Di sguardi bovini

E’ difficile tentare di disquisire intorno a questa definizione, perché l’uso che ne faccio (pertanto naturalmente considero il lato soggettivo) va a toccare temi molto delicati.
Scorgo guardi bovini nell’ammiccare di certe persone, con alcune inclinazioni sessuali. Nulla da commentare intorno alle inclinazioni, ognun per sé. In questo caso preciso che lo sguardo è per me bovino in quanto s’annacqua all’improvviso. Le occhiate si incrociano, una s’annacqua. Ecco il segno. Lo sguardo bovino.
Bovino è anche lo sguardo di chi non capisce. Non intendo la mancata comprensione per problemi casuali o causali d’udito. Mi riferisco al non comprendere derivante dalla mancanza di cultura in merito. Quando non si dispone degli strumenti per capire, allora lo sguardo si fa come smarrito, lo sguardo vorrebbe “bere” dall’occhio dell’interlocutore il senso di ciò che si ascolta, in modo da chiudere il cerchio, ma dallo stesso sguardo assetato traspare soltanto l’oscuro vuoto dell’enigma. Aggiungo che questo caso è ben riconoscibile, perché l’occhio dell’ignorante accusa un tremolio impercettibile, come il nistagmo fisiologico, che rivela la tensione trasmessa ai bulbi dallo stallo della razionalità. E’ un meccanismo semplice: se ci si poggia di peso sul coperchio d’una pentola, contenente acqua in ebollizione, il coperchio è immobile, ma il tremolio causato dal bollore investe la pentola.
Tempo fa ebbi l’intuizione, pensando ad una persona alla quale non posso nemmeno alludere, di definire il suo sguardo da “bovino ingrato”.
All’acquoso vuoto di cui sopra, s’univa l’aspetto orrendo della persona, una donna brutta e sciatta, la cui indolenza eccezionale, incommensurabile, mi permette ora di unirla idealmente ai suoi stessi antipodi, al cui polo geografico presiede – potentissimo – il verso di Borges: “Tu così indolentemente e senza fine bella”.
Questa mia uscita si dimostrò felice, in quanto la definizione si rivelò adatta anche ad altre persone (sia oggetti della definizione, che utilizzatori della stessa).
Non posso che citare, infine, Stefano Benni, il quale dipinse l’immagine perfetta dello sguardo della mucca quando passa il treno. In questo caso (del resto Benni è Benni), non c’è bisogno di alcuna spiegazione.

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