Un calabrone

Fra tutti gli insetti, anche il calabrone viene attratto, la notte, dalla luce artificiale.
Un calabrone, così minaccioso (tronfio, pieno della sua nomea), entrò in casa mia nel buio estivo e puntò immediatamente la luce che proveniva dal bagno. Dal punto d’entrata del calabrone, quella luce era poco visibile; dalla porta del bagno promanava una debole pennellata di luce gialla, che moriva nel buio.
In bagno si produsse in un numero di alta scuola naturale: s’appiattì, inspiegabilmente, entrò nella lampada, sottile come una tenia s’insinuò nei tre millimetri di spazio fra il soffitto e l’applique.
Ivi incontrò la lampadina incandescente, l’esca alla quale aveva così scioccamente abboccato.
Con grande stupore notai che non riuscì a ripetere il numero, alla rovescia. Non s’appiattì per fuggire, no. Più tardi, riflettendo, conclusi che il pensiero non l’aveva neppure sfiorato.
Iniziò, invece, a girare in cerchio, attorno alla lampadina, all’interno della lampada.
Il suo movimento circolare non venne accompagnato da una costante rotazione intorno al suo stesso asse.
Il suo incedere fu nervoso, rapido, cocciuto.
Il ronzio, sul quale parevano scivolare i suoi rapidi movimenti, lo faceva rassomigliare a qualcosa di meccanico, ad un minuscolo capolavoro.
Lo osservai per qualche minuto, poi me ne andai.
Proseguì per qualche ora, poi il ronzio si fece intermittente, fino a sparire.
La mattina seguente lo vidi stecchito, un poco cotto; mi domandai se fosse giusto che un insetto (benché tale) schiattasse ingannato da una fonte di luce che non esiste in natura.
Il fatto è che non serve analizzare i ghiacci del polo ed elencarne gli inquinanti, per capire quanto siamo nocivi.
L’applique, tra l’altro, se ne stava attaccata al soffitto da anni, con della semplice colla. Dico io… ma è normale?

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