Enzo

la scomparsa di mia nonna paterna, nel maggio del 1994, fu per me un momento importante, di crescita, di rottura, un balzo in avanti; tutto questo malgrado l’immenso dolore che mi colpì.
Sono cresciuto con mia nonna, viveva con noi. I miei genitori lavoravano e lei badava alla casa, e a me.
Ricordo sempre, percependo una fitta, quando certi rari sabati, all’uscita dalla scuola (era la prima elementare), provavo delusione perché – come tutti i giorni – mi attendeva mia nonna invece di mio padre, al quale spettava quel giorno.
E’ questa una fitta tenue, ma che vien dal profondo. Stupida, oltremodo stupida. Ero un bambino, per cui l’emozioni – almeno allora – non venivano filtrate e bloccate da sovrastrutture antropiche, sociali. Quelle che ora, per chiarirci, non mi permettono di mordere selvaggiamente la carne dell’esistenza e mi provocano lievi attacchi di dermatite sulle braccia.
Eppure mi lascio pervadere da queste ambientazioni infantili e mi ritrovo là, sulla scale della scuola, scorgendo mia nonna col suo foulard ricamato, fra le persone che attendono i bimbi.
Stupidamente, allora, penso che vorrei rivivere quegli istanti, per provar piacere nel vedere la mia cara nonna, che ora penso sia tornata al fuoco totale, alla fucina universale.
Fu, quindi, un evento importante, perché per la prima volta compresi (anzi… tastai) la morte. La morte c’è, allora… Questo pensai. Nulla fu più come prima.
L’anno seguente, poi, scomparve un amico di famiglia, un amico di mia nonna e dei miei genitori. Un uomo sulla settantina, restauratore di mobili, che aveva una bottega d’altri tempi, col camino incrostato di colle centenarie ed un paiolo perennemente in ebollizione, con altrettanta colla pronta all’uso. Ricordo che la bottega era su due piani: il secondo non lo vidi mai; non mi facevano entrare per la presenza di macchinari pericolosi. Da bambino passai molte delle mie giornate in quella bottega, alla quale si accedeva dal salone dell’abitazione, in una casa – si dice – costruita nel 1400.
In quella casa ci visse a lungo la famiglia di quell’uomo, i suoi nonni addirittura.
Quando mio padre, bambino, era solo (suo padre non tornò dalla campagna di Russia e mia nonna era in sanatorio) venne accudito da loro, come un figlio.
Ebbene quando quest’uomo ci lasciò, dopo una lunga malattia, al momento della tumulazione piansi. Mio padre mi guardò stupito. “Non piangi mai…” mi disse.
Piansi perché con quell’uomo si chiudeva un libro, il libro della mia infanzia. Tutto era svanito, nel nulla, in quel nulla che poi ho cercato in qualche modo di penetrare, per sorvolarlo, forse.
Ebbene io non so scrivere necrologi, non è il mio mestiere. Non ho la lungimiranza della penna colta e sensibilmente fredda, e non ho bell’e pronto un coccodrillo nel cassetto.
Inoltre, questo mio modesto spazio web non è albergo di faccende serie; non mi esprimo bene, intorno a faccende serie.
Mi sono infatti ripromesso di non scrivere più nulla di cronaca, di ogni tipo. I commenti che suscita in me la cronaca, li trovo poi sempre banali, giudizi di scorza, che mai arrivano alla polpa. Inutili, per farla breve.
Questa volta non posso farne a meno e concludo:
per me con la scomparsa di Jannacci si chiude il libro di Milano, l’ha chiuso lui, come fece Renzo quando si portò con sé la mia infanzia.
Quella Milano dove sono nato, oggi, ha perso l’ultima tessera; tutto è diverso, il nome rimane, ma la città è un’ altra ormai.
I giorni sfilano inesorabilmente, noi procediamo anche nell’immobilità.
Con le lacrime agli occhi ti scrivo. Da qualche giorno, curiosamente, fra le tue canzoni che ciclicamente mi tormentano era il turno di Musical.
“Davanti al bar di un locale cinese che io… Con una voglia di pasta col pane che riempia… Magari un bidet…”.
Ciao Enzo e grazie, grazie, grazie…     

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Un commento su “Enzo”

  1. Vox tua nempe mea est. Vorrei dire che mi hai tolto le parole di bocca, ma io purtroppo parole così non ne ho mai avute. Diciamo che hai rischiarato con la luce delle parole certi anfratti bui e perlopiù indisturbati nel solaio della mia mente.

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