Leggo spesso i commenti di Aldo Grasso, sul sito del Corriere, perché lo ritengo un acuto osservatore della fenomenologia televisiva, e non solo, anche se – non me ne voglia… Ma tanto non mi leggerà – l’immondezzaio infinito della televisione, spesso fa si che le sue mani s’insozzino e che, è questo l’effetto, paia occuparsi di questioni assolutamente futili.
Purtroppo, questa è parte della sua materia. 
Non capisco bene, però, questo suo articolo.
La considerazione sulla scopiazzatura di battute circolanti su twitter, da parte di Crozza, non m’appassiona. Mi pungola, invece, la riflessione breve sull’acquisto di libri di poesia, dopo che Saviano ne tratta in televisione.
Non che voglia difendere Saviano, non ne ha bisogno, ma non comprendo la critica.
Siamo pecore? Si, senza dubbio, non c’è bisogno di Grasso e di Saviano per aprire gli occhi.
L’argomento è anche molto complesso, le regole sottese alle dinamiche delle masse sono spesso ignorate, banalizzate, ma lavorano nell’ombra costantemente.
Essendo pacifico il nostro incedere ovino, perché non gioire (si, gioire) se una trasmissione, in modo pur criticabile, induca all’acquisto di un libro di poesia (fra l’altro, di una grande poetessa)?
Il timore, poi, che si imiti, in ultimo, noi stessi, è più che fondato… Ma dove sta il male?
Intendo dire che, facendo un onesto bilancio, quindi elencando costi e ricavi, meglio un libro acquistato grazie a Saviano, che una lite in famiglia per la nomina di un coglione qualsiasi, “abbandonato” alle telecamere su di un’isola o chiuso in una casa a cinecittà.
Non ci si può lamentare della mancanza di cultura, per poi vivisezionare a scopo demolitorio i tentativi di diffusione della stessa.
Quando un organismo annaspa, quando si ha fame d’aria, una boccata permette di trascinarsi almeno di un passo, per poi sperare sempre in una rinascita futura.

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