Enzo

la scomparsa di mia nonna paterna, nel maggio del 1994, fu per me un momento importante, di crescita, di rottura, un balzo in avanti; tutto questo malgrado l’immenso dolore che mi colpì.
Sono cresciuto con mia nonna, viveva con noi. I miei genitori lavoravano e lei badava alla casa, e a me.
Ricordo sempre, percependo una fitta, quando certi rari sabati, all’uscita dalla scuola (era la prima elementare), provavo delusione perché – come tutti i giorni – mi attendeva mia nonna invece di mio padre, al quale spettava quel giorno.
E’ questa una fitta tenue, ma che vien dal profondo. Stupida, oltremodo stupida. Ero un bambino, per cui l’emozioni – almeno allora – non venivano filtrate e bloccate da sovrastrutture antropiche, sociali. Quelle che ora, per chiarirci, non mi permettono di mordere selvaggiamente la carne dell’esistenza e mi provocano lievi attacchi di dermatite sulle braccia.
Eppure mi lascio pervadere da queste ambientazioni infantili e mi ritrovo là, sulla scale della scuola, scorgendo mia nonna col suo foulard ricamato, fra le persone che attendono i bimbi.
Stupidamente, allora, penso che vorrei rivivere quegli istanti, per provar piacere nel vedere la mia cara nonna, che ora penso sia tornata al fuoco totale, alla fucina universale.
Fu, quindi, un evento importante, perché per la prima volta compresi (anzi… tastai) la morte. La morte c’è, allora… Questo pensai. Nulla fu più come prima.
L’anno seguente, poi, scomparve un amico di famiglia, un amico di mia nonna e dei miei genitori. Un uomo sulla settantina, restauratore di mobili, che aveva una bottega d’altri tempi, col camino incrostato di colle centenarie ed un paiolo perennemente in ebollizione, con altrettanta colla pronta all’uso. Ricordo che la bottega era su due piani: il secondo non lo vidi mai; non mi facevano entrare per la presenza di macchinari pericolosi. Da bambino passai molte delle mie giornate in quella bottega, alla quale si accedeva dal salone dell’abitazione, in una casa – si dice – costruita nel 1400.
In quella casa ci visse a lungo la famiglia di quell’uomo, i suoi nonni addirittura.
Quando mio padre, bambino, era solo (suo padre non tornò dalla campagna di Russia e mia nonna era in sanatorio) venne accudito da loro, come un figlio.
Ebbene quando quest’uomo ci lasciò, dopo una lunga malattia, al momento della tumulazione piansi. Mio padre mi guardò stupito. “Non piangi mai…” mi disse.
Piansi perché con quell’uomo si chiudeva un libro, il libro della mia infanzia. Tutto era svanito, nel nulla, in quel nulla che poi ho cercato in qualche modo di penetrare, per sorvolarlo, forse.
Ebbene io non so scrivere necrologi, non è il mio mestiere. Non ho la lungimiranza della penna colta e sensibilmente fredda, e non ho bell’e pronto un coccodrillo nel cassetto.
Inoltre, questo mio modesto spazio web non è albergo di faccende serie; non mi esprimo bene, intorno a faccende serie.
Mi sono infatti ripromesso di non scrivere più nulla di cronaca, di ogni tipo. I commenti che suscita in me la cronaca, li trovo poi sempre banali, giudizi di scorza, che mai arrivano alla polpa. Inutili, per farla breve.
Questa volta non posso farne a meno e concludo:
per me con la scomparsa di Jannacci si chiude il libro di Milano, l’ha chiuso lui, come fece Renzo quando si portò con sé la mia infanzia.
Quella Milano dove sono nato, oggi, ha perso l’ultima tessera; tutto è diverso, il nome rimane, ma la città è un’ altra ormai.
I giorni sfilano inesorabilmente, noi procediamo anche nell’immobilità.
Con le lacrime agli occhi ti scrivo. Da qualche giorno, curiosamente, fra le tue canzoni che ciclicamente mi tormentano era il turno di Musical.
“Davanti al bar di un locale cinese che io… Con una voglia di pasta col pane che riempia… Magari un bidet…”.
Ciao Enzo e grazie, grazie, grazie…     

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Piazza Bastreri

Ai primi di giugno, la mattina presto, a Porto Venere si mostrano solo i gatti.
Piazza Bastreri è parzialmente all’ombra. 
Una ventina di gatti variamente colorati, svaccati con piglio imperiale sul lastricato, occupano la fetta di piazza assolata.
L’ultima spanna di coda, a mo’ di serpente brillo, imita il movimento del nostro dito indice nel gesto del “no”. 
Gli etologi ne danno una spiegazione precisa, emozionale.
Ho osservato questo dimenar di coda in molti frangenti; è un incedere da tergicristallo, ma che non si innesca per la presenza ticchettante di pioggia o di mosche, per le quali finalità (m‘arrovello anche per altri ditteri) ho archiviato finalmente gli elogi dei greci edall’Altissimo attendo chiarimenti. 
Il pendolare della coda non è mai inopportuno e andrebbe sempre contestualizzato; per esempio, quando il gatto si abbandona su di una scrivania o uno scrittoio e, con la soddisfazione che riluce dal pelo, con la coda si mette a tramenare gli oggetti,  prima di punirlo sarebbe saggio cercare fra il contenuto sparso del portapenne ribaltato. 
Ricompaiono piccoli oggetti smarriti, oppure altri abbandonati sul fondo si riscoprono utili, grazie ad una nuova prospettiva d’osservazione.
Il gatto, nella fattispecie, è investito del potere di spezzare la bonaccia del tempo; in genere, infatti, le bolle di tempo relativo (nel mio esempio è più lento, ma vi sono zone percorse da correnti più rapide) s’annidano in spazi sottratti alla vista. 
Non dimentichiamo che le zone vietate al gatto patiscono il rallentamento. Vi è un altro divenire; per questa ragione fortunosa il solaio è il regno dei topi. Il solaio è il luogo della lentezza per eccellenza e l’unica manifestazione di altra velocità  è il trafficare del topo.
Il movimento caudale, allora, è anche un messaggio alla noia; inutile cercar di ghermire prede feline.  
La prova è anche nell’immagine di Piazza Bastreri: un essere ontologicamente affrancato dal concetto di “impegno” (se fosse umano sarebbe considerato un autentico perdigiorno), mollemente adagiato al sole, non contempla il tempo della noia e, dovesse mai imbattersi in luoghi stagnanti, per sua natura potrebbe generare piccoli uragani, circoscritti ma efficaci, mulinelli che rimettono in circolo il tempo o forse l’impasto di tempo ed energie sconosciute, meglio rappresentato dal Qi dei cinesi. 
Tornando alla piazza, poi arrivò il marinaio, sozzo già a quell’ora.
Salimmo sul gozzo, puntando Palmaria, davanti a noi. 
Una donnina scalpicciò in piazza, mentre il gozzo s’allontanava; i gatti si sparpagliarono in un baleno fra i vicoli, fuggendo dall‘ipotetica minaccia. 
La donnina lasciò un cartoccio di avanzi.
   

I cavalli di battaglia

(fonte: Reuters)
Quando il mio fanciullino regnava sulle mie carni, mostrava la sua quintessenza attraverso alcune immagini, metaforiche e non, alcune delle quali erano degli autentici cavalli di battaglia (come per tutti gli umani, penso…).
Ricordo, per elencarne alcuni, l’incontro di boxe Gassman Vs Tyson (quando entrambi spopolavano), la bonza secondo la quale la temibile sindrome di Osgood-Schlatter venisse propagata dal bisbetico tacchino, il fatto che il cosmo fosse un “fottuto trucco” (con tanto di vignetta autografa che raffigurava lo stupore degli atronauti di fronte a stelle e pianeti appesi a dei fili), il fantastico animale “sabo”, che si riproduceva per scissione ingenerata da un taglio al labbro inferiore, la cui maggior causa di mortalità era la sincope e tanti altri dettagli che descrivevano con zoologica precisione l’essere immaginario.
Questi, lo ribadisco, erano cavalli di battaglia, soluzioni estratte dal cilindro di fronte a sconosciuti, idee che si diffondevano grazie all’idiozia dei miei compagni di cordata, che, per quanto idioti al punto di apprezzarle, non mi sottrassero mai la paternità di questi svolazzi giovanili. 
Uno di questi miei caposaldi riguardava i gamberetti. Durante qualsiasi discussione, ad onta dell’argomento trattato, trovavo il pertugio in cui infilare il tema del numero incommensurabile dei gamberetti. In un momento “x”, il numero di quelli vivi  e di quelli morti (freschi, surgelati, in salamoia) non era misurabile, ma certamente enorme. Qualcuno obbiettava che il numero di formiche o batteri era di gran lungo superiore… Ma ora non ricordo come smontavo questo banale tentativo di avvilirmi, forse mi aggrappavo alle nostre abitudini alimentari… Rammento un cocktail di frammenti d’apologie assortite, intorno ai matrimoni alchemici di gamberi e salsa rosa e degli amici crostacei con la pasta alle zucchine. 
Immaginate la gioia, quando nel 1997 la centrale nucleare coreana di Ulchin venne bloccata per ben tre volte dai gamberetti, che ostruirono i canali di raffreddamento. Incidente ripresentatosi nel 2011, se non erro.
Fu la mia rivincita e, soprattutto, quella dei gamberetti, quella d’una maggioranza pelagica silenziona. “Krill Kill”, oserei dire, ed ogni accostamento al film di Tarantino (film che non ho mai apprezzato) non troppo m’offende…
Il disastro della foto, fatto recentissimo avvenuto in Cile, mi ha fatto ripensare ai miei cari gamberetti, ai miei cavalli di battaglia.
A proposito di cavalli, da alcuni anni uno dei puledri di battaglia è il commento “mi sembra equino”, commento che non allude al somaro, non è disprezzo indirizzato all’oggetto del commento, ma mira ad evidenziare un’equità intermedia fra l’equo e l’iniquo.
Ora, taglio questa insignificante riflessione, perché potrebbe non avere fine, volendo ripescare nella torbiera della memoria sopita le mummie dei cavalli di battaglia spirati nel corso degli anni, ma la domanda che mi orbita intorno negli ultimi giorni è: che fine faranno, dopo la mia discreta scomparsa, i miei cavalli di battaglia?

Il suicidio delle statue

Il giorno in cui le statue del Brembi si animarono, il parroco scampanò fino a piagarsi i palmi delle mani. Lo fece di persona, avendo fiducia nel solo suo fervore, ma spedì il sacrestano, che obbedì seppur pervaso dal terrore, a convocare in chiesa i fedeli per un rosario ad oltranza, fino alla cacciata del male. Tempo dopo, quando tornò a sonnecchiare in paese una pace ispida, il Parroco iniziò a trattare quotidianamente le piaghe con balsami d’oriente, per conservarle vive, spacciandole per notevoli stigmate.
Le statue da giardino, tornando a noi, erano radunate sotto una tettoia che poggiava al muro della bottega del Brembi. Accompagnate da un insolito crepitio, suono che non s’addice alla pietra, come se volessero accompagnare la propria resurrezione con innocui petardi per bambini, imboccarono la strada di fronte. Risalendo la salita e, non si sa come, un poco sfregandosi, seguendo la curva a gomito che più su sfilava sul lato sinistro della chiesa,  s’erano poi infilate nel viottolo a destra. Divise in due  file miste, avevano aggirato l’edificio sacro lungo i lati, per sbucare sul sagrato e proseguire lungo la scalinata; venti gradini di pietra, che a piedi scalzi pareva morbida come il velluto, che scendevano nella piazza del paese.
Al centro del sagrato s’ergeva un’imponente San Cristoforo, che visto da lontano pareva un titano, poiché, come da tradizione, portava in spalla il Cristo bambino.
La statua di San Cristoforo seguitava a fissare un punto lontano, da un secolo, indicandolo con l’indice della mano destra, a braccio teso; in luogo del fiume da traversare, di fronte a sé v’era il paese, poi la valletta in cui giaceva la frazione di Odiate.
Nel florido periodo positivista, quando tutto si misurava senza apparente finalità,  dei naturalisti armati di teodolite ed altri ameni aggeggi conclusero che la traiettoria disegnata dall’indice del Santo puntava la roccia al culmine della collina, distante 3 chilometri circa, oltre la frazione.
La nomea di Odiate, grazie ai naturalisti, si rafforzò. Si sparse la voce che il San Cristoforo doveva guadare la frazione, in luogo del fiume. Il senso fu chiarissimo, anche per i più grossolani, l’elementare messaggio simbolico indicava Odiate come l’ostacolo, il pericolo.
Anche io evitavo d’addentrarmi in Odiate. Il nome astioso, le poche case popolate da cinque abitanti irsuti e leggermente curvi, la nebbiolina giallognola che dal torrentello s’alzava e impregnava le campagne… Le rare volte che il mio sangue assaggiò quell’ossigeno, in me si fece largo un risentimento profondo e ingiustificato, repentino e prepotente. A quindici anni, poi,  lessi il Milione. Si narrava, fra l’altro, di un sovrano che comandò ai suoi saggi di studiare uno stato confinante e scoprire le ragioni della violenza innata degli abitanti. I saggi sentenziarono, senza alcuna ombra,  che la terra di quei luoghi spingeva l’uomo alla pazzia. Il sovrano, perfido e spietato, fece trasportare al suo palazzo quella terra assassina, via mare, ricoprendo i pavimenti del palazzo e nascondendo il terreno infetto con sontuosi tappeti.
Il terreno malato innescò una carneficina fra gli invitati al ricevimento, organizzato a corte.
Mi resi conto che Marco Polo narrò d’una sventura pari a quella di Odiate.
Per dare una sintesi, io mi figuravo il vento infilarsi nella valletta di Odiate, incanalarsi lungo il torrentello e trasportare in paese folate d’aria; l’aria che rabbuiava la ragione, l’aria che portava in spalla l’esalazione della terra d’Odiate, mentre il San Cristoforo in spalla teneva il figlio di Dio, andando incontro alle ventate maligne e, confortato dall’Altissimo, le superava.
Le statue del Brembi erano esposte ai venti del male. La bottega era sulla via principale, all’angolo formato con la stradina per Odiate. Venivano prese alle spalle, non avevano speranza d’una esistenza statica e inanimata. La malia delle terre folli, dunque, le imbolsì e le  spinse sul sacrato, dove s’ostinarono a voler scendere la scalinata; molte s’infransero di sotto.
I nani e le Biancaneve, i cerbiatti e le anatre, avendo arti, camminavano e zampettavano con piglio che emanava insondabile sicurezza marziale. Le anfore e le amanita muscaria rotolavano, si strascinavano da sole senza obbedire a legge fisica alcuna. Le piccole grotte, con madonnina connaturata, s’alzavano in volo e procedevano rettilinee; oscillavano come appese ad un filo, come cervi volanti dal volo ubriaco.
Proprio una madonnina ingrottata, paradossalmente, fece l’unica vittima. La vergine volante non si sbriciolò contro il primo ostacolo, ma imbroccò la giusta rotta, galleggiando nel vuoto fra due palazzi della piazza. Svolazzò un paio di chilometri, poi, proprio ad Odiate, uccise uno dei cinque licantropi, entrando nella sala da pranzo, attraverso la finestra spalancata e sfondando il cranio dell’uomo lunatico, mentre divorava selvaggina senza posate.
Fu questo un incidente, senza dubbio, perché le altre statue si prodigarono in uno sterile suicidio di massa. Chi rotolando lungo la scalinata della nota chiesa, chi sbriciolandosi contro la facciata d’un palazzo, chi mettendo un piede in fallo e cadendo dal muricciolo e, infine, chi infilandosi sotto le ruote d’un carro ben carico.
Nulla accadde; non fu un  tentativo d’invasione, nessuna statua mirò al potere. Sembrò soltanto una tremenda dimostrazione di potenza.  
L’ultima statua che rimase, un cerbiatto, cadde urtando con la testa un basso ramo di fico e, coricata sul fianco destro, proseguì imperterrita a trottare, ma senza sortire effetto.
Le zampe anteriore e posteriore destra, a contatto con l’asfalto, dimenandosi incessantemente iniziarono a consumarsi, a sgretolarsi, mentre il cerbiatto girava in cerchio.
Col rumore tipico delle macine arcaiche, le zampe di destra si polverizzarono in una settimana. Quando l’ultima pellicola di zampe si disfece, il cerbiatto si inclinò verso destra, cosicché gli zoccoli trottanti di sinistra ricominciarono l’agonia da sfregamento, facendo girare in tondo la bestia granitica; le zampe rimanenti si consumarono, ma soltanto fino a metà femore, in sei giorni.
In un tale stato d’amputato, il cerbiatto si inclinò verso sinistra e raggiunse una posizione di equilibrio.
La scena non poteva che rinforzare l’ipotesi demoniaca, la forza infera e incontrastabile.
Il cerbiatto era ormai immobilizzato su di un fianco, i moncherini delle zampe e la piccola coda si muovevano senza mai una variazione di tempo; non vi era stanchezza. Chiusero la strada; nessuno si poté avvicinare all’agonica diavoleria. Gendarmi a turno, armati di tutto punto, allontanavano quei pochi e temerari curiosi.
Lo sguardo era fisso, ricordava quello d’un morto, pur mantenendo la sua nauseabonda dolcezza, essendo un simulacro del Brembi, cioè di buona fattura, malgrado tutto. Un gendarme, forse, in uno slancio d’umanità, decise di pitturare le palpebre chiuse.
Dopo cinque mesi e venti giorni, le articolazioni dei moncherini e della coda mostrarono segni di usura. Dopo altri 4 giorni caddero, lasciando la statua in uno stato di enigmatica apnea.
Nessuno poteva capire se avesse ancora un’attività, magari galvanica; perse le parti mobili ritornò apparentemente al suo ruolo di statua.
Venne trasportata nottetempo in città, con un intero battaglione di fanti come scorta; si temeva cadesse in mani sbagliate.
Non se ne seppe più nulla; nessuno domandò. Alcuni, tornando dalla città, raccontarono che nessuna forza venne rilevata dagli scienziati. Non c’era anelito alcuno, né scossa elettrica nel cerbiatto del Brembi.
I licantropi di Odiate, dal carattere schivo e imprevedibile, non figliarono e lasciarono il posto a raffinati borghesotti di città, che cercavano serenità nei pressi del torrentello.
Di quella vicenda insopportabile rimane soltanto una traccia sulla facciata del palazzo di fronte alla chiesa. Una cornice di stucco, ben fatta, racchiude un‘insolita impronta, senza alcuna targa a memoria.
Sembrerebbe l’effetto d’uno sparo a pallettoni, o di una grossa pietra scagliata a due mani; avvicinandosi un poco, l’occhio acuto può intravvedere graffi azzurri e rossi, i colori d‘uno schianto della madonnina.  

Le categorie kantiane

Caffè mattutino. E’ pacifico: il caffè contiene caffeina e favorisce il risveglio. Pare (se ne discute) che favorisca la digestione. Dosi eccessive sono eccitanti. In omeopatia, nel pieno rispetto della grammatica, coffea calma la mente che “galoppa”.
Inoltre: c’è il caffè solubile, una faccenda chimica, squisitamente chimica. 
Io prediligo la moka. Ne preparo una da tre, dopo cena e ne bevo solo un dito. Il restante lo consumo la mattina, freddo. Dopo 3 giorni, se avanzato, vira verso un gradito aroma di cioccolato.
La pressione atmosferica viene vinta dalla tensione del vapore dell’acqua e l’acqua bolle. Infatti non ribollono i laghi, per il momento.
Dal punto di vista d’un candido voltairiano, un poco cresciuto, tutto ciò è chiaro. Per esempio è chiara la ragione sufficiente per cui, se bevuto bollente, il caffé potrebbe ustionare.
Anche io comprendo i meccanismi chimici e fisici conosciuti, cioè le cause e gli effetti d’un qualsiasi evento, dedicando del tempo allo studio. Tempo fa comprendevo anche il fine ed il mezzo, li distinguevo. Poi non più. Mi spiego:  ero in grado di preparare il caffè, ma i ruoli degli attori apparivano immediatamente sfumati, senza un motivo,  e, più m’incaponivo per metterli a fuoco, più si sfocavano. Mi smarrivo in un dedalo di pre e post considerazioni inutili e prostranti
Il caffè fu il primo segnale di questa difficoltà insormontabile nel comprendere le relazioni della realtà. Il secondo segnale fu l’indifferenza verso il mio “regolo d’ingenuità”. 
E’ un regolo in legno di 20 centimetri, con 20 tacche graduate e imperniato al centro d’una cornice 30 per 30; il perno può scorrere in otto direzioni che s’irraggiano dal centro. E’ semplice. Inquadrando una persona a distanza (il viso deve rientrare nella cornice) si deve fare in modo che lo zero della scala sul regolo coincida con la radice del naso. A quel punto, ruotandolo, si annota la distanza fra la punta del mento e la radice del naso.
Poi, lo zero lo si colloca all’estremità di un occhio e si annota la distanza fra le due estremità degli occhi.
Infine, con lo zero all’estremità di un occhio, si annota la distanza fra questo e la punta del mento. Con un semplice calcolo (elaborato ispirandomi a Rodin) si ottiene un risultato che, nel continuum dell’ingenuità (da zero a dieci, da Remedios la Bella, la tabula rasa, a Mata Hari), quantifica l’ingenuità dell’esaminata. Ovviamente la scelta dei rapporti da misurare è frutto di millenari studi fisiognomici, che assumo per validi dogmaticamente.
E‘ fondamentale conoscere il grado d’ingenuità, perché fra gli ingredienti della grazia femminile c’è sempre una presa d’ingenuità. Questo lo ricordavo, ma non comprendevo più quale fosse il fine di questo mezzo e, ne consegue, non individuavo il mezzo, né il fine.
Orbene, dicevo: il caffè ed il regolo, calati nel fiume dell’esistenza, non li compresi più. Da un giorno all’altro, così. Le ragioni prime volatilizzate.
Dopo queste realtà, altre mi si svuotarono fra le mani, realtà il cui ruolo (lo deducevo osservando il prossimo mio) pareva inossidabile. L’automobile per esempio, ma anche le ciabatte, il quadro a vista, la radiosveglia che proietta le ore sul soffitto, la fedeltà perfetta del cane, la putrefazione che genera gigli, i polmoni che scoppiano dopo una corsa ed il gusto insaponato del coriandolo. Smisi persino di fumare.  
Potete immaginare quanto interesse suscitai per la scienza. Dopo classiche visite neurologiche passai attraverso macchinari dal ronzio trapanante, rigorosamente sedato. Venni addirittura spedito a New York, per essere scandagliato da un macchinario sperimentale, una tomografia avveniristica, che produsse una sequela d’immagini multicolori del mio cervello. Nulla…
Anche gli strizzacervelli, dopo avermi mostrato una collezione inesauribile di macchie simmetriche, dopo ore di ipnosi, dopo giorni e giorni di libere associazioni, conclusero che ero sano di mente.
La situazione divenne per me ingestibile. Immaginate d’essere a tavola: ci si alimenta (il che è un bisogno) con del cibo. Quale fosse il fine, quale il mezzo… io lo ignoravo. Rammento che una sera, grave passo falso, ci ragionai sopra. Conclusi che, allora, divorando una versione economica dell‘Aretusi, avrei superato brillantemente l’imbarazzo.
Mi salvò sempre il dubbio che, dilatandosi come una bolla, inglobò l’Aretusi non appena lo impugnai e con esso tutti i libri esistenti; persino quelli che non avevo mai letto e, temo, anche quelli dei quali non conoscevo l’esistenza.
Un caro amico, allora, tornato da Parigi, ci ritornò subito accompagnandomi allo studio filosofico del Dottor Rabroux, non lontano dalla Grande Moschea. “E’ l’ultima moda, suvvia!” mi rincuorò in aereo il mio accompagnatore. Il concetto di “moda” mi procurò un attacco di panico.
Il Rabroux disquisì a lungo col mio amico David (io non ne ero in grado) e concluse, con indisponente sicumera, che il mio era un raro problema di categorie Kantiane. 
Causalità e azione reciproca. Questi due cassetti della mia anima erano bloccati.
Io, potete ben capire, non compresi nulla di quanto il filosofo andava raccontando. Il concetto di cassetto, per giunta, considerando anche la valenza simbolica del termine, mi era di impossibile collocazione.
Ricordo solo che mi praticò la “mossa di Semont”; si narra che l’applicazione della mossa nei casi di categorie kantiane bloccate fu ipotizzata da un fiosioterapista esoterico (che non vuole dire nulla), un essere vivente poco diffuso persino a Parigi, più raro del domatore di topi e del consulente finanziario-medium; questi – per onestà intellettuale – domanda agli spiriti previsioni sull’andamento di borsa. 
Pare che la mossa di Semont sia utile nei casi di labirintite.
Il concetto, per il mio amico David, fu semplice da comprendere: diamo uno scossone, può essere che i cassetti ricomincino a scorrere lungo i propri binari.
La mossa mi procurò nei giorni a venire una violenta labirintite.
Rinchiuso in casa vagavo a tastoni, come un cieco m’appoggiavo persino ai fiori del bagno. Il contatto con qualcosa di statico mi ridonava equilibrio.
Dopo giorni d’incessante burrasca, le mie acque si placarono.
David vinse la mia ritrosia e mi accompagnò in un lurido pub.
Fu lì, quella sera, che un’avvenente donna mi fissò con sfrontatezza. I suoi occhi erano neri come la nigredo, perciò scintillavano promettenti faville; avevano la forma della più classica delle mandorle… Non v’era dubbio alcuno.
Istintivamente cercai nel borsello il mio amato regolo. Vi era ingenuità nella fanciulla? Il regolo giaceva polveroso nella libreria, fra due trattati di lettura del viso.
In quel preciso istante, figurandomi il regolo a riposo fra i libri, compresi d’essere tornato normale.
Fu la mandorla, che nulla ha da spartite con l’occhio, se non metaforicamente, che mi confermò d’essere tornato alla ragione.
Quale sia il fine e quale il mezzo nei rapporti molteplici fra uomo e mandorla, benché sia vana speculazione, dev’essere ben chiaro nella mente, per potersi permettere la manipolazione simbolica d’un vocabolo.
Quando tornai a casa, la sera stessa, tutto mi era chiaro. Finalmente, dopo mesi da candido errante, tutte le certezze erano affiorate dalla ribollita della mia anima.
Finalmente tornai alla mia consueta ottusità, alle mie inattaccabili certezze, all’equilibrio che mi permette di gettare al vento i miei giorni. 
  

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