Ranocchi

Questa mattina, una di quelle contrassegnate dalla desolazione nel cuore, sul treno ho visto un geologo che conosco. Io lo conosco, ma lui non si ricorda di me.
Io, al contrario, lo ricordo bene. Lavora all’Università di Milano, ho assistito anche alla sua tesi di dottorato, che – rammento come fosse ieri – avevo trovato molto noiosa.
Io non sono geologo, ma qualcosa non tornava nell’esposizione.
Mi dava la sensazione di aver rimescolato gl’ingredienti, e nulla più; come se un ristoratore, tutto esaltato, mi proponesse i quattro formaggi agli gnocchi. Ecco, avevo proprio quella sensazione.
Quindi: questa mattina in treno, lui, dotto disquisiva di scienze. Io, memore della sua tesi, a conoscenza inoltre del suo percorso universitario seguente, non ce l’ho fatta.
Mi sono alzato, gli ho puntato l’indice, dritto verso il naso, a 20 centimetri di distanza.
Ho urlato una cosa tipo”AAAUAHHHGGGG!” e l’ho trasformato in ranocchio.
”AAAUAHHHGGGG!” non significa nulla, ma non potevo scatenare l’incantesimo, senza utilizzare una parola magica, in pubblico. A casa mia me ne sbatto, ma in pubblico non si può.
E allora lui era lì, coi vestitini precisi a quelli di prima (da umano), che si erano adatti come taglia e forma alle nuove sembianze, era lì che gracidava sul sedile.
Gli altri passeggeri erano attoniti. Ho chiamato una tizia, una brutta tizia, che si è avvicinata a me con la morte nel cuore, mi temeva.
L’ho obbligata a baciarlo. Lui è tornato umano, coi vestiti come prima, normali, come se nulla fosse accaduto. La magia è da non crederci, è pazzesco come mutino i vestiti, coerentemente. La tizia è svenuta.
Poi, nulla. Il treno è arrivato a Sesto, sono sceso.
In carrozza tutti muti.
Lui non disquisiva più di scienze, il coglione.
In ogni caso, continuo ad avere la desolazione nel cuore. Questa sera salgo sul treno e li trasformo tutti.

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Game Over

Grazie, B., per essere rimasto ostentatamente al mare mentre gli elettori (compresi i suoi) correvano ai seggi, bissando l’“andate al mare” di Craxi modello ‘91, il che fa ben sperare nello stesso epilogo: la spiaggia di Hammamet nel giro di un paio d’anni o, in alternativa, la galera.


Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, 14 giugno 2011

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Passante mobile

Io stabilirei la pena di morte per chi pronuncia frasi fatte o battute logore. Mi infastidisce terribilmente, mi rende triste. Un classico, per intenderci: si sente la sirena di un’autoambulanza e qualcuno: “ti vengono a prendere!”. Mi fermo; potrei proseguire ore…
Si dà il caso che il passante della cintura, quello mobile, si vede nell’immagine, è appunto mobile. Io non avevo colto il senso profondo, ontoligicamente parlando, di questo inutile orpello. Il fine ultimo, infatti, è di far si che la cintura non penzoli flaccida, camminando (qualora i passanti “fissi” dei pantaloni non bastino).
Ergo, il passante mobile può essere posto fra due fissi dei pantaloni e POI, soltanto POI, si può infilare la cintura ben aderente alla vita. La mobilità è il mezzo per raggiungere il nobile fine.
Ebbene, io non c’avevo mai pensato. Anzi, mi lamentavo della frequente inutilità del passante mobile.
Quando delle persone hanno iniziato a bersagliarmi con la solida domanda idiota (ti piace molle?), ecco… allora, non potendo condannarli a morte, mi sono scervellato. Ho compreso, si, ho compreso il senso del passante mobile. A quarant’anni passati.


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