Granchio

Granchio, sulla punta dei piedi, riuscì ad aggrapparsi ad una sbarra della rugginosa inferriata della cella e, col suo ciclopico braccio sinistro, si sollevò sino alla finestra.
Due cavalli annoiati strascinavano il corteo funebre lungo la strada del paese, un piccolo coagulo di case. Era talmente minuscolo che anche le finestre della galera davano su quell’unica via. Il carro col feretro procedeva levigando  la ruota sinistra contro gli scalini che si incontravano nel procedere, lentamente, accostato alla parte in ombra della strada.
Solo così, in quel soffocante caldo umido che bolliva le ali delle farfalle, si poteva evitare che il funerale di Floreana divenisse una strage. Alcuni decrepiti e immemori anziani sedevano lugubri e inorpellati su di una portantina africana a quattro posti, di cui nessuno ricordava più l’intrigato girovagare che aveva condotto l’oggetto da una lontana corte tribale in un luogo ancor più isolato.
Il suonatore di flicorno, il marito, era subito dietro al carro, solitario precedeva i parenti della defunta con la sua espressione stolida e allucinata, pietrificato in una smorfia insensata: la bocca era un taglio perfettamente orizzontale nel viso, i muscoli facciali perennemente contratti. Sembrava che volesse sorridere, senza riuscirci.
La madre di Floreana lo vedeva come un idiota, un omuncolo che aveva subito gravi danni al cervello.
Anche in quell’occasione lo sentiva emettere il solito sibilo inalterabile, che talvolta pareva seguire delle melodie precise e andava a rafforzare la convinzione di aver dato in moglie la sua figliola ad un ricco cretino.
Forse aveva sbattuto la testa, si pensava, la cicatrice come il segno di un morso dietro l’ orecchio era ben evidente. Può essere che per evitare la morte si fosse affidato a qualche rampante medico che l’aveva instupidito a vita. A Londra si era lasciato ammaliare da qualche chirurgo all’avanguardia (Londra brulicava di menti sublimi) il cui lasciapassare per i salotti borghesi consisteva nel partorire nuove tecniche operatorie e altrettanti arnesi sorprendenti, approntati all’uopo, per poi narrare alle dame insonni e alticce la cronaca del proprio piscio di genio e – nondimeno – per dare dimostrazione dinnanzi al pubblico nobile, stancamente incremato e profumato, raccattando barboni sozzi e morenti lungo il Tamigi.
In verità il concertista inglese godeva di piena integrità fisica e mentale, la cicatrice rimandava a  imprese cavalleresche, mentre tali disavventure scientifiche o similari,  fantasticate dalla madre di Floreana per pacificarsi l’animo, avevano regalato un’infermità al povero Granchio.
Il fatto fu che, anni prima, uno straniero di passaggio diretto a Golona aveva mostrato agli uomini nella locanda degli strani punteruoli e seghe di cui  esaltava la fine precisione (benché ricordassero gli usuali attrezzi per legno dei falegnami), poi pinze tremende con allarmanti denti di caimano ed altre beccute e storte, lunghe e sottili dal colore di metallo lucidato, che l’imbonitore dichiarava in grado di raggiungere un punto qualsiasi dietro alle costole praticando un minuscolo taglio, evitando gli sconquassi sanguinolenti e i danni mortali delle ardite gesta operatorie di Londra.
Fra i presenti vi era il medico condotto, un germanico dallo sguardo scintillante e folle, che non aveva ancora manifestato una qualche forma di pazzia, attesa dai più avveduti quanto il naturale avvicendarsi di una stagione con la seguente. Tutti ben ubriachi fra quei muri ammollati dai vapori di acquavite, fra risate catarrose e sputi nella segatura trasudante che mascherava il pavimento, dei suonatori ambulanti pizzicavano le corde di carcasse di strumenti che dicevano provenire dalle regioni del mar baltico.
Per inspiegabile crudeltà del fato, il medico, Dottor Kuptenvarf, notò nel baule dell’imbonitore un libro in lingua tedesca: “Trattato intorno alla puntura cinese”.
Il dottore, così affamato di nozioni d’ogni genere da miscelare a casaccio nella sua mente, da sobbollire e decantare per mesi e mesi producendo sintesi mutevoli, per poi venire accantonate senza rimorso, acquistò ad un prezzo esorbitante il libro misterioso. In poco tempo si fissò d’essere impratichito nella tecnica cinese dell’agopuntura, occidentalizzandola nella convinzione che con un taglio di bisturi in luogo d’un ago sottile si potesse ottenere un potenziamento degli effetti. Grave lacuna, inoltre, il fatto che il trattato non comprendesse la teoria dei cinque elementi (trascurò che il sottotitolo indicava “tomo secondo”)  e pertanto distillò malamente una teoria tutta sua, con presupposti completamente infondati. La sua ingenuità visionaria lo portò anche a dettagliare i suoi svolazzi al Decano dei Medici, spesso di passaggio per visitare la vecchia madre; quest’ultimo comprese il grave pericolo per la popolazione e dopo tre mesi apparve in paese un nuovo medico, con tanto di lettera imbustata con sigillo in ceralacca, da consegnare al Dottor Kuptenvarf. Per farla breve, il disturbato medico fu esautorato e rimpiazzato dal nuovo arrivato, per ordine del Decano.
Le conseguenze furono sconcertanti: gli abitanti del paesino continuarono a rivolgersi a Kuptenvarf (che li riceveva nascostamente, non avendo il permesso d’esercitare) mentre il nuovo medico dovette tornare, con non poca frustrazione, alla precedente occupazione d’assistente Decano in città.
In questo scenario surreale Joseph Beredich si rivolse al Dottore per risolvere la grave pietrificazione del collo. Due settimane prima, nella torbida atmosfera di una stanza impregnata di gemiti e umori, addolciti dal profumo di gelsomino, Floreana gli comunicò che sarebbe ben presto partita per Londra, data in sposa ad un promettente concertista, figlio di banchieri. Lo confessò dando le spalle, mentre s’infilava in un corpetto costrittore. Una falena orbitava intorno alla lampada ad olio seguendo circonferenze sempre più ridotte, per poi sfiorare il vetro incandescente e tornare ad un’orbita più sicura, lasciando una pungente scia di bruciatura.
Il gelo ghermì le ossa di Joseph; non proferì parola e, immobile, guardando il soffitto decorato da grossolani stucchi malamente assortiti, sentì nitidamente lo scroscio di vertebre che s’incastravano giustapponendosi perfettamente e saldandosi in un blocco monolitico. Fu un evento naturale, mirato alla sopravvivenza; cristallizzare immediatamente il rifiuto verso un destino monco, intrappolarlo nel duro osso portante.
Quando si udì l’ennesimo schiocco d’ustione della falena Floreana era già uscita, di lei non restava che una fetta di torta alle nocciole ed un lieve profumo di gelsomino che defluiva discreto dalla stanza infilandosi nel buco della serratura, trascinato via dalla donna che l’aveva liberato durante le ore di nudità.
Per diversi giorni Joseph non uscì da quella stanza, calando un cesto dalla finestra per avere di che nutrirsi e lasciando imputridire il tutto in un angolo della stanza da bagno. Nel silenzio si avvertiva il lento macinare dei pensieri, la cui farina tinta di rosso vivo odorava di gelsomino e di polvere degli stucchi che si disfacevano senza clamori.
Una volta impastato il prodotto del suo rimuginare, nell’attesa della lievitazione, Joseph riuscì a camminare stentatamente fino alla porta del dottore illegittimo, il cui onorario (fu chiarito subito) non consisteva in un pagamento in denaro o in natura, ma nel sorbire un’invettiva contro la presunta vecchia medicina, la protoscienza, esaltando l’efficacia della nuova medicina “Cinogermanica” e, soprattutto, nel godere del privilegio d’essere il primo paziente a varcare la soglia di una nuova era medica.
Kuptenvarf esordì ridicolizzando Paracelso (che Joseph confuse con un personaggio della mitologia greco romana), bollando come fantasie e credenze popolari le sue tecniche di impastamento di sangue e cera, ammettendo l’utilità di una carta astrologica del paziente ma alla data di nascita e non al concepimento. Sottolineò che i successi del falso genio consistettero spesso nella fortuna d’utilizzare il laudano nella giusta dose, di modo che non uccidesse il paziente, lasciando che il problema si risolvesse da sé.  Discreditò l’assurda teoria delle segnature, che tanto danno produsse nei goffi tentativi di curare il cervello con la noce. Lodò soltanto il gesto teatrale che compì bruciando i libri nell’aula dell’università; lui stesso aveva da poco appiccato un simbolico rogo d’un solo libro, poi calcinato e bevuto allungato con acquavite, per essere definitivamente evacuato nell’oblio delle scemenze.
Concluse che erano sepolti i tempi nei quali le piante dei piedi di Carlo II morente venivano impiastricciate di sterco di piccione e pece, rise a crepapelle nell’accennare al burla della polvere di teschio e di mummia e imprecò dopo aver nominato, per completezza d’informazione, la pietra di Beozar.
Fu alla fine di questo infervorato sermone che, con ortodossa solennità, praticò a Joseph sette incisioni a bisturi.
Cinque ai vertici di un pentagono ideale, intorno alla scapola destra. Le due restanti a metà dell’omero, una all’interno e una all’esterno del braccio.
Dopo tre giorni Joseph era reso infermo da una febbre bruciante e sette bubboni nerastri e purulenti tenevano gli insetti fuori dalla stanza da letto.
Il Dottor Kuptenvarf lo trattò con larve vive sulle ferite e vari decotti e cataplasmi fumanti. In una delle sue visite quotidiane, profittando del suo delirio febbricitante, gli sottrasse un poco di sangue e, nel rigore allucinato del suo studio, lo impastò con della cera seguendo la precisa liturgia del Teofilo Bombasto.
Fu così che il povero Joseph ebbe in salvo la vita; Kuptenvarf riuscì a scongiurare la setticemia, le vertebre si sciolsero con uno scroscio liberatorio, ma il braccio destro rimase paralizzato.
Terminata la convalescenza Joseph si rotolò nella polvere come un cane gioioso, per supplicare il padrone di pagarlo ancora a giornata, giurando e spergiurando che un braccio solo avrebbe fatto per due persone e per questo motivo, nel giro di due anni, Joseph si ritrovò il braccio sinistro con un diametro due volte e mezza di quello destro. Le mani erano ripugnanti a vedersi, una da carpentiere, l’altra da pavido principino d’avorio.
Per questo motivo Ismael, un ragazzo resosi diafano dalla vergogna per le cicatrici del vaiolo,  rinfrescandosi all’ombra di un salice lungo il fiume, notò la somiglianza fra le braccia di Joseph e le chele di un grasso granchio.
Anni dopo, quando queste tragiche vicende s’erano ormai diluite in una nuova e ingiustificata serenità, le donne benestanti del paese vennero a sapere dell’imminente visita della bella Floreana accompagnata dal suo consorte, un noto concertista londinese. Nell’intento di avvicinare quel grumo di case alla mondanità della città le pie donne organizzarono un concerto, scovando nei paesi vicini un vecchio suonatore di pianoforte ed una violinista molto giovane, il cui viso luccicante e perfetto pareva ricoperto di vetro sottile.
La sera dell’esibizione Granchio si presentò in anticipo, per potersi sedere vicino al palco.
I tre musicisti sfogliavano lo spartito e la bocca del flicornista era contratta rigidamente a linea retta, causando una smorfia ebete sul viso dell’uomo.
Tutto il paese non mancò. Una passerella ideale per la goffaggine degli abiti miseri e riadattati alla meno peggio in nome della ribalta; contadini, artigiani, donne corrose dalla conduzione della famiglia, altre sfibrate dal lavoro al bordello, ma tutti insolitamente ben mondati. Questa ridicola comunità era lontana un continente dalla soavità delle sonate selezionate dal concertista.
A lui si avvicinavano, con tremante referenza e ben incolonnati,  i più audaci per stringere la mano della civiltà e per testimoniare l’esistenza di modalità colte e affettate del vivere; lui si produceva in un numero spiazzante: inarcava i lati della sua retta boccuccia, abbozzando un sorriso ad ogni stretta di mano, per ritornare immediatamente all’alterigia della smorfia da demente. Poco distante Floreana, a mani giunte sul ventre e come imbalsamata in un abito di pesante broccato dorato, spiegava alle bramose organizzatrici che il marito non perdeva occasione per allenare le labbra all’innaturale posizione necessaria per produrre il suono  del flicorno.
All’ora prefissata un secco battito di mani ordinò di sedersi ed il concerto ebbe inizio.
Inaspettato fu il silenzio ossequioso del pubblico, come se l’arte avesse maieuticamente ripescato dalle menti incrostate da polvere e limatura di ferro la coscienza della sacralità delle note, rigettate su quella terra solitaria da un Dio sazio e quindi generoso.
Scivolarono così, cullate dall’attenzione ottusa dei poveracci, cinque composizioni ben eseguite anche dai due musicisti anonimi.
All’intervallo fra i due tempi previsti tutti si spostarono sotto una tettoia ai lati dello spiazzo, per consumare della fresca limonata con menta, disdegnando due vecchie bottiglie di campagne francese recuperate chissà dove, non perché caldo, bensì perché bevanda sconosciuta e guardata con sospetto.
In questa pausa di ristoro Floreana e Joseph si trovarono faccia a faccia; lei teneva la testa rivolta verso il basso e lo guardava timorosa con gli occhi rivolti all’insù. Fece per porgergli la mano quando Granchio, in un baleno, estrasse dalla tasca la mano sinistra armata di coltello e vibrò un ben assestato fendente alla donna.
La potenza titanica del suo braccio sinistro non si smentì. Il coltello entrò nella carne a quattro dita dall’ombelico, sotto il fegato, ed uscì sopra l’anca sinistra scheggiando l’osso, noncurante dell’abito di costosissimo broccato e del coriaceo corpetto.
La poverina morì rapidamente di stupore, nel tentativo vano di trattenere col vestito le viscere, che invece fuoriuscivano con un borbottio quasi di soddisfazione. Intorno si spargeva un sordo puzzo di carne conservata misto all’immancabile gelsomino, l’aroma profumato del trapasso.
“Flo! Flo! Ma che è successo amore mio?!”, urlò il suonatore di flicorno, sorreggendo la donna che s’afflosciava svuotata e non perdendo occasione, fra le lacrime, di allenare le labbra all’innaturale posizione del flicornista.