Psicosomatomeccanica

Questa mattina sono salito sul treno definito “cacato”. In realtà non è più cacato dell’altro “modello”. E’ soltanto ad un piano solo, mentre l’altro ne ha due.
Per il resto, non cambia nulla. E’ sporco, non tutte le porte funzionano, il riscaldamento è troppo alto o troppo basso, spesso il treno è troppo corto e le persone sono costrette a stare in piedi e, in ultimo, il ritardo è così consolidato, che, di fatto, non può essere definito tale… Nel senso che, se un giorno per caso dovesse giungere a destinazione in orario, penserei di essere in anticipo.
Il treno di questa mattina, però, malgrado la platonica “cacataggine”, aveva qualcosa di curioso, di organico, oltre agli umani passeggeri e allo sporco: respirava, o comunque mugugnava una specie di “Mmmmmmmmmh” inespressivo, a intervalli regolari.
Non era il solito “Mmmmmmmmmh” di piacere, oppure quello che accompagna una breve riflessione. Era un muggito soffuso e senza crescendo, una nota di tromba infilata subito perfetta e tenuta regolare. Il tutto ogni 50-60 secondi circa. Inizialmente mi pareva di essere trasportato su di un vermone gigante, seduto nelle sue viscere, poi questa respirazione meccanica mi ha fatto ricordare i rumori a frequenza costante dei sommergibili.
A dir la verità non sono mai salito su di un sommergibile, ma quelli che ho visto in tv sono popolati da rumori precisi, e tutti a frequenza regolare: il sonar prima di tutto, poi si aggiungono quei rumori da torsione ansiogena, quei “C-cc-ccc-ccccrrrr” che, penso, derivino alla pressione esercitata sulla struttura del sommergibile.
Allora ho pensato che un’eventuale irregolarità nel respiro meccanico potesse essere un sintomo di sofferenza del treno-vermone.
Ho pensato che, per esempio, se il rumore fosse accompagnato da una sorta di fusa di gatto, potrebbe essere aneurisma dell’aorta, come lessi in un racconto di Šalamov.
A questo punto, mi sono ricordato che anni fa ero convinto di tingere (in senso alchemico) gli oggetti con la mia aura. Cioè: se un interruttore in una casa non funzionava da mesi, io, toccandolo, lo “guarivo”. Questo riprendeva a funzionare, è successo, lo giuro. Il mio impianto stereo, inoltre: il cd saltava quando ero in un periodo di maliconia. Funzionava perfettamente quando io ero felice, leggero. Potrei fare altri esempi, ma questi bastano per portarmi all’argomento centrale: in base a questa mia convinzione, avevo elaborato una teoria che associava (con uso di evidente ana-logica) un organo umano ad un pezzo dell’autovettura. E’ facile accostare lo stomaco al serbatoio, il tubo di scappamento all’intestino, la centralina al cervello, non dimentichiamo poi la relazione benzina – sangue… Le cose si complicano passando in rassegna le parti più misteriose, per un non  addetto. Per esempio: quale sarà mai la cistifellea dell’automobile? Questa teoria non era pura speculazione: poggiava sull’esperienza di mio padre e voleva essere utile a tutti.
La sua auto (una Fiat Tempra) si spegneva in corsa, all’improvviso, senza avvisare, in sorpasso. Nello stesso periodo lui cadeva svenuto, o sveniva seduto e non cadeva, all’improvviso, per pochi secondi, poi si riprendeva come se nulla fosse.
Quando i medici capirono che si trattava di un problema al seno carotideo, allora finalmente, con un pacemaker, il problema svanì e, negli stessi giorni, dopo due anni di inutili consulenze meccaniche, un vecchio saggio avvinazzato capì che l’auto non funzionava a causa degli iniettori sporchi. Un poco di additivo e l’auto guarì, contemporaneamente a mio padre.
Fu la prova: la mia intuizione era corretta. L’uomo tinge i macchinari, li impregna, li influenza.
Iniziai allora ad elaborare la teoria: immaginai una categoria di meccanici evoluti; essi, una volta raccolte informazioni sulla salute del conducente dell’auto, poi ascoltando i gemiti del motore (o il silenzio, nel caso di mancata accensione), con due utili consigli di vita, guarivano l’uno e l’altro, l’uomo e la macchina, la mente ed il corpo.
Purtroppo, i sentieri dell’esistenza non mi hanno consentito di terminare la stesura del manifesto di questa nuova categoria, ma il nome della materia ce l’ho: psicosomatomeccanica.

Share

Interzona Incorporati

Il fattaccio è accaduto ieri; pranzavo da solo.
A me piace pranzare da solo, perché – mentre mangio – posso pensare a ciò che più mi aggrada. Posso anche non pensare, concentrandomi sulla masticazione, oppure visualizzando il sole in tramonto all’altezza del terzo occhio.
A prescindere dalla meditazione, io ho veramente il terzo occhio, che – grazie ad un tessuto corneale differente – blocca alcune frequenze della luce e mi permette di fissare all’infinito il sole.
Inoltre, il mio terzo occhio (grazie a particolari cellule ciliate) cattura l’umidità dell’aria e non ha ghiandole esocrine umettanti.
Il mio terzo occhio (quindi quello vero, non sto parlando delle solite umanissime storie di chakra), lo tengo sempre chiuso, non ha peluria, nessuno l’ha mai notato.
Si dà il fatto che, consumato metà del primo piatto, siano entrati cinque colleghi. Si dà il fatto che, fra quei cinque, ci fosse anche “X”.
X è un buon cristiano. Vive di affari propri, è cortese; mi parrebbe anche generoso, ma non ne ho mai avuto le prove.
Uno dei cinque finge di vedermi con la coda dell’occhio e commenta: “Ah, ecco! Pensavo proprio: chissà chi è quello lì con la faccia da brigatista rosso!”.
C’erano poi tre donne (colleghe, appunto), oltre questi due. Una carina, due no.
Ora devo confessare che, in realtà, faccio parte dell’Interzona Incorporati (l’ho fondata veramente, io, ma non è il momento di dettagliare) e, quindi, ben altro rispetto ad un datato e terrestre “brigatista rosso”.
Ho estratto dalla tasca interna della giacca la pistola disgregatrice silenziata, a raggio verde negativo, e, fissando il suo sguardo sbigottito, gli ho sparato dritto nel terzo occhio. Il suo, quello eterico, il chakra.
Lui è ricaduto sul divanetto, con la bocca spalancata, ho sublimato così la sua espressione stolta. Zero sangue, un lavoretto pulito; il raggio mumifica all’istante le pareti del buco che procura nei corpi viventi.
Poi ho sparato alla più brutta, alla carina ed alla bruttarella. L’ordine decrescente ha seguito il volume delle urla, altrimenti avrei sparato, in ordine: alla carina, alla brutta ed alla bruttarella.
A quel punto X mi guardava atterrito. Il suo sguardo mi ha fatto indugiare qualche secondo, ma poi gli ho sparato in bocca, proprio appena ha iniziato a balbettare una preghiera automatica, di quelle polverose, ricoperte da matassine di lanetta, quelle adagiate sul fondo dell’anima da decenni.
Mia nonna (avevo una nonna umana) recitava:

“requiemeternadominisdominisluxperpertualuceaterequiescantinpaceamen”. Ecco cosa intendo per “preghiera automatica”.

Comunque: poi sono accorsi i gestori del locale. Marito, moglie e il ragazzo che serve ai tavoli, che penso sia cingalese.
E… nulla… li ho dovuti uccidere. Penso che anche il cingalese si sia appellato in cingalese a qualche suo Dio bizzarro, un Dio che odora di cumino, uno di quegli Dei con proboscide e dieci braccia, o con un solo braccio e dieci proboscidi e ottanta code. Non ho capito nulla, ma mi sembrava sempre una preghiera automatica.
 

Share