Una domenica

Il prete dell’oratorio del mio paesucolo aveva il pessimo vizio di torcere le dita ai bambini, per estorcere (perdonate il bisticcio) informazioni od ottenere prestazioni (rigorosamente oratoriane, si diceva) dai bambini.
Mi trovai, convinto da una di quelle dolorose torsioni, a lavorare nel bar dell’oratorio che, rispetto ad ideali canoni estetici ed etici, rappresentava la dedizione alla più totalizzante sciatteria.
L’ambiente confinava con la fatiscenza; il bancone era invaso da odiose caramelle gommose variopinte, non si potevano servire caffé ed, infine, non c’era neppure uno straccio di televisore. Ogni tanto entrava qualche perdigiorno con la radiolina incollata all’orecchio; guardava, chiedeva la solita birra che non era in vendita e se andava. Io mi domandavo, e tuttora me lo domando, cosa possa c’entrare Dio con quella bruttura domenicale.
Tornando alle dita: in una giornata anossica, come quella cantata in “Azzurro”, il prete entrò nel bar e si protese verso di me, acchiappandomi in una morsa d’acciaio la mano sinistra. Domandò perentorio: “Tosetti, cosa fa l’Inter?”.
Io risposi prontamente: “Perde tre a due!”. 
Il prete abbozzò un sorriso e, come sempre alacremente, mi torse indice e medio della mano che aveva preventivamente catturato.
Io sentii un dolore insopportabile, udii anche un rumore sordo, simile a due calamite che si attaccano l’una all’altra, uno “”stloc!”.
Con noncuranza il prete se ne andò a passo veloce, impensierito d’un lampo, come un animale al quale piglia chissà quale improvviso uzzolo.
Il mio medio sinistro era notevolmente rosso e faticavo a piegarlo.
Il bar seguitava ad essere vuoto. Uscii nel cortile. Davanti a me si parava la facciata delle vecchia chiesa, diroccata e triste, rasente i muri ciuffi di parietaria, alla quale nessuno badava; gli allergici la guardavano si sbieco, come penso si guardi il basilisco, gli altri erano sopraffatti dall’indolenza della gioventù, che si occupa sempre di guardarci dalle attività che nobilitano.
Il pomeriggio persisteva nel suo stato anossico. Il cielo era veramente troppo azzurro. 
Sulla sinistra del cortile vi era l’entrata del vecchio cinema, anch’esso in disuso; era aperta.
Feci un passo verso il cinema, incuriosito, quando sentii un lungo e profondo muggito provenire dalla sala di proiezione.
Mi fermai insospettito, il muggito aumentò d’intensità. Pareva il lamento di una nave che si inabissa.
Improvvisamente il muggito cessò e, dopo un istante di silenzio totale, il tetto collassò sprofondando nella sala di sotto.
Il cortile fu invaso dalla polvere umida che sbuffava dalla porta del cinema. Il rumore di pietrisco si trascinò scemando per qualche secondo.
Fuori dall’oratorio c’era la solita gentaglia della domenica; quella che sosta sulle panche della piazza con la radiolina, cercando d’ingannare l’inedia, per poi morire d’angoscia il lunedì. Accorse subito un gruppetto di curiosi a vedere il disastro. Un tizio arrivò con la radiolina incollata all’orecchio, urlando che l’Inter aveva pareggiato: Altobelli.
Dopo due ore estrassero dalle macerie un bambino, vivo anche se malconcio, ed il prete, anch’egli malmesso.
Mi domandai perché il prete fosse nel cinema, chiuso da anni, col bambino; forse per torcergli le dita, senza essere disturbato.
Caricarono il Don sulla barella.
Mi avvicinai e gli dissi: “Don! Don! L’inter ha pareggiato!”. Lui, senza voltarsi verso di me, imbragato da mille cinghie, allungò la mano e, cogliendomi di sorpresa, mi torse ancora il dito medio della mano sinistra.


Uomo-di-che?!

Desidero intensamente incollarmi come descrizione la peculiarità dell’ambiente in cui sono cresciuto.
Trovo romantico appiopparsi legittimamente un suadente “di bosco”, “di montagna”, “di golena”, “di sabbie”, “di doline”, di nebbie”, “di mare”.
“Di laguna” mi fa vibrare particolarmente. 
Sarebbe il mio apogeo, la mia vetta.
Nelle lagune cadono gli ubriachi. 
Nelle lagune dell’altro emisfero vengono celermente dilaniati dai coccodrilli. Camminano a fatica lungo la lingua di terra che separa le acque salate dalle salmastre, cercando di pendere verso la laguna; nell’oceano annegherebbero. Ho sentito in Messico racconti di ubriachi precipitati nella laguna, caduti da finestre o balconi dei luoghi di perdizione, puntualmente sbranati.
Fa tanto condottiero, l’uomo “di laguna”, fa esploratore, viaggiatore senza paura, con mille e mille macchie nell’anima. Macchie agrodolci. 
E’ sindacabile il mio sentore; “di mare”, sicuramente, gode di maggior fama, ma l’uomo “di laguna” conosce due acque.
Un ragazzetto cresciuto intorno al vecchio porticciolo di Savona potrebbe definirsi “di sabbie relitte”, perché le hanno prelevate dai fondali marini, oppure “d’ostacolo”. 
“Sono un uomo d’ostacolo”… Servono spalle ampie, per mostrare il volto con questa cicatrice.
Savona è un ostacolo, venendo da Cuneo. Compare all’improvviso (non ricordo segnali premonitori). Ci si accorge che il mare è a pochi metri, ma davanti ai nostri occhi c’è la città.
La  mia auto definizione ambientale sarebbe incresciosa: sono nato a Milano, ma da bambino mi sono spostato in Brianza, al seguito dei miei, in provincia di Como.
Ora, ripercorrendo la mia infanzia, qual è il tratto peculiare della mia Brianza da bimbo?
La campagna era già troppo frammentata, per essere tale. 
Le nebbie impenetrabili erano relegate nei libri. Mai viste, ma i vecchi me ne parlarono a lungo: le nebbie ed il gelo. Tutto sparito, storie d’altri tempi, come i tedeschi.
Mi rincresce di non aver vissuto i nebbioni solidi. Li ho frequentati per un certo periodo, nella zona della bassa mantovana; la gente ne risente. Ricordo che la nebbia deponeva sugli argini le vittime notturne di quel vivere di poco. 
Li preparava di notte, per farli trovare la mattina.  
Inevitabilmente, però, arrivo al dunque.
Tentenno, per ovvi motivi, ma nel mio caso dovrei citare le deiezioni di gallina.
E… Quindi?


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Abissi

Guardo sempre con molta curiosità le immagini di pesci ed altre bestie abissali.

Il progresso tecnologico permette allo scienziato di arrivare a distanze prima inimmaginabili; oggi si praticano carotaggi su Marte e si pescano super crostacei a sette chilometri di profondità; questi sono belli pasciuti e non nego di essere incuriosito anche dal punto di vista gastronomico.

La singolarità di queste moderne “catture” mi colpisce, non tanto per l’aspetto di questi esseri, ma per la loro provenienza: l’abisso.

Gli abissi nella nostra esistenza discendono tutti da un concetto primigenio, sono anzitutto declinazioni di un’idea. Vi sono gli abissi marini, profondità impressionanti dove non vi è luce, né ossigeno.

Vi sono poi gli abissi esplorabili della terra emersa e quelli sotterranei laddove, potendo percorrere a ritroso il percorso del magma, ci si troverebbe a nuotare nel mare magnum di pietra fusa, il ribollire dell’indifferenziato, la pietra liquida staminale del pianeta.

Da questi ambienti si ripescano creature mostruose, simili alle chimere conservate nei musei, dai grandi occhi vetrosi, dalle fauci sproporzionate, dai colori lattiginosi, che disperatamente virano verso il bianco, perché laggiù manca la luce.

Probabilmente, anche l’esplorazione dell’oceano magmatico ci darebbe sorprese analoghe dal punto di vista chimico; mi permetto perciò un parallelo irresponsabile, fra elemento, molecola e organismo vivente.

Vi sono poi gli abissi impalpabili della profondità umana e animale. L’inconscio individuale, che, similmente al magma vulcanico, seguendo percorsi eterei di minor resistenza si tuffa nel grande mondo collettivo.

Anche da quest’ultimo riaffiorano immagini talvolta curiose, oppure agghiaccianti. Esseri orrendi, antropomorfi o bestiformi, insettoidi raggelanti e ibridazioni fra esseri organici e macchinari, sbuffanti e stantuffanti, che rimandano alle visioni da DMT, al sorprendente succo del Bufo, raccontate dal compianto Jerry Garcia. Il simpatico Bufo, inoltre, incarna alla perfezione l’idea della creatura abissale e la incarna perché indossa l’unico abito possibile, nel pieno rispetto della natura delle cose. E’ il rospo, infatti, che mi gracida alla porta unicamente di notte, avvolto dall’alone umido che il giorno poi dissolve; il rospo forse m’invita a scorrazzare fra gli abissi della mia esistenza, siano essi in me, o all’esterno.

L’unico ostacolo interposto fra me ed il rospo è la più materiale quotidianità, l’impossibilità nel vivere sia l’abisso, che la luce. L’uno invade l’altro, lo minaccia, lo inquina.

Fra gli abissi si incontra quindi la notte oscura, ambiente assai sorprendente, se si considera che il giorno e la notte sono due acconciature della stessa modella, eppure non tutte le differenze sono conosciute, poiché alcune sono ostinatamente ignorate, come il silenzio imposto dalla pallida e zoppa luce lunare, in contrasto con la sarabanda diurna di fratello sole.

Anche la notte, insomma, brulica di esseri confinati nell’abisso oscuro, che al sole scompaiono come vampiri, oppure assumono un aspetto meno spaventoso, mantenendo un certo grado di ripugnanza esclusivamente per fattori di tipo comportamentale o igienico. Aggiungo che l’abisso notturno (o l’abisso del silenzio, anche diurno) ci regala l’intuizione.

Fino alla noia devo citare Borges (è d’obbligo), per il quale “Le notti sono onde superbe: neroazzurre pesanti onde cariche d’ogni sfumatura di fondi detriti e di cose improbabili e desiderabili. Le notti son solite arrecare misteriosi doni e rifiuti, oggetti a metà ceduti a metà trattenuti, gioie con un emisfero oscuro.”.

Il caro vecchio Nietzsche ammonì che, scrutando a lungo nell’abisso, l’abisso scruterà in noi; come se questi si accorgesse, si volgesse verso di noi. Il celeberrimo occhio di Sauron vede ciò che ricade nel suo campo visivo. E’ un rapporto, per certi rispetti, leale. La vista dell’abisso non trapassa le montagne; al limite ci guarda di sottecchi.

Gli abissi sono vivi, è chiaro. Non solo perché sono percorsi da abitanti, non è vita riflessa, ma propria. Gli abissi non sono soltanto nere spelonche.

All’abisso strappiamo degli abitanti, ma l’abisso talvolta ce li dona, spiaggiati la mattina sul cuscino o lungo i marciapiedi. Non è un atto di generosità; è un reflusso gastrico.

Concludendo la mia povera riflessione: perché, visto che le correnti abissali ci recapitano anche regali preziosi, l’accezione comune del termine è negativa? Perché, per l’essere umano, l’abisso è soltanto il tremendo digestore, sul quale bordo si sosta prossimi alla fine?

Ecco che, il mattino, la nostra scarsa familiarità col discernimento ci condanna.

Io fatico, all’alba, a differenziare i doni degli abissi.

Dovrei scartare le sorprese diaboliche, tentatrici, pericolose e tenermi i gioielli d’incalcolabile valore, come l’ambra grigia del mio personale abisso.

Dovrei (e dovremmo) imparare a riconoscere i doni, fra i rifiuti. Le ossute vacche di Calcutta, che pascolano sulle distese d’immondizia, vivono dei doni di un abisso.


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