vivi, in piena attività).
Vien da sé, benché io non appartenga a tutta una serie di esperti, che tali colpevoli nascano e properino in un ambiente favorevole. Come Natura impone, allora, una forma vivente cerca di crearsi le condizioni per prosperare. La solita spirale.
Giusto per citare “qualcuno”, il caro PPP, all’indomani dell’esito referendario sul divorzio, manifestò il suo pensiero, indicando l’esito come risultato del mutamento dei valori dei ceti medi, ormai sposati al consumo, al falso benessere, soggiogati ad un nuovo potere che si stava pian piano strutturando, vaporizzato in atmosfera dai mass media, sottolineando che nessuna fazione politica aveva vinto (quindi nessuna aveva perso), ma attribuendo la vittoria a questo embrione di potere, in rapido sviluppo.
Ecco: PPP era marxista. Se qualcuno preferisse (o meglio comprendesse) era comunista. Profetico, lungimirante e marxista.
Ora, aggrappandomi alla sottocultura che m’intossica l’anima (per ora respiro), faccio notare che PPP non si poteva risentire, quando qualcuno gli appioppava l’epiteto di “comunista” e ciò per due motivi: anzitutto lo era, in secondo luogo il comunismo, allora, esisteva. L’ideologia per il buon nome della quale fu espulso dal partito, per presunti atti omosessuali, era ai tempi viva, nel pieno dell’età adulta, che s’avvicinava alla vecchiaia.
I celeberrimi insulti di Giannini alla Melato “bottana industriale, socialdemocratica”, che ai sottoculturati scatenano solo risate, sono la riprova che in quegli anni l’ideologia era una linfa che nutriva la concretezza, poiché la socialdemocrazia, per i cuori che palpitavano all’unisono col PCI, era una possibilità tragica di deriva.
Quindi, il caro PPP non poteva pre-vedere che il potere da lui intravisto, avrebbe (quarant’anni dopo) agitato lo spettro del comunismo, soltanto per scaldare gli animi sottoculturati e “ben guidarli” contro un nemico inesistente.
Neppure poteva immaginare che alcune vittime di tale idiota aggressione (potremmo scrivere “i socialdemocratici”?) si sarebbero difesi invocando la minaccia fascista (oppure lo ha predetto e pre-scritto; io, ignorante, non l’ho letto).
Ebbene, facciano un po’ ciò che a loro pare; io non posso fermarli. Ho facoltà però d’indignarmi, quando qualcuno mi da del comunista (o del fascista, ma questo non è ancora accaduto, ad oggi), attribuendomi idee che il tempo ha provveduto a rinsecchire, le quali non sono semplicemente irrealizzabili; si sono addirittura estinte nella nostra società, sono pesci fuor d’acqua, rimangono impresse nei libri, che il potere percepito da PPP guida scaltramente a non leggere.  Il mio cuore “pende” verso sinistra, per una serie di motivi, ma non mi faccio coglionare da voi.
Riconosco, in quanto li vedo, gruppuscoli e frangiucole di irriducibili, d’un colore o dell’altro, ma in Italia – per ora – nulla determinano e qualora dovessero aumentare, date le condizioni sociali, sarebbero comunque morti viventi. Tanti, viventi, ma morti. Sarebbe come vivere una delle notti horror, in cui i cadaveri si animano. Passata la folata, tornerebbero a dormire.
Insomma, dovendo darmi del “qualcosa”, “qualcosa” di estinto, siate fantasiosi: morto per morto, preferirei essere additato come fenicio, etrusco, antico romano, ateniese e, malgrado stia abbassando la guardia, sumero.   

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