L’ascensore di Pat

C’è un ascensore che vedo tutti i giorni e che saltuariamente uso, il quale emette un “plim-plom” copiato da un brano di Pat Metheny.
Sono troppo sicuro; quando sento questo “plim-plom”, il “plim-plom” che avvisa dell’arrivo dell’ascensore, quando si aprono le porte scorrevoli, io subito ci attacco mentalmente il “plim-plom” successivo, come da spartito del grande Metheny.
Penso che passi da un “plim-plom” in maggiore ad uno in minore…
Il brano dovrebbe essere “Message to a Friend”, tratto da ” Beyond The Missouri Sky”. Disco meraviglioso.
Il problema è che questo maledetto ascensore mi sta imprimendo a fuoco, nella mente, questo brano; da diverso tempo non mi abbandona mai. Sto male. Aiuto…!

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Marcello, come here! Hurry up!

“Dentro la Fontana di Trevi, durante le riprese, feci su e giù una notte intera, senza mai inciampare. Marcello invece aveva freddo e così vuotò una bottiglia di whisky. Cadde tre volte. E per tre volte furono costretti ad asciugarlo. Alla fine gli fecero indossare gli stivaloni da pesca sotto i pantaloni”.
Fabrizio Roncone intervista Anita Ekberg, Corriere della Sera, 27/09/2011

 
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Pecoropoli

Oggi ho partecipato ad una riunione di lavoro, una di quelle estenuanti, nella quali si deve solo ascoltare per circa 3 ore. Mentre non ascoltavo, guardavo la tizia che presentava il suo prodotto; mi ricordava l’immagine di un bestiario. Uno di quei volti caprini, o pecorini. Forse più pecorini.
Ho pensato, allora, di scrivere la sceneggiatura di “Pecoropoli”, cioè il film che narra di una città (o meglio, una società) dove non si riesce a combinare nulla, a causa dell'”effetto pecora”, che domina le menti ovine degli abitanti.
Mi spiego: che so… sto andando a fare un aperitivo con un amico (ah! Vengo sempre redarguito se dico “prendere un aperitivo”) e, cammin facendo, incrocio un gruppo di ben tre persone. Siccome noi siamo in due, per “effetto pecora”, invertiamo la marcia e seguiamo i tre, quindi diventiamo cinque e niente aperitivo, a meno che anche gli altri tre non abbiano il medesimo intento.
Poi, ovviamente, in cinque notiamo due o tre gruppetti di, che so… sette, otto, sei persone. Allora ognuno dei cinque, seguendo un’ovvio meccanismo di simpatia, si unisce ad uno dei gruppi avvistati, e così via…
Il risultato è una società caotica, improduttiva, priva di relazioni sociali se non effimere e inconcludenti, con grande difficoltà a riprodursi. Un mondo destinato alla catastrofe, al fallimento, governato da un re-pecora,  che s’illude di manovrare  le masse ovine, mentre, mestamente, segue le stesse dinamiche a corte.
Ecco… Beh, grazie alla tipa pecorina.

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Visioni del futuro

La cosiddetta “Tradizione”, che affonda le radici nell’alba dell’umanità, confluita nella Stregoneria moderna, nella Magia che sopravvive al tempo, indica quale tecnica per prevedere il futuro, quella di dormire in presenza di una scrofa (meglio se gravida) o, non disponendone, di una sua immagine o rappresentazione. Va bene, quindi, una foto o una statuetta nella camera da letto, sul comodino.
Ci sono racconti antichi di fuggiaschi che, nascosti sotto il pavimento di legno di una porcilaia, sognano la loro stessa fine, o la fine della vicenda. Sovrani illuminati (illuminati da altri, che reggono il lume) dormono con un simulacro di scrofa e non hanno bisogno, quindi, di scagnozzi che spiano il popolo al mercato, per poi fuggire a Samarcanda, dopo aver incrociato lo sguardo della Morte fra le bancarelle.
Ho voluto sperimentare, ponendo vicino alla mia testa, sul comodino, una fotografia della scrofona domestica di cui sopra. Ho sognato costine. 
Funziona.

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Trota

Pochi giorni fa era il compleanno del Trota, ma non lo sapevo.
Siccome dovrei vivere in Padania (così dice lui, quando traduce i borbottii del padre), allora temo ritorsioni; se le ronde padane lo venissero a sapere, verrebbero a prendermi a casa, allora scoprirebbero anche che mio padre pesca le trote tutte le domeniche. Ne porta a casa a decine, tanto che mia madre arriva al punto di cucinarle nel riso e come polpette, giusto per variare il gusto, ormai nauseante per me. Mio padre, non ne parliamo. Non le mangerebbe neppure fatte in frappé.
Insomma: tutte le varietà di trota (il Trota compreso) sono per me degli enti incompiuti. La trota (quella che guizza, con le branchie) è un pesce, ma non uno di quelli per cui perdo la testa… si… lo mangio, ma ne farei anche a meno. Il Trota è uguale. E’ un essere umano; c’è, esiste, lo sento    dire strafalcioni, ne leggo i pensieri desolanti. In quanto essere umano me lo sorbisco, ma ne farei a meno. Spero che mia madre ne faccia polpette, potrei così digerirlo ed evacuarlo, il Trota.

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