C’èsare

Mi capita sempre quando sono triste (ma triste sul serio, non un pochetto malinconico) che, per prima cosa, incappo in un libro di Pavese in offerta stracciatissima, allora lo compro e lo rileggo, perché già l’ho letto ma non resisto. Per esempio pochi giorni fa, all’edicola della stazione FS di Sesto San Giovanni, c’era “Prima che il gallo canti” a 1 €! Giuro, 1 €!
Allora, quando sono triste, quindi, mi rileggo Pavese e la lettura mi devasta l’anima ancora di più, con ‘sto ronzio del silenzio e le lampade all’acetilene e le grotte cigliate di capelvenere e le labbra spumose delle onde del mare e così via…
Allora poi entro in una seconda fase, durante la quale mi guardo intorno e soppeso la mia inutilità contingente, perché mi ritrovo a devastarmi l’anima (già cariata), leggendo Pavese e la sua ineluttabile umana solitudine, consapevole che mi stia facendo del male, mentre fuori di me accadono fatti importanti, tipo i segnali di questi ultimi tempi intorno ad una (dico io) meritata e lenta agonia del governo.
Questo fatto mi disturba un po’, perché non vorrei mai che qualcuno più devastato di me collegasse la mia tristezza alla fine dell’era Berlusconi, che, sia chiaro, al contrario mi rallegra e ridesta in me la speranza. E’ uno di quegli eventi per cui potrò dire con orgoglio: “Io c’ero…”.

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